elke sommer

IL NECROLOGIO DEI GIUSTI - ELKE SOMMER, CHE SE NE È ANDATA A LOS ANGELES A 85 ANNI, HA RAPPRESENTATO NEI PRIMI ANNI ’60 LA RAGAZZA PERFETTA, ULTRA COOL, DELL’UNIVERSO DEGLI EUROSPY, MA ANCHE LA RAGAZZA CHE AVEVA LE CARTE IN REGOLA PER SFONDARE A HOLLYWOOD - BIONDA, ALTA, CON GLI OCCHI AZZURRI, UN VISO ESPRESSIVO E SIMPATICO, TEDESCA, MA IN GRADO DI PARLARE PERFETTAMENTE ITALIANO, FRANCESE E INGLESE, VENIVA DESCRITTA DAI GIORNALI AMERICANI COME “SOLIDA COME UNA MERCEDES E FRIZZANTE COME UNA VOLKSWAGEN…" - VIDEO

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Marco Giusti per Dagospia

 

elke sommer le bambole

Bionda, alta, con gli occhi azzurri, un viso espressivo e simpatico, tedesca, ma in grado di parlare perfettamente italiano, francese e inglese, descritta dai giornali americani come “solida come una Mercedes e frizzante come una Volkswagen”, Elke Sommer, che se ne è andata a Los Angeles, dove viveva dal 1964, a 85 anni, ha rappresentato nei primi anni ’60 la ragazza perfetta, ultra cool, dell’universo degli Eurospy, in grado di interpretare un capolavoro del genere come “Più pericolosa del maschio” con Richard Johnson e lo 007 americano “Missione compiuta stop bacioni – Matt Helm” con Dean Martin, ma anche la ragazza che aveva le carte in regola per sfondare a Hollywood.

 

Da mettere, cioè, accanto a Paul Newman nel thriller anticomunista “Intrigo a Stoccolma” di Mark Robson, o accanto a Stephen Boyd nel drammatico “Il tramonto di un idolo” di Russell Rouse, o a Peter Sellers nella strepitosa commedia di Blake Edwards “Uno sparo nel buio”, con tanto di scena sexy nel campo nudisti.

 

elke sommer peter sellers uno sparo nel buio

Quando passò dal mondo del cinema italiano, dove un produttore, pazzamente innamorato di lei, che penso sia Giovanni Addessi, che perse la testa anche per Maria Fiore, cercò di lanciarla in qualsiasi modo rimettendoci un capitale, a Hollywood, dove se la contesero da subito le majors, la Metro Goldwyn e la Universal, era ancora una bella ragazzina tedesca ventenne, ma già aveva fatto un numero incredibile di film tra Italia, Germania, Francia e Inghilterra, come volevano le regole delle coproduzioni.

 

elke sommer paul newman intrigo a stoccolma

“Il suo viso l’ha lanciata, il suo cervello le darà un futuro”, dichiarò nel 1963 ai giornali americani la mamma della giovane star, presenza un tantino ingombrante nella carriera dell’attrice, che neanche un anno dopo si farà fotografare per la prima volta nuda per “Playboy”. E tornerà a farlo nel 1967 e mel 1970 e nel 1978 per la rivista “Eros”.

 

Nata a Berlino, in piena guerra nel 1940, da un pastore luterano, il Barone Peter von Schletz, e da Renata Topp, si trasferisce con la famiglia, formata dai genitori e quattro sorelle, prima a Niederndorf poi a Erlangen, dove frequenterà una scuola famosa, il Gymnasium Fridericianum. Il padre la vede come il figlio maschio che non ha avuto, e vuole che la ragazza studi per diventare professoressa.

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Purtroppo il padre muore all’improvviso nel 1955, quando Elke ha solo 14 anni, e i sogni di farla studiare a Erlangen falliscono perché la madre, con cinque figlie, sprofonderà nella miseria. Riesce però a mandarla in Inghilterra con l’idea che impari almeno l’inglese come ragazza au pair. Lì farà anche la cameriera.

 

Quando tornerà, ripartirà per le vacanze in Italia con la madre a Viareggio. Invitata a ballare da un ragazzo italiano, si ritrova vincitrice del concorso Miss Viareggio 1958. La sua bellezza fa colpa su un certo Joseph Penotti, che le chiede di andare con lui e la mamma, ovviamente, a Roma per un provino cinematografico. Si fidano.

 

Parte e farà così il suo primo film, “L’amico del giaguaro” di Giuseppe Bennati con Walter Chiario e Isabelle Corey, seguito da “La Pica sul Pacifico” di Roberto Bianchi Montero con Tina Pica, “I ragazzi del juke-box” di Lucio Fulci.

 

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Bella, esuberante, giovanissima, con un visino incantevole, gira un film dopo l’altro in ruoli di svedese o tedesca facendo impazzire i produttori e alternando presto l’Italia alla Germania, dove gira “S.O.S. York!” (Das Totenschiff), di Georg Tressler con Horst Buchholz e “Il diavolo che uccide così? (Am Tag, als der Regen kam), un film di giovani violenti di Gerd Oswald con Mario Adorf e Gert Frobe, “Lampenfieber” di Kurt Hoffmann con Bernhard Wicki per poi tornare nuovamente in Italia per “Urlatori alla sbarra” di Lucio Fulci,

 

 “Uomini e nobiluomini, regia di Giorgio Bianchi con Vittorio De Sica, “Saffo, venere di Lesbo” di Pietro Francisci, e “Femmine di lusso”, prodotto da Angelo Rizzoli diretto da Giorgio Bianchi, dove divide la scena con le bellissime star straniere di Cinecittà, Belinda Lee e Sylva Koscina.

 

Solo nei suoi primi due anni di cinema gira una ventina di film, mettendo nel giro dei set anche l’Inghilterra con “Entrate senza bussare” (Don't Bother to Knock), di Cyril Frankel con Richard Todd e la Francia, dove girerà “Dolce violenza” (Douce violence), di Max Pécas e “Uno sconosciuto nel mio letto” (Un chieu dans un jeu de quilles) di Fabien Collin.

 

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Hollywood si accorge di lei, anche se gira i suoi primi film americani in Europa, come “I vincitori” di Carl Foreman, storia di soldati americani in Europa, con Geroge Hamilton, dove è una delle protagoniste assieme all’austriaca Senta Berger, e si detestavano, e “Intrigo a Stoccolma” (The Prize) di Mark Robson con Paul Newman e Edward G. Robinson.

 

Gira anche il suo primo film di spionaggio, lo stravagante “Agente speciale Eva: missione Sex” (Verführung am Meer) diretto dallo slavo Jovan Zivanovic con Peter Van Eyck. Per Hollywood è una bionda tedesca da portare in America assieme a Senta Berger, a Ursula Andress, a Romy Schneider, che sono da subito le sue principali rivali.

elke sommer sylva koscina in piu' micidiale del maschio

 Ma grazie al suo perfetto italiano, al caso può essere spacciato anche per italiana, come avverrà col ruolo di Maria Gambrelli in “Uno sparo nel buio” (A Shot in the Dark) di Blake Edwards, dove ottiene un nome in cartellone grande quanto quello di Peter Sellers, il protagonista. E subentra a prime scelte del calibro di Sophia Loren e Romy Schneider.

 

L’ultimo film che gira in Italia in quel periodo è lo scandaloso film a episodi “Le bambole”, dove a dirigerla è Luigi Comencini e Elke interpreta una fredda ragazza del nord che sceglie un maschio per procreare un figlio assolutamente senza padre. Trova anche il modo di tornare in Germania per l’euro-western “Là dove scende il sole” (Unter Geiern) di Alfred Vohrer con Stewart Granger e Pierre Brice, rivenduta come tipica americana.

 

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Nel 1964 si stabilisce a Los Angeles, si sposa col giornalista Joe Hyams, che l’ha immortalata sulle pagine di “Playboy”, cosa che la libera dal fastidioso meccanismo anti-immigrazione che la obbligava a stare un massimo di 180 giorni in America e gli altri in Europa.

 

E gira una commedia tutta americana, “L'arte di amare” (The Art of Love) di Norman Jewison con Dick Van Dyke e James Garner, un thriller, “La trappola mortale” (The Money Trap) di Burt Kennedy, il film dedicato alla corsa all’Oscar, “Tramonto di un idolo” (The Oscar) di Russell Rouse con Stephen Boyd, la modesta commedia con Bob Hope “Un bikini per Didi” (Boy, Did I Get a Wrong Number!) di George Marshall.

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Parla dell’Italia con parole non troppo simpatiche, “Gli uomini erano troppo aggressivi”, dirà in un’intervista del 1964, “E’ per questo che ho lasciato Roma. Ovunque andassi me li trovavo addosso. Volevo andare al mare e non poteva stare sola cinque minuti”. In realtà, malgrado l’impegno suo e della mamma per sfondare a Hollywood, non diventa la star di prima grandezza che si sarebbero aspettate.

 

Non sono un granché i film? Non è una grande attrice lei? La voleva Otto Preminger per un film che non verrà mai girato, “Genius”. Peccato. Certo, la Hollywood dei primi anni ’60 non è il massimo. Decisamente meglio muoversi nel mondo delle coproduzioni europee che civettano con le majors, e buttarsi nel genere degli eurospy e dei sotto 007.

ugo tognazzi, elke sommer, walter chiari in femmine di lusso

Eccola così in una serie di film di spionaggio che le daranno un certo successo, come “Suspense a Venezia” (The Venetian Affair) di Jerry Thorpe con Robert Vaughn, Luciana Paluzzi e Boris Karloff, il notevole “Più micidiale del maschio (Deadlier Than the Male) di Ralph Thomas con Richard Johnson, nello strampalato “Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm” (The Wrecking Crew) di Phil Karlson con Dean Martin e Sharon Tate.

 

In breve diventa un’attrice buona per le coproduzioni europee, come “Radiografia di un colpo d'oro” (Las Vegas, 500 millones) dello spagnolo Antonio Isasi-Isasmendi e i film con qualche ambizione di mercato americano, come “Zeppelin” di Étienne Périer o “e non ne rimase nessuno” di Peter Collinson, Gira un po’ di tutto, passando da “Il viaggio a Vienna” (Die Reise nach Wien), diretta da Edgar Reitz alla saga comicarola zozzona legata a Percy, il pisello da ridere, “ Ma il tuo funziona... o no?” (Percy's Progress) e “Il complesso del trapianto” (Percy), diretti da Ralph Thomas.

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Più interessante il rapporto che ha con Mario Bava, per il quale gira “Gli orrori del castello di Norimberga” e “Lisa e il diavolo”. “Amavo Bava con tutto il cuore”, dirà. “Era tutto per me: una figura paterna, una figura innamorata. Era molto silenzioso, silenzioso come possono esserlo gli italiani, ma aveva un'energia incredibile.

 

Parlava un inglese molto stentato, quindi parlavamo sempre in italiano”. Negli anni ’70 e ’80 girerà di tutto, ma perderà presto ogni desiderio e possibilità di diventare quella grande star che si pensava agli inizi, mentre le sue colleghe Senta Berger e Ursula Andress torneranno per sempre in Europa.

 

“Ho avuto una carriera meravigliosa”, dirà. “Ho fatto film di ogni genere e interpretato di tutto, da una prostituta a una suora. So di essere diventata una brava attrice grazie al mio lavoro teatrale e prendendo sul serio il mio lavoro, e vivendo più a lungo”.

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