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Lettera di Roberto Cotroneo a Dagospia
Caro Dago,
perdonami, ma ho ben resistito alla tentazione di non twittare, di non feisbuccare, di non commentare Sanremo come fosse il noumeno, la cosa in sé che spiega il paese, la politica, il futuro, i nostri sogni, le nostre paure, il nostro passato: restaurazione e nostalgie canaglie, il baudismo 2.0 di Conti, e le vallette che non sono vallette, Sanremo intelligente e radical chic versus Sanremo normalizzato, dove tutto è in equilibrio e dove tutto è normale.
E ancora: la nuova Rai, la nuova gara, il nuovo conduttore, il vecchio caro Ariston, la nuova Dc. Ai nostri editorialisti e ai twittaroli del nostro mondo mediatico non gli pareva vero di intasare le pagine dei giornali e le timeline. Ma la verità è che Sanremo è Sanremo come diceva Pippo Baudo, ed è una gara canora unita a uno spettacolo televisivo. Non è specchio, non è sociologia, non è una lettura da Annales dei poveri, come fanno in troppi.
Se il particolare della nostre vite sono Albano e Romina, allora Aby Warburg quando diceva che nel particolare si nasconde il buon Dio, aveva torto. Ma capisco che per gli editorialisti dell’ultima ora (e quelli di una prima ora che non passa mai) tutto questo è fantasticamente commentabile, con fiumi di metafore che hanno la stessa efficacia dei fiumi di parole dei sempre ricordati Jalisse. Con la stima di cui sai.
arisa carlo conti emma marrone
Roberto Cotroneo
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