la ragazza con la leica

LA VENEZIA DEI GIUSTI - MALE HA FATTO ALBERTO BARBERA A NON METTERE IN CONCORSO UN FILM FORTE E DI GRANDI POSSIBILITÀ COME “LA RAGAZZA CON LA LEICA” DI ALINA MARAZZI, CHE APRE OGGI LA SEZIONE ORIZZONTI - MALE PERCHÉ È UN BIOPIC SULLA FIGURA PER NULLA COSÌ NOTA DELLA FOTOGRAFA GERDA TARO, DI GRANDE FINEZZA INTELLETTUALE E DI GRANDE RIUSCITA, PUR CON UN BUDGET LIMITATO. E DIMOSTRA CHE NON È VERO CHE MANCANO I BUONI FILM DIRETTI DA DONNE - LE GRANDI FOTOGRAFIE DI ROBERT CAPA E GERDA TARO FORNISCONO ALLA REGISTA UNA CHIAVE ASSOLUTAMENTE INEDITA E INVENTIVA PER LA RICOSTRUZIONE DELLA SUA STORIA, CHE È UNA STORIA PERSONALE, UNA STORIA DI GUERRA E UNA STORIA D’AMORE… - VIDEO

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Marco Giusti per Dagopia

 

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Male ha fatto Alberto Barbera, e non solo per motivi di presenze femminili, anche se gli avrebbe tolto qualsiasi problema, a non mettere in concorso un film forte e di grandi possibilità come “La ragazza con la leica” di Alina Marazzi che apre oggi la sezione Orizzonti.

 

Male perché è un biopic sulla figura per nulla così nota della fotografa Gerda Taro, ripreso dal libro Premio Strega di Helena Janeczek, prodotto da Marta Donzelli, scritto dalla regista assieme a Valia Santella, interpretato da una magnifica e bellissima Emilia Schüle, di grande finezza intellettuale e di grande riuscita pur con un budget limitato. E dimostra che non è vero che mancano i buoni film diretti da donne.

 

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Documentarista, attivissima nel recupero di archivi di immagini, Alina Marazzi supplisce alla mancanza di set d’epoca e di grandi ricostruzioni di città come Parigi o Lipsia, con filmati d’epoca e fotografie. Le grandi fotografie di Robert Capa e Gerda Taro, forniscono alla regista una chiave assolutamente inedita e inventiva per la ricostruzione della sua storia, che è una storia personale, una storia di guerra e una storia d’amore.

 

Anche se Gerda non è in grado di gestire un solo amore, anzi li unisce costantemente tutti e la guerra stroncherà la sua vita a soli 26 anni, travolta da un camion nel 1937 durante la fine della Guerra Civile spagnola, dove era andata, senza Capa, per esserci, per documentare. “Una fotografia non è mai indifferente”, dirà Gerda all’inizio del film. “Per me fare fotografie è essere dentro la storia e prendere posizione”.

 

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Per poterlo fare, dopo la fuga a Parigi dalla Germania, lei ebrea polacca, per l’arrivo di Hitler, Gerda, che si chiama in realtà Gerta Pohorylle, e il suo compagno Robert Capa, ebreo ungherese, che si chiama Endre Friedman, si inventano un nome e una professione, Taro-Capa, fotoreporter. Per Capa, Gerda si inventa addirittura un passato da fotografo americano di origine italiane, per aver meno problemi. Per essere un marchio.

 

Non importa chi scatta la fotografia, importa esserci, dirà Gerda. Li troviamo sul fronte spagnolo dalla parte dei repubblicani con la speranza che la Spagna non faccia la fine della Germania. Tutto questo è raccontato partendo da un solo giorno a Parigi, nel 1937, con Gerda che vuole ripartire per la Spagna, anche se le cose si sono messe malissimo per i Repubblicani. E Capa non vuole andare, perché è un suicidio. Vuole andare invece in Cina.

 

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Attorno a lei troviamo tutti i suoi tanti amori. Georg, il medico, Willy, chiamato “il bassotto”, una sola donna. Si sa che le biografie dei grandi artisti sono sempre piene di inesattezze e non so dirvi qui quante ce ne siano. Francamente non mi importa. Perché quello che viene fuori è un ritratto di una ragazza, interpretata da una bravissima Emilia Schüle, che è stata Marie-Antoinette nella serie tedesca, piena di vita e di voglia di far qualcosa per impedire all’onda nera di vincere e di andare incontro anche alla morte ballando.

 

Impossibile non pensare all’onda nera che si è abbattuta nell’Europa e nell’America di oggi e all’idea di quanto è giusto oggi come ieri prendere una posizione. Aaron Altaras è un Capa credibile e Luna Wedler l’amica del cuore. Tecnicamente e artisticamente, Alina Marazzi vince la sfida maggiore. Rendere credibile il passaggio dalla realtà delle immagini, foto e vecchi cinegiornali e film, alla fiction della messa in scena.

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Un impasto non così facile da rendere credibile. E’ all’interno di questa credibilità fare il suo film che tocca anche il problema, non indifferente, della creatività femminile alle prese con la creatività maschile. Taro-Capa. Una cosa sola. Con queste 4500 magnifiche fotografie che si perdono e si ritrovano in Messico pochi anni fa.

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