DAGOREPORT – CON SALVINI ALLE CORDE, TAJANI ALLO SBANDO, VANNACCI IN AGGUATO, BASTEREBBE UNA…
LA VENEZIA DEI GIUSTI – “JOIE DE VIVRE" NON È UN DOCUMENTARIO. È UN FILM, UN OMAGGIO, UN SAGGIO IN CONTINUA EVOLUZIONE, CHE LUCA GUADAGNINO HA DEDICATO AL SUO MAESTRO, BERNARDO BERTOLUCCI, E A COSA POSSA SIGNIFICARE PARLARE OGGI DEI SUOI FILM E DEI FILM CHE HA AMATO E CHE TANTI DI NOI, CRITICI O REGISTI, ABBIAMO PIÙ O MENO AMATO CON LUI, PRIMA DI LUI E DOPO DI LUI - PER FARLO LUCA HA BISOGNO DI CONFRONTARSI CON MAESTRI DEL CINEMA, MA ANCHE CON GLI AMICI, UNENDO MOMENTI ALTISSIMI A ALTRI PIÙ INGENUI, CHE RAPPRESENTANO FORSE IL PERCORSO DI UN FILM CHE CERCA DI FARSI, DI REINVENTARSI MENTRE SI GIRA - NESSUNO È RIUSCITO A ESPRIMERE AL CINEMA COSÌ TANTA GIOIA DI VIVERE, PROPRIO PARTENDO DALLA CARNE, DALLA TERRA, DALLA REPRESSIONE, COME BERTOLUCCI… - VIDEO
Marco Giusti per Dagospia
Mi rendo conto che dopo sette ore di visione senza pause ho preso un bel po’ di appunti. Appunti, che da soli, potrebbero dare vita a mille possibili estensioni e digressioni che porterebbero a qualcosa di ancor più lungo e maestoso del già lungo e maestoso documentario che ho visto, ma non è un documentario,
è un film, un omaggio, un saggio in continua evoluzione, che Luca Guadagnino ha dedicato al suo maestro, Bernardo Bertolucci e a cosa possa significare parlare oggi dei suoi film e dei film che ha amato e che tanti di noi, critici o registi, abbiamo più o meno amato con lui, prima di lui e dopo di lui, “Joie de vivre. Appunti, pensieri, parole, riflessioni, volti, visioni su Bernardo Bertolucci e la cinefilia del 20° secolo che non esiste più”.
Già nel titolo, come spesso accade, c’è la sostanza di quel che vedremo e il finale della storia. La nostra vita e la nostra morte. Cioè la storia della nostra passione e la fine della cinefilia del 900 che ci ha perseguitato e guidato per tanti anni. Una cinefilia fatta di puro piacere, di desiderio, di realizzare o vedere sullo schermo qualcosa che sia, citando Nicholas Ray, Bigger than life.
luca guadagnino bernardo bertolucci
“Quante volte ancora vedremo sorgere la luna?”, si chiede Paul Bowles alla fine de “Il tè nel deserto”, definendo così la nostra vita, il suo senso, e il tempo che ci rimane per provare ancora un piacere che ci sembra misteriosamente eterno. Come quello che provavamo da ragazzi e spesso proviamo ancora vedendo i grandi film del 900.
“Nel piacere non c’è sempre gioia”, è la frase di Max Ophuls che ci lega al piacere come pratica estetica e morale, un piacere che tutti i registi e i critici interpellati da Luca dicono di aver provato e provare vedendo i film di Bertolucci. Da Martin Scorsese a James Gray, da David Cronenberg a Kirill Serebrennikov, da Catherine Breillat a Margot Robbie.
Cosa ho provato vedendo per la prima volta “Il tè nel deserto”? La stessa cosa che ho provato vedendo per la prima volta il deserto in “Lawrence d’Arabia” di David Lean. “Fare cinema è parlare di sé stessi”. “Le persone devono essere fedeli a sé stesse”. “Essere lui o essere come lui”. James Gray parla del desiderio.
Un desiderio che ne “Il conformista” da desiderio sessuale represso della borghesia protofascista, o forse solo dall’autorità paterna, diventa il desiderio di essere repressi sessualmente. Del resto l’omosessualità repressa è la chiave di tutti o quasi i protagonisti dei suoi film, una chiave che unisce Depardieu e De Niro in ”Novecento”, Kit e Port ne “Il tè nel deserto”, il Trintignant de “Il conformista”, per non parlare di Marlon Brando nell’”L’ultimo tangio”.
Fino a arrivare al convivere con il senso di colpa. O a morirne come possibile catarsi. E la frase chiave che Bernardo dirà in un programma tv americano di fronte alla violenza esercita su Maria Schneider in “Ultimo tango a Parigi” ci illumina ancora di più. “Mi sento in colpa, ma non mi pento. Per raggiungere un risultato bisogna essere liberi”.
Nessuno, in verità, nemmeno lo stesso Bertolucci, capovolge la situazione della violenza. Anzi, dichiara la sua colpa. Per lui necessaria. La libertà assoluta è anche quella che Luca cerca in questo documentario infinito che punta alla carne, alla sostanza, del cinema dell’adorato Bernardo e del suo legame totale che questo cinema ha con la cinefilia. Una cinefilia che Bertolucci pratica sia da spettatore che da regista.
Per farlo Luca ha bisogno di confrontarsi con maestri del cinema, ma anche con gli amici. La sceneggiatrice Francesca Manieri, Carlo Antonelli, Cristina Piccino. Ha bisogno di sfuggire al cinema e girare come un ragazzino con i cellulari. Unendo momenti altissimi a altri più ingenui, ma che rappresentano forse il percorso di un film che cerca di farsi, di reinventarsi mentre si gira, seguendo l’indicazione del cinema come “porta aperta” di Jean Renoir.
Ma l’intervista al vecchio e malato Jeremy Thomas, produttore de “L’ultimo imperatore”, “Il tè nel deserto” e degli ultimi film di Bertolucci, per me è già leggendaria. Basterebbe il momento di quando mostra a Luca i bozzetti di Ken Adam per “L’ultimo imperatore”. Ci lavorò sei mesi per essere poi sostituito da Nando Scarfiotti e Gianni Silvestri che, secondo Jeremy Thomas, in fondo erano più giusti per il cinema di Bernardo, fatto da un gruppo di amici molto unito.
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Amici che lo lasceranno tragicamente tutti molto presto. E che aprono un file, anche doloroso, che Luca non apre. Del resto sono tanti i file che lascia là, come mine inesplose, che ci lasciano col desiderio di saperne di più, oltre le sette ore… Solo seguendo le storie e i rapporti con Kim Arcalli, Enzo Ungari, Gitt Magrini, il fratello Giuseppe potremmo farne altre sette, otto, dieci ore in più.
E tutta la lunga parte dedicata a “Ultimo tango”, il più grande incasso del cinema italiano del 900, assieme al “Decameron” di Pasolini, e al caso terribile della violenza a Maria Schneider, è una meraviglia. Capiamo, in maniera definitiva, perché lo dice proprio Bernardo, che furono lui e Brando a volerla, a scegliere di non dire nulla alla giovane attrice. Per vedere che reazione avrebbe avuto. E’ violenza? Sì, lo è.
La violenza del cinema di allora, va detto, di Samuel Fuller, di Riccardo Freda… Fanno la stessa cosa nella scena della scopata in piedi che Bertolucci descrive quasi frame by frame nel vecchio programma di Tele+ condotto da Tatti Sanguineti. E, rispetto alla scena di sodomia, è Catherine Breillat, favolosa, a spiegare che non fu tanto girare la scena in sé, ma i commenti che nacquero da subito sul set e l’effetto a valanga che la scena ebbe in tutto il mondo a sconvolgere Maria Schneider.
Mark Cousins, storico e critico, lo dice per tutti noi. E’ violenza. E Bernardo sbagliò, sarebbe bastato che lui e Brando l’avessero invitata a parlarne con loro per risolvere la questione. Nel 900 si faceva cinema di maschi per maschi, lo sapevamo. Anche se facevamo finta di non rendercene conto. Quello che cerca Bernardo, ma qui lo vediamo in maniera più forte, perché Luca ci mostra proprio le scene madri dei suoi film, è filmare la carne. Facendo esplodere come mine i sentimenti e i corpi.
Come nel suo primo corto, girato a 16 anni, “La morte del maiale”. Del resto la morte del maiale è un momento chiave anche di “Novecento”, altro film al centro di molte polemiche e di processi infiniti tra noi giovani critici anche allora. E nello stesso “Novecento”, Mark Cousins riconosce che il personaggio di Donald Sutherland, Attila, è davvero troppo. Perché doveva farlo anche gay? Non bastava quello che già ci aveva fatto vedere come orrore e violenza e fascismo? No doveva inserire il ragazzino che guarda e farlo uccidere da Attila.
Luca aggiunge una pagina interessante che non ricordavo. La morte del ragazzino è un rimando preciso al delitto Lavorini, un delitto terribile nato negli ambienti di estrema destra di Viareggio, quasi citato nel film.
Ma anche quella scena, torna a scavare nella carne e nel cuore di un cinema che, lo ammetto, un po’ avevamo rimosso, ma che anche allora ci “disturbava”, e che andava forse riportato nel momento storico, non solo cronachistico, degli anni ’70, tra un Oshima e un Ferreri, un Pasolini e l’arrivo dei grandi slasher americani di Wes Craven e Tobe Hooper.
Ma il film di Luca non vuole arrivare solo lì. Cerca di parlare di “La tragedia di un uomo ridicolo” intervistando Gherardo Colombo nella sua casa milanese. Non è un momento meno camp, con Luca in calzoni corti, della descrizione dei movimenti di macchina che diventano momenti ideologici nel cinema militante.
bernardo bertolucci la tragedia di un uomo ridicolo
Tanto cinema di allora, visto proprio a Venezia tra la fine degli anni 60 e i primi 70, rischiava il ridicolo in questo senso. Ricordate “La caduta degli angeli rtibelli” di Marco Tullio Giordana? Per non parlare dei critici di allora. Aiuto! “La critica è sempre stata ideologica”, dice a un certo un regista, “il problema è che non sa di esserlo”. Non so se è vero.
Ma certo anche il giovane cinema del tempo, penso alla Nouvelle Vague e al Cinema novo brasiliano, erano totalmente legati alle ideologie. E si diventava fascisti, reazionari solo a rubar la donna a un regista. Come accadde a Rogerioi Sganzerla e a Julio Bressane che rubarono Helena Inez a Glauber Rocha e ne fecero la musa dei loro film meravigliosi. E Glauber li additò come uomini della Cia. Altro che John Malkovich e Sam Rockwell.
bernardo bertolucci john malkovich il te nel deserto
E il cinema di Bernardo, con tutta la voglia che aveva di trasgredire, tradire, capovolgere sessi e sentimenti e ragionamenti, faceva parte di questo grande gioco ideologico sentimentale e ne faceva le spese. Penso solo a “Strategia del ragno”, il film sul tradimento, legato a filo doppio con “Allonsanfan” dei Taviani.
Edoardo Bruno fece un intero numero della sua rivista, “Filmcritica”, a riguardo. Il tradimento ideologico era la chiave perfetta per costruire una nuova narrazione cinematografica. Bernardo arrivò anche a tradire i suoi amici del Cinema Novo, cosa che Glauber Rocha non gli perdonò. Anche se lo stesso Glauber, non troppo tempo dopo, tradì non poco il movimento.
Ma fu proprio Bernardo, presidente della giuria a Venezia nel 1983, a premiare con il Leone d’Oro “Prénom Carmen” di Jean-Luc Godard, ristabilendo così l’ordine delle cose. E, alla fine, dopo tanto sangue e sesso e desiderio e piacere, dopo tanti figli incapaci di crescere che uccidono i padri e si legano violentemente alle madri, le immagini che ci rimangono più impresse dei film di Bertolucci dentro al film di Guadagnino, sono immagini di gioia del vivere.
Perché, è vero, nessuno è riuscito a esprimere al cinema così tanta gioia di vivere, proprio partendo dalla carne, dalla terra, dalla repressione, come Bertolucci. E già rivedere certe scene e sentire quella libertà di espressione, in completa contraddizione con quello che si pensa e si dice (ancora Nicholas Ray… “mi contraddico, sì, mi contraddico”) ci riporta al cuore, alla carne di quel che abbiamo vissuto. Il secolo scorso.
bernardo bertolucci luca guadagnino
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La tragedia di un uomo ridicolo di Beranrdo Bertolucci
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