LA ROMA DEI GIUSTI – “LA SERA A ROMA”, ULTIMO FILM SCRITTO E DIRETTO DA ENRICO VANZINA, TRATTO DAL SUO BELLISSIMO LIBRO OMONIMO DI ORMAI OTTO ANNI FA, È UN FILM SUL TEMPO, QUELLO CHE CI RESTA, QUELLO CHE SCORRE INEVITABILMENTE, MA ANCHE SUL TEMPO CHE CI DIVIDE DAI TEMPI MIGLIORI CHE CI SEMBRANO ORMAI PASSATI - DIVENTATO FILM, “LA SERA A ROMA” PERDE IL SUO ASPETTO PIÙ SOFISTICATO DI RACCONTO FUORI MODA SU UN MONDO PERDUTO. MA ACQUISTA DA UNA PARTE QUELLA QUALITÀ DI GENERE CHE GLI VIENE DA UN CAST TOTALMENTE VANZINIANO, E DA UN’ALTRA PARTE, UNA FORZA DA GIALLO, CON UNA SCENEGGIATURA CHE SI IMPONE ANCHE SUL FILM, MENTRE NEL LIBRO SEMBRAVA QUASI UN PRETESTO PER IL VIAGGIO DECADENTE TRA I NOBILI…

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Marco Giusti per Dagospia

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“La sera a Roma”, ultimo film scritto e diretto da Enrico Vanzina, tratto dal suo bellissimo libro omonimo di ormai otto anni fa, che avrebbe dovuto essere almeno candidato al Premio Strega, per la flemma che ha il suo protagonista nell’attraversare i salotti romani e per la descrizione accurata del mondo del mondo dei nobili romani tra cene e feste pre-Cafonal, si apre con un doppio omaggio, “ai film di melodramma e di genere…”, e con una serie di dotte citazioni alle quali è preferibile la considerazione del protagonista giornalista, ovviamente de “Il Messaggero”, che scrive un trafiletto su “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino.

 

“Non è un film su Roma, è un film sul tempo…”. Nemmeno questo, forse, è un film su Roma, ma sul tempo. Quello che ci resta, quello che scorre inevitabilmente, si parte con l’autunno e si avanti con le stagioni, ma anche sul tempo che ci divide dai tempi migliori che ci sembrano ormai passati. Chi ci può dare oggi l’ironia di Mario Monicelli?, si chiede il protagonista. E chi può parlare oggi in un film di “caccia al cinghiale a Sutri”.

 

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Ci mancano i Vanzina, ci mancano i loro film in coppia, le loro divagazioni sui generi, l’ironia di messa in scena che Carlo aveva mediato dai grandi vecchi registi della commedia, a cominciare da suo padre Steno. Diventato film, con Massimo Ghini protagonista come il giornalista/sceneggiatore che si ritrova invischiato in un delitto che piano piano lo rende sempre più parte del plot, se non complice, che spettatore, “La sera a Roma” perde il suo aspetto più sofisticato di racconto fuori moda su un mondo perduto.

 

Anche se rimane la citazione sullo snobismo del marchese di Bedford (“Il piacere di guardare gli altri dall’alto verso il basso. E il mondo è costruito talmente bene che troviamo sempre qualcuno da guardare dall’alto verso il basso”). Ma acquista da una parte quella qualità di genere che gli viene da un cast totalmente vanziniano, Da Ghini a Martina Stella, la bella Giulia, diventata nobile sposando un nobile che lei ovviamente tradisce.

 

Dal commissario di Carlo Buccirosso al capo redattore di Ricky Memphis, che non va a vedere i film scritti da Ghini (“…du’ palle”). Da una rediviva Florence Guerin, che ora si chiama Florence Nicolas, come moglie di Ghini a Rocio Munoz Morales come sua giovane amante. Da una scelta accurata dei ricchi a cena, interpretati da Luca Ward, perfetto, a Vittorio Viviani, che ruba la scena a tutti come il nobile napoletano Roffredo.

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E acquista, da un’altra parte, una forza da giallo, con una sceneggiatura che miracolosamente tiene fino alla fine. E che alla fine si impone anche sul film, mentre nel libro sembrava quasi un pretesto per il viaggio decadente tra i nobili. La storia vede il ricco e potente Luca Ward, invitare a pranzo il giornalista “comunista” Massimo Ghini per chiedergli il piacere di dare una mano a un suo giovane amico di famiglia. E di valutarne il talento. Il giornalista lo vede.

 

Pensa che sia un altro inutile giovanotto venuto a Roma in cerca di fortuna privo di talento. E lo dice al ricco amico, che forse è qualcosa di più. Poche ore dopo il giovanotto viene trovato ucciso con due colpi di pistola a casa sua. Il commissario Carlo Buccirosso indaga. Il caporedattore Ricky Memphis indaga.

 

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E Ghini si ritrova al centro del ciclone. Perché scopre che la sua amante, si vedono due volte al mese ma ha trent’anni in meno di lui, potrebbe essere incriminata, perché faceva triangoli amorosi con il defunto giovane attore e la sua fidanzata. Che forse era anche la fidanzata di lei. E la sua amica Giulia, Martina Stella, ha molto da nascondere.

 

E la cugina di Giulia, Nicoletta Romanoff, pure. E presto si ritrovano tutti in mezzo alla storia. Il resto ve lo vedete. Non tutto funziona, e c’è qualche citazione di troppo. Ma il meccanismo giallo non solo funziona, ma rinforza la struttura del film. A parte qualche numero di gran talento, penso a Buccirosso e Viviani, che ancora ricordo come Dracula napoletano in una pubblicità di una ventina d’anni fa, ma anche Florence Guerin è una sorpresa e Martina Stella ha ancora il broncio giusto, il cast è r.iuscito.

 

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Ghini, a 72 anni, la mia età, riesce a essere credibile e a reggere tutto il peso del film con la giusta leggerezza. Ha retto il biopic su Ennio Doris, figurarsi… Perde, ovvio, un po’ della scrittura del romanzo, ma acquista la dinamicità del film di genere. Ma rimane, con la citazione de “La grande bellezza” e l’apparizione finale di “Un giorno come l’altro (…il tempo se ne va”) di Luigi Tenco, un film malinconico sul tempo che se ne va. E sulla bellezza di Roma. Lo vedremo solo in aprile…

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