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I QUATTRO MINUTI PIÙ STRUGGENTI DELLA STORIA DEL ROCK – VIDEO: LA STRAORDINARIA INTERPRETAZIONE DI “UNCHAINED MELODY” BY ELVIS PRESLEY, QUALCHE MESE PRIMA DI MORIRE – PRIGIONIERO DEL SUO PERSONAGGIO, GONFIO E DEVASTATO DALLA DIPENDENZA DAI FARMACI, DALLA CATTIVA ALIMENTAZIONE E DAI PERSISTENTI PROBLEMI DIGESTIVI, IL “RE DEL ROCK” NON SI REGGEVA PIÙ IN PIEDI E PARLAVA A FATICA. MA QUANDO SI SEDETTE AL PIANO, LASCIÒ TUTTI SENZA PAROLE.... - VIDEO
Traduzione dell'articolo di Jazmin Kylene per www.collider.com, pubblicato l’11 dicembre 2025
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Se c’è un tratto che ha definito Elvis Presley più di ogni altro, sono state le sue esibizioni elettrizzanti, capaci di trascinare folle immense e di distinguerlo nettamente da tutti gli altri artisti della sua generazione.
Incoronato «Re del Rock and Roll», aveva una straordinaria capacità di diventare tutt’uno con la musica e di lasciarla attraversare il proprio corpo, quasi fosse un dono ricevuto da qualcosa di più grande di lui.
Portò quel talento fino alle estreme conseguenze, diventando una delle figure culturalmente più importanti del XX secolo e uno degli artisti musicali di maggior successo nella storia.
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Ancora più sorprendente è il fatto che, nel 1958, Presley fu chiamato a prestare servizio militare. Eppure, due anni dopo, tornò sulle scene e continuò a realizzare alcuni dei lavori di maggior successo commerciale della sua carriera, arrivando a vendere, secondo le stime, 500 milioni di dischi in tutto il mondo. Ma non riuscì sempre a restare al vertice.
La sua ultima esibizione televisiva di «Unchained Melody», nel 1977, poche settimane prima della sua morte prematura, è ancora oggi considerata una delle performance più emozionanti e strazianti della sua carriera.
Nella voce tremante si avvertivano chiaramente la fatica e l’emozione, quasi un presagio della tragedia che sarebbe arrivata di lì a poco. Ecco perché quell’ultima esibizione registrata e trasmessa in televisione è rimasta nella storia come uno dei più dolorosi addii di una grande star al proprio pubblico.
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Nel momento di massimo splendore della sua carriera, Elvis Presley era considerato uno degli artisti più provocatori e carismatici dell’industria musicale. Nonostante le numerose critiche rivolte al suo sound e al suo stile, accusati di essersi appropriati di elementi provenienti dalle comunità nere emarginate, continuò a esercitare un fascino enorme su una parte consistente del Paese.
Purtroppo, la sua vita fu segnata da una cattiva alimentazione, dalla dipendenza dai farmaci prescritti, da un cuore ingrossato e da persistenti problemi digestivi. Tutto questo finì per avere conseguenze devastanti e Presley morì per arresto cardiaco a soli 42 anni.
Prima della morte, però, salì ancora sui palchi di tutto il Paese per il suo ultimo tour. Una performance in particolare è rimasta nella memoria come forse la più triste e, allo stesso tempo, una delle più potenti. Il concerto del 21 giugno 1977 a Rapid City, nel South Dakota, fu registrato per uno speciale televisivo intitolato «Elvis in Concert», trasmesso poi dopo la sua morte, il 3 ottobre 1977.
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Durante lo spettacolo Elvis si sedette al pianoforte e cantò «Unchained Melody», dando l’impressione di raccogliere tutte le energie che gli erano rimaste. Il brano fu eseguito quasi da solo, con un accompagnamento ridotto al minimo.
Tutto ruotava intorno alla sua voce e al pianoforte, senza effetti o elementi spettacolari a distogliere l’attenzione. Proprio questa essenzialità rese l’esibizione particolarmente intima e personale.
Nonostante le sue condizioni di salute fossero ormai compromesse, la voce tremava ma riusciva ancora a spingersi in alto, ricordando per un’ultima volta al pubblico il suo talento straordinario e la capacità di riversare tutta la propria emotività nella musica.
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A quel punto della carriera, Presley era ormai diventato quasi un personaggio prigioniero della propria fama e dell’ossessione dei media. Si parlava di lui spesso con scherno e con poca attenzione alla persona che c’era dietro il mito. Se un tempo era sembrato incarnare il sogno americano, era ormai diventato per molti il simbolo degli eccessi, della dipendenza e degli abusi.
Quella performance lo mostra nel momento di maggiore fragilità: vulnerabile, ma ancora determinato a salire sul palco e a provarci. Senza rendersene conto, sembrava mostrare al mondo quanto fosse ormai distante dalla persona che era stato, pur conservando nella voce qualcosa di quella magia che lo aveva reso celebre.
Anche nel pieno delle sue difficoltà personali, Elvis continuava a possedere talento e una straordinaria profondità emotiva.
L’ultimo concerto di Presley si tenne il 26 giugno 1977 alla Market Square Arena di Indianapolis, ma quello di Rapid City fu l’ultima esibizione a essere registrata e trasmessa in televisione.
Sapendo che Elvis sarebbe morto appena sette settimane dopo, il 16 agosto 1977, quella performance assume oggi un significato ancora più doloroso per i suoi fan, che la considerano soprattutto come un ultimo saluto. Da icona mondiale del rock ’n’ roll a star di Las Vegas, fino all’ultimo tour, Elvis lasciò dietro di sé un intero Paese in lutto, affidando a «Unchained Melody» tutto quello che gli restava.
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