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    “CHE DELUSIONE I VIROLOGI, NON TROVI CHE DEI CRETINI”, OTTAVIO BIANCHI, L’ALLENATORE DEL NAPOLI DEL PRIMO SCUDETTO, PARLA DELLA SITUAZIONE DI BRESCIA E BERGAMO (DOVE VIVE) – “NON E’ PIU’ VITA MA UN ORRIBILE FILM. IL TELEFONO ADESSO È UN TORMENTO. HAI PAURA CHE TI CHIAMINO PER DIRTI CHE UN PARENTE O UN AMICO SIA SCOMPARSO…”


     
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    Da ilnapolista.it

    Il Corriere dello Sport, con Antonio Giordano, intervista Ottavio Bianchi. Nato a Brescia, vive a Bergamo, vive in prima persona l’emergenza sanitaria nella regione più colpita dal virus, la Lombardia.

     

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    «Una vita che non è più vita. Rinchiuso dentro casa senza avere un orizzonte, in giornate che sono tutte eguali e tutte piatte, aspettando il bollettino serale dei Tg che fanno la conta dei morti».

     

    Con l’incertezza più totale circa il futuro in assenza di informazioni sui vaccini. Con un incubo, quello di sentire squillare il telefono.

     

     

    «Il telefono adesso è un tormento. Hai paura che ti chiamino per dirti che un parente o un amico sia scomparso. Ho davanti agli occhi, ogni notte, le immagini delle bare portate sui camion militari. È la scena più dolorosa a cui abbia assistito. Ci siamo ritrovati dentro a questo orribile film, però scoprendo che era la realtà a cui siamo costretti. Vorremmo il conforto della scienza ma spesso i virologi sono in contrasto tra di loro. C’è fumo nelle teorie e psicologicamente si fa sempre più dura. Non trovi che dei cretini, l’uno il prolungamento dell’altro. E a volte ti accordi anche che qualcuno di questi signori riesce persino a dare dimostrazione di comicità involontaria».

     

    Non torneremo più alla normalità, secondo lui.

     

    «Muteremo i nostri rapporti sociali, a meno che non trovino un rimedio scientifico, quindi medicinali che fronteggino il virus. Questa è una piaga che ci porteremo appresso, anzi, dentro».

     

    Ripensando al passato dice:

     

    «Io non mi sono fatto mancare niente, ho trascorso talmente tanti giorni negli Ospedali che per riassumerli lei avrebbe bisogno di una pagina intera. Ho conosciuto la terapia intensiva, mi hanno tirato fuori per i pochi capelli che avevo. Ho giocato sul dolore, per parecchio».

     

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    In questo momento, confessa, non riesce a pensare al calcio.

     

    «In queste ore non riesco a concentrarmi né sul calcio né su altro. Credo sia indispensabile prestare attenzione alla vita sociale, che ha la priorità assoluta. Se diamo un’occhiata intorno a noi, ci accorgiamo che se ne sono andati amici, conoscenti, un vicino di casa. E bisogna organizzarsi per combattere il virus nel modo più appropriato ma anche uscire da questa forma di depressione che può colpire chiunque. So che l’inattività di quello che è stato e rimane il mio mondo colpisce figure a cui sono legato – i magazzinieri, i massaggiatori, ad esempio, gente che mi ha viziato e verso i quali ho sempre provato affetto. So che ci sono società di serie C che faranno fatica a riprendere. Ho fatto la gavetta, ho attraversato il calcio, ne conosco le difficoltà. Ma aspetto che passi la nottata, come dicono a Napoli, dove dentro ad una frase c’è spesso la filosofia dell’esistenza. Le conosco tutte, perché lì c’è la parte più forte della mia storia personale».

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