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    TRE UOMINI IN BARÇA - MESSI, SUAREZ E NEYMAR IGNORANO LUIS ENRIQUE E FANNO COME VOGLIONO: COSI’ IL BARCELLONA SOGNA IL TRIPLETE - LUISITO ROSICA: SE SI VINCE E’ MERITO LORO, SE SI PERDE E’ COLPA MIA


     
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    MESSI SUAREZ NEYMAR MESSI SUAREZ NEYMAR

    Andrea Sorrentino per “la Repubblica”

     

    Sosteneva Tolstoj che le famiglie felici si somigliano tutte, e quelle infelici sono disgraziate ognuna a modo suo. Secondo quell’altro proverbio, i panni sporchi si lavano in famiglia. Per i vecchi saggi del calcio, infine, una squadra è destinata a fallire se non è un gruppo granitico, stretto intorno al proprio allenatore. Ecco, prendiamo questo ammasso di proverbi, luoghi comuni e presunte pillole di saggezza, facciamone una palla e appicchiamo il fuoco. Perché un’altra famiglia è possibile, al di là di quelle tradizionali.

     

    Altre strade, più accidentate e stravaganti, o molto catalane, possono condurre alla vittoria. Lo insegna il Barcellona di Luis Enrique, famiglia infelice e dagli inquietanti silenzi interni, che non lava affatto i panni sporchi anzi li lascia lì a inacidire e in cui il tridente Messi-Neymar-Suarez non ha rapporti con l’allenatore, eppure felicissima quando va in campo, anche se quando segnano nessuno va ad abbracciare quel povero cristo in panchina.

    suarez neymar suarez neymar

     

    Corrono per il triplete: sono in finale di Copa del Rey, guidano la Liga con 2 punti sul Real a sei turni dalla fine e sono a un passo dalla semifinale di Champions League, perché stasera ospitano un Psg in cerca di improbabili miracoli (tornano Ibrahimovic e Verratti, non ci sono Thiago Silva e Thiago Motta) dopo averlo bastonato a domicilio, 3-1 sette giorni fa.

     

    Che squadra, questo Barça, e che allenatore, si direbbe, Luis Enrique, con quel sorriso amaro sempre imprigionato in una mascella che è un’ode alla fisiognomica, per come descrive, anzi svela, l’ostinazione e il caratteraccio di questo asturiano sempre in guerra col mondo: su 49 partite, Luis ne ha vinte 41, pareggiate 3 e perse 5, 141 gol a 31. Nessun allenatore del Barça, neppure Guardiola o Cruyff, aveva iniziato così bene. E nel 2015 ha vinto sempre, a parte una sconfitta e un pareggio.

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    Solo che ci sono tre piccoli grandi problemi. Si chiamano Messi, Neymar e Suarez. Avercene, di angustie simili: Leo ha segnato 46 volte, O’Ney 28, il Dentone 19, per la modica cifra di 93 gol in tre.

     

    Il problema è che nessuno dei tre parla con l’allenatore, a cominciare dal più importante. Messi non ha rapporti con Luis Enrique da circa sei mesi. Il litigio di gennaio, con Leo che si infuria perché il tecnico, in quel momento arbitro della partitella, non fischia un fallo su di lui e i due quasi vengono alle mani, non è l’origine del gelo, ma una conseguenza. Messi ha rigettato da subito i metodi da ginnasiarca di Luis, le sue balzane idee di far riposare ogni tanto persino Leo, uno che però vuole sempre giocare e sempre giocherà. I due si parlano per interposto Xavi, che fa da mediatore.

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    E dato che Messi è la luce per tutti, Neymar si è accodato da tempo, finché dieci giorni fa ha platealmente mandato a quel paese l’allenatore, dopo una sostituzione a Siviglia. «È tutto a posto, si sono parlati», dice ora il papà di Neymar, ma mica è vero, non c’è stato alcun chiarimento, la cosa è rimasta pendente. Quanto a Luis Suarez, è nuovo di qui ma si è adeguato in fretta, mica è scemo.

     

    Di recente ha rivelato: «All’inizio giocavo a destra, con Messi centravanti. A gennaio, durante una partita, lui mi fa: “Perché non vai al centro e io a destra?” Non ci siamo più spostati. L’allenatore? Non l’abbiamo consultato».

     

    La mascella di Luis Enrique, interpellata in proposito, si è fatta di marmo: «Quando si vince, sono i giocatori a decidere tutto: titolari, modulo e sostituzioni. Quando si perde, decido tutto io». Soffre, Luis, ma resiste e va avanti, non può fare altro.

     

    suarez suarez

    Gli dicono che la sua è una squadra “resultadista”, che da queste parti è un insulto, ma ormai non gliene frega niente: l’ha ben bloccata in difesa, fa leva su due eccellenti portieri (Bravo in campionato, Ter Stegen nelle coppe), ha abiurato il tikitaka sdoganando (orrore) il lancio lungo che con Guardiola era un malcostume da eretici, ha preso atto del declino di Xavi sostituendolo con quell’iradiddio di Rakitic, concede al gruppo storico la presenza di Iniesta nonostante il fenomenale manchego sia ancora a 0 gol e 0 assist (mai accaduto), infine sa che tutto il buono gli può arrivare da quei tre davanti, e se non gli parlano tanto meglio, o tanto peggio.

     

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    Messi, soprattutto, da gennaio ha ricominciato a fare cose che solo lui al mondo. Sabato ha toccato quota 400 gol col Barça, in 471 partite. Il primo lo segnò dieci anni fa (1° maggio 2005) su assist di Ronaldinho: le statistiche dicono che ne ha realizzati 317 di sinistro, 64 di destro, 17 di testa, uno di petto e uno pure di mano. Altri ne segnerà, chissà con quanti altri allenatori.

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    Perché Messi è il Barça e viceversa, pazienza se qualche tecnico non lo capisce: ne arriverà un altro. Per la cronaca, Luis Enrique non ha eccellenti rapporti nemmeno col presidente Bartomeu, che infatti non l’ha ancora convocato per discutere i piani della prossima stagione. È la congiura del silenzio, e di certe cose si può impazzire.

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