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ITALIA, CALIMERO D’EUROPA – “THE ECONOMIST” INFILA LA PENNA NELLA PIAGA E SI CHIEDE PERCHÉ UN GRANDE PAESE COME L'ITALIA SI COMPORTA COME UN PICCOLO PRINCIPATO SPAVENTATO: “È IL TERZO STATO MEMBRO DELL’UNIONE EUROPEA PER DIMENSIONI. HA UN’ECONOMIA PIÙ GRANDE DI QUELLA RUSSA E PIÙ SOLDATI IN SERVIZIO ATTIVO DELLA GRAN BRETAGNA. EPPURE LA SUA MANCANZA DI FIDUCIA HA PORTATO IL PAESE A SVILUPPARE UNA TRADIZIONE DI NON ASSUMERE POSIZIONI NETTE IN POLITICA ESTERA, MA DI CERCARE DI PIACERE A TUTTI ED ESSERE AMICO DI TUTTI. IL RISULTATO È CHE L’ITALIA RARAMENTE FIGURA TRA I PAESI CHE DECIDONO LE SORTI DELL’EUROPA. COME IL GIAPPONE E LA GERMANIA, L’ITALIA DEL DOPOGUERRA SI È ACCONTENTATA DI DIVENTARE UNA POTENZA ECONOMICA MA UN PESO PIUMA DIPLOMATICO. TUTTAVIA, ANCHE LE ALTRE EX POTENZE DELL’ASSE STANNO DIVENTANDO PIÙ ASSERTIVE. POTREBBE ACCADERE LO STESSO ALL’ITALIA?”
GIORGIA MELONI IN VERSIONE CALIMERO - VIGNETTA BY VAURO
Traduzione di un estratto da “Charlemagne”, la rubrica sull’Europa del settimanale “The Economist”
Calimero, un pulcino coperto di fuliggine che non viene più riconosciuto dalla madre, nacque in uno spot animato della televisione italiana nel 1963. Da allora non ha mai smesso di lamentarsi del proprio destino: «Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e nero».
Nonostante le polemiche per le possibili connotazioni razziali, il personaggio si è diffuso ben oltre l’Italia [...], un senso di vittimismo impotente è arrivato a essere definito “complesso di Calimero”. [...] E nel suo recente libro “Il complesso di Calimero”, Marco Del Panta, ex diplomatico italiano, sostiene che anche l’Italia si percepisce come quel pulcino sfortunato.
Il senso di impotenza degli italiani è emerso chiaramente dopo che la nazionale di calcio è stata eliminata dai Mondiali dalla minuscola Bosnia-Erzegovina il 31 marzo. Ma è un paradosso.
L’Italia è il terzo Stato membro dell’Unione europea per dimensioni. Ha un’economia più grande di quella russa e più soldati in servizio attivo della Gran Bretagna. Eppure la sua mancanza di fiducia, afferma Del Panta, ha portato il Paese a sviluppare «una tradizione di non assumere posizioni nette in politica estera, ma di cercare di piacere a tutti ed essere amico di tutti».
tony blair alla prima riunione del board of peace foto lapresse
Nathalie Tocci, docente di scienze politiche alla Johns Hopkins University, ricorda che quando consigliava il ministero degli Esteri italiano, i funzionari aspettavano di vedere le posizioni degli altri membri dell’Ue prima di offrire al ministro una gamma di opzioni. L’obiettivo era individuarne una il più possibile intermedia. «Odiamo schierarci», dice. Di conseguenza, «credo che abbiamo sempre reso meno di quanto potremmo».
Il risultato è che l’Italia raramente figura tra i Paesi che decidono le sorti dell’Europa. Sir Ivor Roberts, ambasciatore britannico a Roma tra il 2003 e il 2006, ricorda con un brivido l’entusiasmo di Tony Blair per l’idea che le decisioni chiave dell’Ue venissero prese da Gran Bretagna, Germania e Francia. «Ha creato più tensioni di qualsiasi altra questione», racconta. Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, «si sentiva come un amante respinto».
Le radici dell’approccio italiano alla politica estera affondano profondamente nella storia. Risalgono a un’epoca in cui il Sud era governato da potenze straniere e il Nord era un mosaico di fragili staterelli, vulnerabili agli attacchi del Sacro Romano Impero (loro protettore nominale) o delle emergenti nazioni di Spagna e Francia.
O Franza, o Spagna, purché se magna, recita un detto popolare [...]. Duchi e principi mantenevano l’indipendenza giocando su più tavoli, negoziando segretamente con i nemici e tradendo con disinvoltura gli alleati. Il duca Ludovico Sforza di Milano invitò i francesi come contrappeso al re di Napoli, ma quando questi divennero troppo assertivi si unì a un’alleanza con Venezia e l’Impero. In seguito abbandonò Venezia per Firenze, cadde vittima di una seconda invasione francese e finì i suoi giorni in una prigione su un castello della Loira.
giorgia meloni cameriera di trump e putin - video vitosfrankai
In tempi più recenti, l’Italia è riuscita a trovarsi nel campo dei vincitori in entrambe le guerre mondiali cambiando schieramento. Ma le distruzioni e l’umiliazione subite nella seconda hanno lasciato un duraturo disgusto per il protagonismo internazionale. Come il Giappone e la Germania, l’Italia del dopoguerra si è accontentata di diventare una potenza economica ma un peso piuma diplomatico. Tuttavia, anche le altre ex potenze dell’Asse stanno diventando più assertive. Potrebbe accadere lo stesso all’Italia?
Forse. A fine marzo, Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha compiuto qualcosa di insolitamente audace. Informato dagli Stati Uniti che alcuni loro bombardieri diretti in Medio Oriente intendevano fare scalo in un aeroporto siciliano, il suo governo ha negato il permesso.
La mossa non era avventata: secondo l’accordo che regola l’accesso alla base, le forze americane devono chiedere il consenso per utilizzarla per scopi diversi da quelli ordinari, e il Parlamento dovrebbe essere consultato. L’Italia non ha negato agli Stati Uniti l’uso del proprio spazio aereo, come invece ha fatto la Spagna. Si potrebbe persino vedere come un tipico compromesso italiano.
Mark Rutte, segretario generale della NATO, lusinga Donald Trump in modo servile; Pedro Sánchez, primo ministro spagnolo, è fortemente critico. Il “non in questo caso” italiano si colloca esattamente a metà.
Eppure è un segnale significativo. Fino al mese scorso sembrava che il punto mediano ricercato da Meloni non fosse in Europa ma da qualche parte a ovest delle Azzorre. La premier proviene dalla destra populista allineata al movimento MAGA, ma ha governato come una buona europeista. Ha fatto da “sussurratrice” di Trump per conto dell’Ue e ha persino fatto aderire l’Italia al suo Board of Peace come osservatore, il tutto mentre sosteneva l’Ucraina, rispettava i vincoli fiscali del blocco e abbandonava la retorica euroscettica che un tempo sosteneva. [...]
A Bruxelles molti temevano che, se costretta a scegliere, Meloni si sarebbe schierata con Washington. Ma di recente ha imparato a sue spese che coltivare rapporti troppo stretti con Trump comporta rischi elevati per i leader europei.
In un referendum il mese scorso, la maggioranza degli elettori italiani ha respinto la riforma della giustizia da lei proposta. È impossibile sapere cosa abbia determinato l’esito, ma quella riforma era diventata un test della sua popolarità.
Tra i dazi imposti da Trump che penalizzano industria e agricoltura italiane, le minacce di annettere la Groenlandia e il suo ridimensionamento del contributo militare della NATO in Afghanistan (incluso quello italiano), la vicinanza della premier al presidente americano non deve aver aiutato. Non sorprende che ora stia prendendo le distanze.
GUIDO CROSETTO ALLA CAMERA - INFORMATIVA SUI VOLI USA DA SIGONELLA - FOTO LAPRESSE
Potrebbe star imparando che, a volte, schierarsi è inevitabile. Sorprendentemente, era anche l’opinione del più grande pensatore politico del suo Paese. Lungi dall’avallare l’agilità tattica senza fine con cui il suo nome viene spesso associato, Niccolò Machiavelli scriveva che un principe è rispettato «quando è o vero amico o vero nemico; cioè quando, senza alcuna riserva, si dichiara a favore di una parte contro l’altra». Un’Italia più sicura di sé seguirebbe il suo consiglio.
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