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    “IN ITALIA PERICOLO FASCISTA” – IN RAI ESPLODE IL CASO DAMILANO DOPO CHE IL SUO OSPITE BERNARD HENRY LEVY HA SPARATO A PALLE INCATENATE SUL CENTRODESTRA: “SALVINI? PATETICO E RIDICOLO. LUI E I SUOI SONO TRADITORI DELLA PATRIA CHE NEGOZIANO IL FUTURO DEL PAESE NEL RETROBOTTEGA CON INVIATI DELL'AMBASCIATA RUSSA" - IL CONDUTTORE SI SMARCA: “PAROLE DI LEVY. MA L’ITALIA NON E’ LA RUSSIA DI PUTIN” (IERI ERA OSPITE ORSINA CHE HA CONFUTATO LE TESI DEL FILOSOFO FRANCESE)


     
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    Antonella Baccaro per il “Corriere della Sera”

     

    DAMILANO BERNARD HENRY LEVY DAMILANO BERNARD HENRY LEVY

    L'ultima parola spetterà oggi all'Autorità per le comunicazioni (Agcom). Ma il duro attacco al centrodestra italiano, accusato di fascismo dal filosofo francese Bernard-Henri Levy nella puntata di lunedì scorso de Il cavallo e la torre , condotto su Rai3 da Marco Damilano, ha già prodotto un tentativo di riequilibrio nella puntata di ieri.

     

    Levy, intervistato sul tema della legittimità del voto popolare, aveva definito il leader della Lega, Matteo Salvini, «patetico e ridicolo» e i suoi «traditori della patria che negoziano il futuro del Paese nel retrobottega con inviati dell'ambasciata russa», mentre lo stesso leader «prepara segretamente un viaggetto a Mosca per andare a negoziare il suo futuro politico». Per il filosofo «c'è una tentazione fascista in Europa, in particolare in Italia, e bisogna prenderla di petto». Levy ha sostenuto che l'Italia merita di più di Salvini, Meloni o Berlusconi. E ha detto che «non bisogna sempre rispettare l'elettorato: un fascista che arriva al potere non si converte automaticamente in democratico».

    bernard henry levy bernard henry levy

     

    «Sono sue parole» ha preso le distanze Damilano, dissentendo sul suffragio universale: «Qui la campagna elettorale non è in mano a un partito che vuole cancellare la democrazia». Un concetto ripetuto dal conduttore a fine puntata: «L'Italia non è la Russia di Putin».

     

    Precisazioni che non hanno convinto Alberto Barachini (FI), presidente della commissione di Vigilanza Rai, che ha denunciato «una palese, plurima violazione della normativa sulla par condicio, in spregio dei basilari principi di pluralismo, imparzialità ed equilibrio». Damilano è stato accusato di «non aver arginato Levy», mentre la rete è stata criticata per «l'assenza di controllo editoriale». «Insulti, nessun confronto, dieci minuti di invettiva verso Salvini, la Lega e il centrodestra, pagata con i contributi di tutti gli italiani» ha rincarato Andrea Crippa, vice di Salvini. Giorgia Meloni ha postato l'intervista su Facebook: «Il servizio pubblico italiano ospita (o paga? La domanda è ufficiale) uno scrittore francese - noto qui per aver difeso il pluriomicida terrorista comunista Cesare Battisti dall'ipotesi di estradizione - per paragonare un'Italia a guida centrodestra ai peggiori regimi. Consiglio di ascoltarlo, è illuminante. Se invece non vi va, sintetizzo in poche parole: se gli italiani, votando, scelgono FdI o Lega non vanno rispettati. Sipario». Dai partiti sono giunte richieste di dimissioni dell'ad Carlo Fuortes. E mentre l'Usigrai è insorta contro l'assenza di pluralismo, ieri Damilano, ribadendo di aver preso le distanze da alcune affermazioni del filosofo, ha ospitato il docente Luiss Giovanni Orsina. Che ne ha confutato le tesi, definendo «ridicola» l'affermazione che il fascismo sia alle porte. Sul finale il conduttore, citando Brecht, è tornato sul dovere di rispettare il vot o.

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