DAGOREPORT - A GUARDARE I TIGGÌ RAI, E LEGGERE I GIORNALONI PRO-MELONI, CON IL FERMO DI YOUSSEF…
“SE TU OGGI TOGLI ALLA SOCIETÀ LA PAROLA DIO, COSA SUCCEDE? NULLA. MA SE TU TOGLI OGGI LA PAROLA DENARO CROLLA TUTTO” – FABIO FAZIO, ALLA VIGILIA DEL RITORNO IN TV SU "NOVE" CON "CHE TEMPO CHE FA", PARLA (SOPRATTUTTO DI SOLDI) A VELTRONI SU “7” E FRIGNA ANCORA PER L’ADDIO ALLA RAI: “QUELLO CHE MI HA DELUSO È STATA LA DISPONIBILITÀ AD ACCONSENTIRE ALLA PREPOTENZA” (FABIOLO HA LASCIATO LA RAI PER SOLDI: DISCOVERY GLI HA GARANTITO UN QUADRIENNALE DA 2,5 MILIONI ALL’ANNO: LA LIBERTA’ DI INFORMAZIONE, SI SA, COSTA) – FAZIO DICE POI CHE RIFAREBBE SANREMO E CHE MICK JAGGER GLI DEVE DEI SOLDI CHE GLI AVEVA PRESTATO (DA LIGURE E’ MOLTO SENSIBILE ALL’ARGOMENTO) – PIROSO: “FAZIO E VELTRONI. DUE SANTINI DELLA SINISTRA DEI CETI MEDI RIFLESSIVI. NON DUE SANTI. CHE TALVOLTA TI FANNO GIRARE I SANTISSIMI”
Il più veltroniano dei conduttori #tv.
Intervistato, toh, da #veltroni.
Due santoni del buonismo.
Due santini della sinistra dei ceti medi riflessivi.
Comunque non due santi.
Che talvolta ti fanno girare i santissimi. pic.twitter.com/ZvcS7wcQqE
— Antonello Piroso (@Apndp) September 26, 2025
Walter Veltroni per 7 - https://www.corriere.it/sette/25_settembre_26/fabio-fazio-intervista-tv-ef370cc9-1fe9-4a30-8d03-97fd1fe91xlk.shtml
Fabio Fazio torna in tv sul il Nove, da domenica 5 ottobre con il fortunato Che tempo che fa. Qual è il primo programma che hai visto da bambino?
«Sono convinto, ma non è detto sia vero, di ricordarmi perfettamente l’allunaggio
(...)
Non sappiamo più sognare, perché il sogno non porta utili. Si è sostituito il sogno, il senso di giustizia e di solidarietà, con la convenienza. Aveva ragione Pasolini sui rischi di omologazione e sulla divaricazione tra sviluppo e progresso. Le persone sono state trasformate, volenti, ma anche nolenti, in un’unica classe sociale, quella dei consumatori».
(...) Ho letto qualche tempo fa un’intervista di Galimberti che si chiedeva: se si togliesse al Medioevo la parola Dio non rimarrebbe assolutamente niente. Né l’arte, né la letteratura, né la vita quotidiana delle persone. Se tu oggi togli alla società la parola Dio, cosa succede? Nulla. Ma se tu togli oggi la parola denaro crolla tutto».
(...)
La bellezza è diventata superflua, nel mondo dei consumatori.
«Adesso hai la sensazione di essere solamente un costo. Capita spesso che qualunque cosa uno dica, in qualunque ambito e anche nel mio lavoro, la prima domanda che si sente rivolgere è “quanto costa?” Si arriva alla determinazione che, forse, se l’unico criterio è il costo, è meglio non far niente. Per paradosso, se uno non nasce è meglio, si risparmia».
Un millennial direbbe: voi dite che noi facciamo coincidere reale e virtuale, ma non era così anche con la televisione?
«La televisione, all’inizio, nelle case era dissimulata, si metteva il centrino, la si camuffava con la gondola. Era un oggetto pericoloso che dovevamo ingentilire malamente perché la sua funzione non era ben chiara. In fondo, uomini come La Malfa e Berlinguer si opposero, eravamo alla fine degli anni Settanta, all’introduzione della tv a colori. La si guardava con grande diffidenza: si sapeva, forse si temeva, che non era quella la realtà. E poi era poca: un canale, poi due, e cominciava nel pomeriggio. La televisione, quella, non provocava dipendenza».
Tu hai conosciuto quella tv perché sei nello schermo da tanto tempo.
«Ho cominciato a fare questo mestiere ormai quasi 43 anni fa, nel 1983. Prima in radio locali, poi, per un quarto di secolo, in un programma storico della radio che si chiamava Blackout con Enrico Vaime, Guido Sacerdote e Luciano Salce. Loro avevano tradotto il teatro di rivista in televisione. L’avevano inventata, costruendone l’alfabeto, qualcosa di più della grammatica.
Erano maestri, parola che sta sparendo, che si divertivano a insegnare il mestiere a un ragazzino di 19 anni. È come se avessi vissuto per tanto tempo la Tv degli Anni 60. Non solo perché l’avevo vista, ma perché loro me la spiegavano. È come se fossi stato dietro le quinte di Canzonissima, come se fossi stato tra le telecamere di Studio Uno».
(...)
Cos’è la Rai per te?
«Quarant’anni di vita, il mio Dna televisivo. È stata casa mia da quando ero ragazzo, il luogo in cui sono cresciuto, diventato grande, un uomo, quasi un vecchio. È stata la mia vita, ho trascorso quarant’anni lì dentro e non ho fatto altro. Credo di conoscere il Dna della Rai come pochi».
(...)
Quanto ti ha fatto soffrire lo sfratto dalla casa Rai?
«Quello che mi ha deluso è stata la disponibilità ad acconsentire alla prepotenza. Cioè che nessuna resistenza sia stata opposta, che nessuno abbia detto: “Ma no, questo fa guadagnare ascolti e soldi con la pubblicità…”. No, un’assoluta acquiescenza nei confronti di un desiderio meschino.
Togliere qualcuno di torno. Ma so che nessuno è indispensabile. E so che è meglio essere dove ti vogliono che dove non ti vogliono. Ho avuto grande fortuna a finire in una televisione dove invece mi volevano e poi le cose sono andate bene. Ho imparato anche la leggerezza dell’essere liberi, di non avere l’ansia tutti i giorni di sapere cosa dice la commissione di vigilanza, cosa dice quello che chiama quell’altro… Poter di nuovo pensare al programma come programma e non alle conseguenze che producono le parole pronunciate».
(...)
Com’era Moana Pozzi?
«Era bella. Molto esuberante, molto bella, molto solare. Era una donna intelligente, davvero intelligente. Avevo la sensazione che l’animo non corrispondesse all’aspetto».
Rifaresti Sanremo?
«Probabilmente sì. Se penso che il primo l’ho presentato a 35 anni, una cosa assurda. Oggi lo farei con più leggerezza, con più serenità. Ma è una domanda di fantascienza, quindi rispondo per questo. Per fare Sanremo bisogna dotarsi di due cose: un’idea, perché altrimenti diventa uno show come tanti.
E, poi, devi essere saldo in te stesso. Altrimenti Sanremo fa impazzire. È una cosa troppo grande, e ti può venire la presuntuosa illusione che sia andata bene per merito tuo. Se è andato male sei stato tu, ma se è andato bene è in primo luogo per la storia, la tradizione. Se non sei saldo, Sanremo può farti sbroccare».
Hai paura del futuro? Gaza, Kiev, la violenza politica…
«Onestamente sì, per i miei figli. Mi chiedo però se il loro distacco dalla realtà, in qualche modo non li salverà. Perché consentirà loro di non credere a tutto quello che succede. Ma non so invece se cadranno in trappola, perché distratti non si renderanno conto che la realtà gli arriverà addosso come lo tsunami quando non te lo aspetti.
Prima che arrivi lo tsunami è tutto calmo e tranquillo e tu pensi che sia, che sarà così per sempre. Poi improvvisamente arriva l’onda e ti travolge. Ecco, io non so se loro saranno travolti mentre guardano il display o se invece quel display, quindi quella loro realtà, vincerà su quella di questi vecchi che governano il mondo e vogliono fare la guerra».
È vero che Mick Jagger ti deve dei soldi?
«Sì, caspita. Tanti anni fa, quando facevo Quelli che il calcio, volevo organizzare dei collegamenti strani e mi mandarono a Londra a parlare con un misterioso broker che si diceva conoscesse un sacco di gente. Morale: parto e vado a Richmond, il quartiere bene di Londra. Il tassista mi dice: “Ma lo sa che qui abita Mick Jagger?”. Arrivo a casa di questo signore e gli chiedo se è vero. Mi risponde: “Sì, sì, è un mio amico, più tardi arriva”.
Da quel momento ho pensato fosse un millantatore. A un certo punto, mentre siamo in giardino, entra una Mercedes verde station wagon. Cazzarola, era Mick Jagger. A quel punto non capivo più niente, avevo 80 gradi di temperatura corporea. Dopo un po’ l’ospite mi chiede: “Come fai a tornare a Londra?” Dico: “Prendo la metropolitana, visto che c’è”. Mick Jagger mi guarda: “Ti accompagno io in macchina”. Ho viaggiato con lui sino alla metropolitana di Richmond. Ero stupitissimo, si fermava a tutte le strisce, faceva passare tutte le vecchiette.
Mi aspettavo che Mick Jagger guidasse rock, invece no, sembrava Gianni Morandi. Quando scendiamo dalla macchina c’è il parchimetro e lui dice: “Porca miseria, non ho coin”. Premesso che mi sembrava sbagliato che Mick Jagger dovesse pagare il parchimetro, io istintivamente dico: “Te li do io”. E gli do questi soldi. Io però non gli ho mai detto che glieli regalavo. Nella mia testa gliel’ho prestati, sono ligure. Insomma non me li ha mai restituiti. Devo incontrarlo prima o poi, questa cosa va chiarita».
fabio fazio jovanotti che tempo che fa
fabio fazio 3
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