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"L’ITALIA HA PERSO IL TRENO PER LO SVILUPPO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE" - PIERFRANCESCO ANGELERI, PRESIDENTE DI "ASSOSOFTWARE", CHE RAGGRUPPA LE AZIENDE ITALIANE CHE REALIZZANO SOFTWARE: "GLI STATI UNITI HANNO I COLOSSI DELL’IA, LA CINA LI SFIDA COSTRUENDO MODELLI AUTONOMI. NOI NON ABBIAMO UNA STRATEGIA" - "PERCHÉ NESSUNO, IN EUROPA, HA CHIAMATO LE GRANDI AZIENDE USA, CONTATO QUANTO FATTURANO SUL NOSTRO MERCATO E CHIESTO LORO DI INVESTIRE?"
Estratto dell'articolo di Filippo Santelli per "la Repubblica"
«L’Italia deve avere una strategia per la digitalizzazione del Paese e per lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale, invece al momento non ce n’è traccia», dice Pierfrancesco Angeleri, presidente di Assosoftware, la sigla che raggruppa le aziende italiane, piccole e grandi, vecchie e giovani, che realizzano programmi e applicativi digitali.
«Gli Stati Uniti hanno i colossi dell’IA, la Cina li sfida costruendo modelli autonomi, noi invece abbiamo completamente perso il treno del settore che sta crescendo di più».
Cosa manca?
«Guardi a quel che è successo qualche settimana fa in India. Il primo ministro Modi ha chiamato tutti i big della tecnologia e ha detto loro che quello è il posto adatto per sviluppare i loro prodotti. Ha mostrato una visione. L’Europa e l’Italia avrebbero dovuto fare lo stesso da tempo, invece di regolamentare e produrre paper».
GIORGIA MELONI BARBIE - IMMAGINE CREATA CON L INTELLIGENZA ARTIFICIALE BAIRBIE.ME
Non siamo grandi quanto l’India, e non abbiamo neppure milioni di informatici a basso costo.
«Il tema del costo non è più vero, tutto considerato la differenza non è superiore al 25%. L’Italia ha il capitale umano, le università. Perché nessuno ha chiamato le grandi aziende Usa, contato quanto fatturano sul nostro mercato e chiesto loro di investire?».
Il governo ha fatto un disegno di legge sull’IA, messo in piedi una serie di enti dedicati, affidato a Cdp risorse da investire in startup. Tutto sbagliato?
«Da quanto vedo, nessuna delle nostre imprese del software ha avuto impatti concreti. Qui si tratta di mettersi a sviluppare codice, creare fabbriche di software, incentivare le aziende».
L’idea prevalente in Europa, e anche in Italia, è che anziché inseguire gli Usa alla frontiera dei modelli di IA sia meglio lavorare sul piano dell’integrazione nel tessuto industriale. È corretto?
«In Italia la manifattura vale il 20% del Pil, i servizi quattro volte tanto. È lì, sui beni intangibili, che bisogna puntare per far crescere la produttività del Paese. Non si possono certo inseguire le aziende americane alla frontiera, ma bisogna prendere i modelli di IA, magari quelli aperti, e metterli in pratica costruendo degli agenti specifici per le nostre aree di competenza. Altrimenti le soluzioni che implementeremo saranno quelle degli altri».
I nuovi incentivi di Transizione 5.0 prevedono anche una parte per il software. Non va bene?
«Non basta, perché si tratta sempre e solo di software legati alla manifattura. Dovremmo invece replicare un incentivo come quello spagnolo, un voucher digitale di cui hanno beneficiato 100mila imprese e che ha fatto fare un balzo avanti notevole alla digitalizzazione del Paese. Avevamo proposto una misura simile per Transizione 5.0 ma purtroppo non è stata accolta». [...]
europa e intelligenza artificiale 3
GIORGIA MELONI - SUMMIT SULL INTELLIGENZA ARTIFICIALE
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