jeff bezos washington post

“POST” VERITÀ – JEFF BEZOS È UN CAFONE ARRICCHITO CHE LICENZIA CON UNA MAIL 300 GIORNALISTI, MA LA CRISI DEL “WASHINGTON POST” NON È COLPA SUA. NEL 2013 SALVÒ LO STORICO QUOTIDIANO DAL FALLIMENTO, RILEVANDOLO PER 250 MILIONI (COMPRESO UN ROSSO DI 49), E PER ANNI FU OSANNATO DALLA REDAZIONE. POI, C’È STATO L’AVVICINAMENTO A TRUMP E I RAPPORTI CON I GIORNALISTI SONO DIVENTATI ALGIDI – CERTO, IL METODO CON CUI HA CHIUSO INTERE SEZIONI (CANCELLANDO LE SEDI ESTERE) E' BRUTALE - IL CORRISPONDENTE DA ISRAELE, GERRY SHIH: “CI HANNO LICENZIATI MENTRE SIAMO ANCORA SUL CAMPO, QUALCUNO ADDIRITTURA IN PIENA ZONA DI GUERRA…”

Vai all'articolo precedente Vai all'articolo precedente
guarda la fotogallery

LA CRISI DEL “WASHINGTON POST” NON È SOLO COLPA DI QUEL CATTIVONE TRUMPIANO DI JEFF BEZOS – LO STORICO QUOTIDIANO DEL “WATERGATE” IN QUESTI ANNI HA FALLITO LA PROVA DELLE NUOVE TECNOLOGIE ED È RIMASTO ANCORATO A UN VECCHIO MODO DI FARE IL GIORNALISMO (LA SOLITA RETORICA DELLE SUOLE CONSUMATE). NEL FRATTEMPO SONO NATE E CRESCIUTE PIATTAFORME INNOVATIVE COME “AXIOS”, “SEMAFOR”, “THE HILL”, CHE SI OCCUPANO DI POLITICA, SONO PIENI DI NOTIZIE E HANNO STRUTTURE MOLTO SNELLE (NON 800 GIORNALISTI COME IL “POST”)

https://www.dagospia.com/media-tv/crisi-washington-post-non-e-colpa-quel-cattivone-trumpiano-jeff-bezos-463037

 

 

washington post 1

1 - DAL WATERGATE AI LICENZIAMENTI COSÌ BEZOS HA AFFONDATO IL POST

Estratto dell’articolo di Gianni Riotta per “la Repubblica”

 

La sera dello storico discorso di insediamento alla Casa Bianca, 20 gennaio 1961, con l'appello «non chiedete cosa il Paese farà per voi, ma quel che voi farete per il Paese», il presidente John Kennedy sfuggì ai –10 gradi di Washington, correndo a casa dell'amico Joseph Alsop, editorialista del Washington Post. […] Alsop, oltre a essere grande firma del Post, lavorava di nascosto per la Cia […].

 

Solo dieci anni dopo, tutto era mutato. Ben Bradlee, direttore del Washington Post, che da cronista era stato amico intimo del giro Kennedy, decise di pubblicare i Pentagon Papers, i dossier dell'istituto Rand che denunciavano bugie di democratici e repubblicani sul Vietnam, aprendo uno scontro fatale con Richard Nixon e il fido consigliere Henry Kissinger, culminato con gli scoop della coppia di ragazzi cronisti, Bob Woodward e Carl Bernstein, il Watergate, le dimissioni umilianti del presidente, la gloria di Hollywood con Robert Redford e Dustin Hoffman nella parte dei reporter e Jason Robards, da saggio Bradlee.

 

Era il 1974, la scuola di giornalismo alla Columbia University registrò il boom di iscritti, il Post sogno di una generazione.

 

lauren sanchez jeff bezos

Quanto tempo, quanta politica, quanta malinconia dai quei "Glory Days", come li chiama in una triste mail alla redazione del Washington Post un collega licenziato. Sono in 300 su 800 i cacciati, fra loro inviati in prima linea, Ucraina e Gaza, stelle dei social media con milioni di follower, volti e firme cari in America.

 

Jeff Bezos aveva comprato la testata nel 2013, per 250 milioni di dollari, dagli ultimi, stanchi, rampolli della famiglia Graham, editori per 80 anni. Certo che il tocco magico dei pacchi marrone di Amazon si riversasse sulla carta stampata, Bezos aveva lasciato apporre sulla testata, nel 2017, il motto "La democrazia muore al buio", annunciando duelli con il neopresidente repubblicano Donald Trump.

 

La storia non si ripete mai, tuttavia, e quando Trump torna alla ribalta, nel 2024, Bezos […] prima nega il classico endorsement alla candidata dem Kamala Harris, poi, come Zuckerberg di Facebook, Musk di SpaceX e gli altri, piega il ginocchio alla Casa Bianca, stile vassalli di Trono di Spade.

 

sede del washington post

[…] È evidente, lo stesso miliardario ne scrisse nel 2024, che i quotidiani stanno cambiando business model, lamentano l'azzeramento dei contatti via Google, soffrono l'Ai e un'opinione pubblica polarizzata. Una gloria come il Post, tuttavia, alla Guardian, Financial Times ed Economist nel Regno Unito, e New York Times e Wall Street Journal in America, può rinascere, dall'online, a blog e podcast, perfino a chatbot dedicate.

 

TWEET CONTRO IL WASHINGTON POST DI MATT WALSH, COMMENTATORE DI DESTRA

Lo studioso di Ai e media Francesco Marconi, nel suo prossimo saggio, "The Power of First", anticipa la strategia dei media a venire: superare le news per dare al pubblico la narrativa degli eventi in formazione, il contesto, ancor prima di mercati, politica, think tank.

 

E chi meglio di Bezos, l'uomo che grazie agli algoritmi di Amazon conosce i nostri gusti, ritmi, culture e desideri, poteva usare questi nuovi strumenti di analisi della realtà, corroborati dall'equanimità del miglior giornalismo?  […]

 

donald trump tiene in mano una copia del washington post 6 febbraio 2020

2 -  GRANDI PIANTI PER I LICENZIAMENTI AL WASHINGTON POST, MA NON È BEZOS AD AVER UCCISO IL GIORNALISMO

Estratto dell’articolo di Maurizio Crippa per “il Foglio”

 

[…] Okay c’è Trump, eccetera. Ma che il declino della democrazia americana faccia data dall’acquisto della ex Turris eburnea dell’informazione della cultura e della politica liberal da parte del miliardario che ci ha donato i pacchi a casa è una belluria e una stupidaggine.

 

[...] Forse invece il declino della democrazia americana formato famiglia Graham risiede in troppa retorica di parte, la affermative action, in quegli endorsement presidenziali compulsivi, persino per Jimmy Carter.

carl bernstein e bob woodward

 

Campagne di stampa che hanno eroso a poco a poco la credibilità presso il popolo, famosa mala bestia. O forse, più semplicemente, l’informazione non dipende più dalla stampa. [...]

 

[…] Okay, si può pensare male di Bezos, del resto uno che si sposa a Venezia con una festa più kitsch del Festival di Sanremo (ma paga lui) può risultare antipatico. E licenziare in tronco i dipendenti non è mai elegante. E poi adesso è amico di Trump, impalatabile. Ma il grande scandalo dell’omicidio del Giornalismo, anche meno.

 

jeff bezos lauren sanchez

Del resto il WaPo lo mantiene dal 2013, non da ieri, John Elkann ancora si occupava di macchinine. Lo acquistò per 250 milioni, compreso un rosso di 49 milioni, insomma lo salvò. Ora ne perde altri cento, e siamo liberi di dare la colpa (anche) ai 250 mila abbonamenti fuggiti in un attimo quando a Bezos venne in mente di vietare l’endorsement per Kamala Harris.

 

Ma il prestigio del giornalismo cane da guardia, depositario di una verità parziale sì, ma incontendibile, è un tantino sorpassato. Un saggio che sta facendo discutere in America si intitola “How AI Destroy Institutions”, ma prima di distruggere le istituzioni algoritmi e media digitali hanno svuotato l’aura sacrale.

 

washington post 3

L’opera giornalistica nell’epoca della sua riproducibilità algoritmica, direbbe quello. L’opinione pubblica è facilmente manipolabile. Ma ai tempi del maccartismo internet non c’era. E’ cambiato il modo di produrre e consumare informazione, del resto il concetto di obiettività della stampa era già dubbio ai tempi di Walter Lippmann.

 

[…] Che c’è da temere da Bezos? Non sarà specchiarsi nei suoi licenziamenti, per sognare che la crisi dei nostri giornali è colpa dei fascisti, a salvare un mestieraccio che per il pubblico ha smesso di essere utile.

 

redazione washington post

3- GERRY SHIH - NOI, REPORTER CACCIATI VIA MAIL AL LAVORO IN ZONE DI GUERRA CI RESTANO DUE MESI DI PAGA

Estratto dell’articolo di Anna Lombardi per “la Repubblica”

 

Sono scioccato. È arrivata una mail e, poco dopo, ero già fuori dal sistema aziendale.

Disoccupato, nonostante impegni presi e tanti fatti da raccontare».

 

Gerry Shih è l'ormai ex capo dell'ufficio di Gerusalemme del Washington Post. […] Insieme ad altri trecento colleghi è stato licenziato in tronco mercoledì.

 

Gerry Shih

Se l'aspettava?

«C'erano voci di potenziali grossi tagli […]. Sapevamo che sarebbe stato brutto ma non così: ci aspettavamo tagli amministrativi. Hanno tenuto tutto segreto fino all'ultimo e la portata ci ha presi alla sprovvista: hanno tagliato il 90 per cento delle sedi di corrispondenza a livello globale».

 

Ha sentito i suoi colleghi?

«Siamo tutti di pessimo umore. Ci hanno licenziati mentre siamo ancora sul campo, qualcuno addirittura in piena zona di guerra. Non ce ne capacitiamo».

 

[…] Cosa può aver determinato una decisione così estrema?

Jeff Bezos parla ocn John Elkann alla Italian Tech Week - Foto Lapresse

«Nonostante le perdite, Il nostro editore, Jeff Bezos, aveva i mezzi per sostenerci senza tagli così drastici. Molti sospettano intenti politici, ma io non sono convinto. Se hai un'agenda politica rimuovi alcuni redattori, chiudi certe sedi: non elimini tutta la copertura internazionale, cancellando il resto del mondo. Mi sembra piuttosto che si vada verso una diversa idea d'informazione. Quale, non so».

 

[…] E ora che succede?

«Ci danno due mesi di stipendio, ma siamo già tutti fuori del giornale. Una sensazione surreale: ho ancora la testa piena dei progetti a cui stavo lavorando».

 

Ha un piano B?

«Come la mia collega a Kiev, resterò qui ancora un po', cercando lavoro come freelance. Nei prossimi giorni potrebbero accadere cose importanti: una guerra con l'Iran, il riesplodere della situazione a Gaza. Sarebbe strano esserci senza raccontare»  […]

THA WASHINGTON POSTWill Lewis e Robert Winnett - washington postTHA WASHINGTON POSTmatt murray jeff bezos