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Franco Cordelli per il “Corriere della Sera - Roma”
Il più caustico dei nostri recensori di fatti teatrali, Marcantonio Lucidi, si è così misurato con «Giorni felici», in scena all' India per la regia di Andrea Renzi e con Nicoletta Braschi: «Durante il primo atto non è successo nulla perché non c' era nessuno. Nel secondo atto non c' è nessuno perché non è successo nulla».
Questa fulminante recensione me la ripetevo assistendo a «La regina Dada» in scena all' Eliseo, uno spettacolo di e con Stefano Bollani e Valentina Cenni. Ero andato per Bollani. Non sono un conoscitore della sua opera ma avevo appena letto un romanzo in cui citava «Luz negra»: l' idea di sentire un po' della sua musica e di vederlo suonare dal vivo era attraente. Lui, subito mi fu simpatico: barba lunga un poco, capelli brizzolati, cravatta e gilet.
Si aggirava in quella stanza, si sedeva, cominciava a togliersi una scarpa. Poi qualcuno bussava alla porta, una scarpa sì e una no, andava ad aprire. Faceva irruzione Valentina Cenni, tutta nascosta da una specie di scialle lungo fino ai piedi. Dopo essersi rassettata, la nostra regina cominciava il suo racconto e, dopo un poco, mi tornarono in mente le parole di Lucidi. Ma che sta dicendo, quella lì?
E Bollani perché la sta a sentire con l' aria arrendevole, come fosse tutto normale? Non era normale, a dire la verità, neppure la stanza: tutto sbilenco, tutto luci lampeggianti, tutto privo di senso. Forse Lucidi sarebbe stato perfetto anche per «La regina Dada». Ma poi a pensarci bene me l' ero cercata.
La parola Dada c' era nel titolo. Che diavolo pretendevo? Che tutto fosse normale, che la regina non volesse liberarsi dal suo ruolo come stava dicendo, che non volesse riappropriarsi dell' anima sua, come stava chiedendo proprio alla musica di quell' illustre ospite?
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