DAGOREPORT – CHE SUCCEDERA' ALLA RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE QUANDO VERRA' RIPRESENTATA ALLA…
James Delingpole per “The Spectator”
Gli universitari americani Peter Boghossian e James Lindsay sono riusciti a farsi pubblicare su una rivista di scienza sociale l’articolo in cui sostengono che il pene non è un organo riproduttivo maschile ma solo un costrutto sociale, peraltro responsabile del cambiamento climatico.
Era chiaramente satirico, dietro lo studio si nascondevano in realtà uno studioso e un professore di filosofia della Portland University, ma alcuni esperti lo hanno definito notevole e eccezionale. I redattori della ‘Cogent Social Sciences’ non si sono accorti della balla e l’hanno pubblicata. Si intitolava “Il pene concettuale come costruzione sociale” e concludeva che “La letale ipermascolinità sostiene il materialismo neocapitalista, motore del cambiamento climatico”.
L’ispirazione dei due è stato l'affare Sokal, l’esperimento sociologico di Alan Sokal, professore di fisica alla New York University, che si prese gioco dei meccanismi di selezione dei contenuti di riviste culturali attraverso la pubblicazione di un falso articolo di filosofia. Voleva anche dimostrare che certe riviste umanistiche sono pronte a pubblicare qualsiasi cosa che riguardi ‘l’appropriato pensiero di sinistra’.
Gli autori anche stavolta hanno puntato sulle devozioni di moda a sinistra, sospettando che gli studi sul genere fossero azzoppati a livello accademico dal credo quasi religioso che la mascolinità sia la radice di ogni male. Perciò hanno scelto di usare un linguaggio dispregiativo verso gli uomini e i loro vizi, tipo il ‘manspreading’, il modo di sedersi con le gambe spalancate, ‘quasi a stuprare lo spazio attorno’.
La vicenda è divertente ma anche pericolosa, perché ci mostra che chi convalida le ricerche a volte non è preparato e che le ricerche fraudolente abbondano. Problemi simili esistono sulla questione del riscaldamento globale: un’industria della paura è stata costruita sulla nozione che il Co2 antropogenico sia responsabile di catastrofici cambiamenti climatici, eppure sono pochi gli scienziati a sostenere l’ipotesi, si convalidano l’un l’altro con recensioni amichevoli.
Generazione dopo generazione, i ragazzini impressionabili pagano soldi per studiare totali idiozie, sperando poi di costruirci su una carriera. Quando un argomento viene dirottato dal post-modernismo – e un campo nebuloso come il gender è particolarmente prono – la cultura diventa addirittura pericolosa. La bufala in questione ne è un esempio: invece di sentirsi imbarazzati dalla tesi espressa, gli esperti l’hanno trovata ‘empowering’.
I nostri figli passano quattro anni all’università, incoraggiati a rigettare la verità, la logica, il canone del pensiero stabilito. Dove porta la combinazione di arroganza e stupidità deleteria quando opera con movimenti politici e identitari aggressivi, basati su razza e genere?
Ultimamente al Pomona College gli studenti neri hanno dichiarato che la verità è uno strumento della supremazia bianca per silenziare gli oppressi. Gli studenti sudafricani hanno definito la scienza ‘un prodotto del razzismo’ che rigetta tradizionali alternative come la stregoneria. Ma nessuno dei due casi, purtroppo, è un sofisticato scherzo intellettuale.
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