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“CARO MERLO, TI PREGO, LASCIA STARE TINTO BRASS” – MARCO GIUSTI INFIOCINA FRANCESCO MERLO CHE, SU “REPUBBLICA” COMMENTANDO LA MORTE DI TINTO BRASS, SI ACCODA A UN LETTORE CHE LO DEFINISCE "UN REGISTA BROCCO" E POI STRONCA IL SUO FILM "LA CHIAVE" COME UN "NOIOSO, MEDIOCRE PORNO FUMETTO, CON IL FONDOSCHIENA COME PROTAGONISTA" - GIUSTI: "ALMENO TINTO BRASS NON HA MAI GIRATO FILM MEDIOCRI E NOIOSI. COME TUTTI I REGISTI LEGATI ALLA NOUVELLE VAGUE POST-ROSSELLINIANA DEI PRIMI ANNI ’60, BRASS VEDEVA IL SESSO COME MEZZO PER ATTACCARE IL POTERE E..." - VIDEO

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1 - TINTO BRASS E IL CINEMA VOLGARE VIA I BAMBINI DELLA PUBBLICITÀ

Dalla rubrica delle lettere di “Repubblica”

la chiave di tinto brass

 

Caro Merlo, spero di non offendere nessuno, ma a lei, e forse in Italia solo a lei, posso scriverlo: di Tinto Brass non mi piaceva niente, né i suoi film e neppure lui.

 

La Chiave, che è il più famoso, è tratto da un romanzo di Tanizaki, autore difficile, sessualmente malato e dunque tormentato, che Brass ha trasformato in un film più che sporcaccione, volgare, che deve il suo successo alla pruriginosa invenzione nazionale maschile del corpo magico di Stefania Sandrelli. Tutti i morti meritano rispetto, ma la morte dei registi brocchi non modifica la qualità dei loro film.

Laura Guarino – Milano

 

RISPOSTA DI FRANCESCO MERLO

E invece in Italia la retorica funeraria è il più falso "laudator temporis acti" oraziano, che sempre assegna premi postumi. La morte riabilita, lucida, reinventa e santifica, cancellando, anche nell'arte, la categoria che lei chiama dei "brocchi", che pure hanno la loro dignità.

 

francesco merlo

E cito come esempio la spericolata promozione a grande artista di Renzo Montagnani, firmata, qualche anno fa, da un commosso Walter Veltroni sul Corriere. Su Tinto Brass condivido la sua lettera parola per parola, specie su La chiave che tolse al pur ripetitivo Tanizaki il tormento artistico della sua speciale morbosità. Brass girò, in suo nome, un noioso, mediocre porno fumetto, con il fondoschiena come protagonista.

 

Due sole cose, diceva Luis Buñuel, il cinema non riuscirà mai a raccontare: il sesso e la preghiera. L'opera omnia di Tinto Brass non vale un solo sguardo di Lauren Bacall mentre dice a Humphrey Bogart: "Se mi vuoi, fammi un fischio. Sai fischiare, Steve? Basta unire le labbra... e soffiare". E poi c'è l'erotico finale di Intrigo internazionale quando Cary Grant e Eva Marie Saint si ritrovano nel vagone letto, e lui la tira su verso la sua cuccetta e compare The End sul treno che… entra nella galleria.

marco giusti

 

2- MARCO GIUSTI RISPONDE A FRANCESCO MERLO

Marco Giusti per Dagospia

 

Grazie alla posta dei lettori di Francesco Merlo e alle ovvietà che gli scrivono i lettori di “Repubblica” commentando la morte di Tinto Brass, cito un davvero volgare: “la morte dei registi brocchi non modifica la qualità dei loro film”, e una risposta non meno volgare dello stesso Merlo,

 

“Su Tinto Brass condivido la sua lettera parola per parola, specie su La chiave che tolse al pur ripetitivo Tanizaki il tormento artistico della sua speciale morbosità. Brass girò, in suo nome, un noioso, mediocre porno fumetto, con il fondoschiena come protagonista”, sono andato a recuperarmi qualche vecchia intervista riguardo al sesso sulle pagine del “Corriere” dello stesso Tinto.

 

“Faccio uso del sesso senza ipocrisia”, afferma durante la lavorazione di “Action”, ancor prima de “La chiave”. “I miei personaggi sono disinibiti, perciò non temono il Potere, mentre il Potere li vorrebbe schiavi del tabù del sesso per dominarli a piacimento”. E, ancora, “La critica non ha ancora individuato la giusta chiave di lettura dei miei film. Continua a non rendersi conto che per me il sesso e l’erotismo sono dei mezzi e non dei fini”.

 

tinto brass 1

Come tutti i registi legati alla Nouvelle Vague post-rosselliniana dei primi anni ’60, e ricordo che Tinto Brass era stato assistente di Rossellini, nonché collaboratore di Henri Langlois alla Cinémathèque française, da una sperimentazione iniziale passò a una serie di film che vedevano il sesso come mezzo per attaccare il potere. Lo dice lui stesso.

 

 E condivise questo processo con grandi registi, non solo maschi, del tempo. Dal Nagisa Oshima di “L’impero dei sensi” al Bernardo Bertolucci di “Ultimo tango”, dalla Liliana Cavani de “Il portiere di notte” a “Je, tu, il, elle” di Chantal Akerman, dal Pasolini di “Decameron” e “Salò” a “Sweet Movie” di Dusan Makavejev.

 

stefania sandrelli - la chiave

Magari con esisti alterni, ma è evidente che anche i sui principali film, “Salon Kitty”, “Caligola”, “La chiave” siano essenzialmente questo, e si servano della rivoluzione sessuale degli anni ’60, scontrandosi con la censura democristiana-cattolica-comunista del tempo per fare esplodere una serie di contraddizioni culturali che ci portavamo dietro dal dopoguerra se non prima.

 

Al punto che diventano la chiave per una rilettura storica del Novecento, della Guerra, del fascismo e perfino del marxismo, nel caso di Makavejev. Perfino “L’impero dei sensi”, capolavoro di Oshima, adatta la storia della geisha Sada Abe e del suo amore estremo per Kichizo Ishida, come risposta ai venti di guerra legati al crescente militarismo del paese.

 

La chiave di Kon Ichikawa

Trasportando la storia dei protagonisti de “La chiave”, romanzo di straordinario successo di Junichiro Tanizaki degli anni ’50, nella Venezia di fine anni ’30, già preparata allo scoppio della guerra, Brass fa la stessa operazione di Oshima. Punta sul sesso voyeuristico della coppia Stefania Sandrelli – Frank Finlay, ma in testa ha la rilettura storica di un periodo che ha vissuto personalmente e che ha portato il paese al disastro.

 

Ma, ripeto, gran parte dei maggiori registi del tempo, e non solo italiani, tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 hanno lavorato sul sesso come punta estrema di una ricerca da avant-garde o nouvellevaguista. Maria Schneider, leggo sulle pagine dei giornali del tempo, rifiuta il set di “Novecento” quando Bertolucci prevede per lei e Dominique Sanda una scena dove fanno pipì assieme in campagna.

 

 E verrà sostituita proprio dalla Sandrelli. Perfino vecchi maestri come Fellini e Visconti arrivano al sesso uno con la grande biografia di Casanova l’altro con “La caduta degli dei”, che, assieme a “Salon Kitty” e a “Salò” darà il via ai terrificanti porno-nazi. Brass, da vecchio cinefilo, si preoccupa però di non deludere i fan della prima versione de “La chiave” di Tanizaki, diretta da Kon Ichikawa, il maestro di “Fuochi nella pianura” e di “L’arpa birmana”, e di avere due attori all’altezza di Machiko Kyo e Ganjiro Nakanura.

 

STEFANIA SANDRELLI TINTO BRASS

Lo dice in un’intervista sul “Corriere”. Per questo chiama un bravissimo attore inglese come Frank Finlay. Deve aver letto la prima edizione de “La chiave”, edita da Bompiani nei primi anni ’60, che vado a recuperare nella mia libreria. Non solo c’è una introduzione di Gian Gaspare Napolitano che descrive il suo incontro con un Tanizaki vecchio e malato che ancora scrive i suoi romanzi inginocchiato di fronte a un tavolo minuscolo coi suoi pennellini, ma c’è una dotta spiega di Henry Miller che Brass non può non aver letto.

 

stefania sandrelli e frank finlay la chiave

“Come nella Chatterley di Lawrence, la radice del dramma è sepolta nel costume e nel conformismo”, scrive Miller, “La lotta devastatrice tra il marito e la moglie modello riflette e accentua il disperato bisogno di uomini e donne impossibilitati dalle arcaiche convenzioni del consorzio civile a esprimersi con semplicità e naturalezza nel regno del sesso. (..) La nostra incapacità a combinare con successo amore e sesso appartiene allo stesso ordine della nostra incapacità a stabilire una vera pace o a trovare distensione nel lavoro. (..)

 

La soluzione, come la prospettano tanto spesso i classici della letteratura europea, è sempre la morte. Siamo, come osservò Celine – o fu Lawrence? – dei mangiatori di morte”. Tutto questo per dire, caro Merlo, ti prego, lascia stare (“il pur ripetitivo”) Tanizaki e lascia stare anche Tinto Brass, che, almeno, non ha mai girato film mediocri e noiosi.

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