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LA CANNES DEI GIUSTI – “COME FA UN PAPERO A ENTRARE DENTRO UNA BOTTIGLIA?” CHIEDE LA SCRITTRICE ISABELLE HUPPERT AL MAESTRO DEGLI EFFETTI SONORI VINCENT CASSEL IN “HISTOIRES PARALLÈLES” DI ASGHAR FARHADI. “CON L’IMMAGINAZIONE”, SPIEGA LA SCRITTRICE - UN PICCOLO TRUCCO, DELIZIOSO, CHE ARRIVA QUASI ALLA FINE DI UN FILM CHE FARHADI HA RIPRESO DAL SESTO EPISODIO (“NON COMMETTERE ATTI IMPURI”) DEL “DECALOGO” DI KRZYSZTOF KIESLOWSKI - MA QUELLO CHE NON RIESCE A RITROVARE IN QUESTO CASO FARHADI È LA MESSA IN SCENA ESSENZIALE, DI ALTISSIMA MORALITÀ DI KIESLOWSKI. PERCHÉ, PUR COL SUO RICCHISSIMO CAST, FARHADI HA IN TESTA UN ALTRO TIPO DI FILM… - VIDEO
Marco Giusti per Dagospia
“Come fa un papero a entrare dentro una bottiglia?” chiede la scrittrice Isabelle Huppert al maestro degli effetti sonori Vincent Cassel in “Histoires Parallèles” di Asghar Farhadi. “Con l’immaginazione”, spiega la scrittrice, il papero e la bottiglia sono reali. Solo con l’immaginazione lo vedrai dentro”.
Un piccolo trucco, delizioso, che arriva quasi alla fine di 140’, magari un po’ troppi, di un film che Farhadi ha ripreso dal sesto episodio, “Non commettere atti impuri” del “Decalogo” di Krzysztof Kieslowski. Ricorderete sicuramente la scena dell’appartamento a Parigi con la famiglia dei topini, che troverete anche qui.
Ma quello che non riesce a ritrovare in questo caso Farhadi è la messa in scena essenziale, di altissima moralità di Kieslowski. Perché, pur col suo ricchissimo cast, oltre a una Isabelle Huppert fantastica come scrittrice disordinata, Vincent Cassel, Pierre Niney e Virginie Efira come gli abitanti della casa studio di fronte che lei spia per farci un romanzo, Catherine Deneuve come la sua editrice, India Hair la nipote e la giovane star italo-franco-tunisino Adam bessa come un giovane senza lavoro che diventa il suo assistente tuttofare, Farhadi ha in testa un altro tipo di film.
Che è poi quello che fa spesso. Un puzzle di sentimenti e passioni, bugie e verità, dove i tasselli di realtà e fantasia si muovono, si scompongono e si ricompongono solo grazie all’attenzione di chi scrive. Cioè Isabelle Huppert con una adorabile, elegantissima Olivetti elettrica con la testina rotonda che tanto mi manca e fu per breve tempo, ahimé, anche logo animato del Tg 1 (o 2? o 3?).
La prima parte, magari perché siamo più freschi, funziona bene. La Huppert scrive il suo romanzo prendendo di mira i tre personaggi dell’appartamento di fronte. E’ un triangolo. La bella Virginie Efira ha una relazione col più giovane Pierre Niney e una storia con Vincent Cassell. Quando la notizia trapela scatta la gelosia. E’ una storia. Che non piace all’editrice Deneuve.
Ma quando la stessa storia, grazie all’intervento maldestro del giovane Adam, finisce sotto gli occhi della Efira, che nella realtà del film si chiama Nita, questo finirà per sconvolgere l’equilibrio dei tre personaggi, che non sono affatto quelli descritti dalla Huppert. Incapaci di uscire dalla loro storia per tornare alla realtà andremo verso un finale complesso e di non facile risoluzione.
Manca, in questa seconda parte, un po’ dell’ironia della prima, anche perché la Huppert la dominava totalmente, mentre nella seconda quasi scompare, e allora tutta la costruzione sofisticata di Farhadi non riesce più a convincerci. Anche perché non vogliamo vedere la realtà, quando abbiamo assaggiato l’illusione.
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