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Quando un’adolescente diventa donna, viene introdotta a uno strano e misterioso rituale annuale: si spoglia, si sdraia e apre le gambe mentre il medico le infila del gelido metallo nella vagina e ci guarda dentro. Poi toglie lo speculum e nella vagina ci infila il dito per tastare le pareti interne. A volte le dita esaminano anche il retto. Milioni di donne si sottopongono a questo stress, sin dal 1946.
Un nuovo studio, pubblicato su “Annals of Internal Medicine” e condotto da “American College of Physicians” (ACOG), riporta che non esiste giustificazione per questa procedura nelle pazienti asintomatiche o a basso rischio di cancro. Anzi è un esame che genera ansia, disagio, dolore e imbarazzo, soprattutto nelle donne che sono state vittime di abusi sessuali. Il loro disagio è così forte che molte evitano di farsi monitorare.
George Sawayae e Vanessa Jacoby della “University of California–San Francisco”, concludono che l’esame pelvico è più una consuetudine che una pratica basata su prove scientifiche e sanno che l’affermazione solleverà polemiche nella comunità medica.
La “ACOG” ammette che l’esame pelvico può aiutare ad instaurare un rapporto di confidenza fra paziente e ginecologo, ma in sé è inutile. Talvolta controproducente. Ad esempio, per prendere pillole anticoncezionali c’è bisogno della ricetta, spessa preceduta dall’esame ginecologico. Per evitarlo, molte donne rinunciano al metodo contraccettivo. Va detto: per ottenere le pillole, non è obbligatorio sottoporsi alla visita vaginale.
Non è la prima volta che le linee guida cambiano. Nel 2012 è stato deciso che il pap test si può fare ogni tre anni e non ogni anno. Nel 2009 la mammografia è stata consigliata alle donne sopra i 50 anni e non sopra i 40, ogni due anni e non ogni anno.
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