amarga navidad natale amaro

LA CANNES DEI GIUSTI – “AMARGA NAVIDAD” È UN ALTRO “ULTIMO FILM” CHE CI REGALA PEDRO ALMODOVAR CHE, EVIDENTEMENTE SI SENTE VECCHIO E STANCO, MA HA QUALCHE STRAVAGANZA, QUALCHE INTERESSE IN PIÙ RISPETTO A “LA STANZA ACCANTO”. QUI ALMENO GIOCA SUL SUO CINEMA, SUI SUOI TEMI STORICI - MA OLTRE ALLE BATTUTE SUL CINEMA, AI MASCHI CHE SPOGLIANO CON STRIPTEASE COME FACEVANO ORMAI VENT’ANNI FA E NON FANNO PIÙ, IL FILM HA UNA COSTRUZIONE PER NULLA REGOLARE, ESTREMAMENTE LIBERA CHE DIMOSTRA UN IMPROVVISO GUIZZO DI VOGLIA DI FAR CINEMA… - VIDEO

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Marco Giusti per Dagospia

 

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Cosa si inventa un grande regista quando ha fatto tutti i suoi possibili ultimi film? Quello autobiografico, quello triste, quello tristissimo addirittura sul suicidio da fare nel weekend con la migliore amica. Anche questo “Amarga Navidad”, cioè “Natale amaro” è un altro “ultimo film” che ci regala Pedro Almodovar che, evidentemente si sente vecchio e stanco, ma ha qualche stravaganza, qualche interesse in più rispetto al lapidario per signore che era “La stanza accanto”.

 

Qui almeno gioca sul suo cinema, sui suoi temi storici, si permette battute divertenti, come quella dove si spiega cosa sia un film cult, che la dottoressa di un ospedale pensava fosse un film di culto religioso, tipo evangelico. E la protagonista Elsa, Barbara Lennie, gli spiega che è il film cult è quello che vedono in pochi, ma a quei pochi piace.

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Ma oltre alle battute sul cinema, alla sala dedicata al grande sceneggiatore Rafael Azcona, ai maschi che spogliano con striptease come facevano ormai vent’anni fa e non fanno più, ora spiega la padrone di un locale “si scopa o si vede scopare”, il film ha una costruzione per nulla regolare, estremamente libera che nel finale rilancia e dimostra un improvviso guizzo di voglia di far cinema.

 

Nella prima parte Almodovar aveva messo in campo il meccanismo non nuovissimo, del regista di successo, Raul, cioè Leonardo Sbaraglia, con moglie fin troppo presente, Aitana Sanchez-Gjion, che scrive il suo nuovo film con personaggi in parte ispirati alla realtà e, contemporaneamente, vediamo il film che ha in testa. Ambientato nel 2004.

 

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Nel film nel film c’è, come in uno specchio una regista, appunto Elsa di Barbara Lennie, che ha fatto due film di culto e campa, bene, con la pubblicità (ha comprato anche una casa per la mamma), e vive con un pompiere che si spoglia nei locali, certo Bonifacio detto Beau, Patrick Criado, e una serie di amiche, Patricia di Victoria Luengo, Natalia di Milena Smit.

 

Se nella prima parte ha più peso il film nel film, anche perché è un film che vorremmo vedere, non la storia di uno sceneggiatore che scrive e parla con la moglie, nella seconda ha più peso la cornice, che scopriamo non essere solo proprio una cornice.

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Perché scopriamo che il regista e scrittore, Raul, oltre alla moglie, che se ne è andata, vive con il ragazzone, Santi, Quin Gutiérrez, che è un po’ il doppio specchiante di Bonifacio, e che arrivato alla parola “Fine” del film, come si faceva negli anni ’50, decide che deve aggiungere qualcosa. Ma è quel qualcosa, che ruba dalla realtà della tragedia di un’amica della moglie, che gli provoca lo scontro con Monica, che pretende che tolga tutto. E subito.

 

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Questo aggiungere un atto finale al film nel film rende anche più interessante il film che vediamo, perché almeno capiamo che Almodovar cerca un attimo di rinnovarsi con una trovata narrativa senza riproporre vecchi schemi. E capiamo perché Raul non voglia tagliare questa parte che ci porta fuori e rilancia, perché capisce che ci voleva qualcosa in più, non importa quanto rubato dalla realtà. Perché tutto è rubato sempre dalla realtà. Sorprendente. 

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