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“CI STANNO RUBANDO LE ELEZIONI” – LA STRATEGIA DELLA PAURA DI BIBI NETANYAHU HA PAGATO: ECCO COME IL PREMIER PIÙ LONGEVO E DIVISIVO DELLA STORIA DI ISRAELE, HA MESSO A SEGNO LA RIMONTA (IL SUO LIKUD RESTA IL PRIMO PARTITO) – LA SPARATA CONTRO “LE DONNE DI SINISTRA CHE STANNO SPINGENDO LE DONNE ARABE AI SEGGI” E IL PROPOSITO DI CONTINUARE LA GUERRA: “DOBBIAMO FINIRE LA NOSTRA MISSIONE” – I COMMENTI DURANTE LO SPOGLIO: “SI SONO CHIARITE DUE COSE FINORA. IL LIKUD È IL PARTITO PIÙ GRANDE D'ISRAELE E LA COALIZIONE HA UNA MAGGIORANZA. E PER QUESTO DOBBIAMO FORMARE UN AMPIO GOVERNO DI DESTRA NAZIONALE E FARE DI TUTTO PERCHÉ NON VENGA FORMATO UN GOVERNO CON IL SOSTEGNO DEI PARTITI ARABI. O LA DESTRA O LA PALESTINA…”
Davide Frattini per Corriere.it - Estratti
Anche questa volta si è giocato la carta già sfruttata all’ultimo nelle campagne elettorali: spaventare chi può essere spaventato, ovvero i sostenitori del suo Likud e spingerli ad andare a votare, a non dare per scontato che re Bibi, come lo chiamano, sia intramontabile.
È la tattica che gli israeliani definiscono con ironia Oy Gevalt (in yiddish significa più o meno: che paura) ma che Benjamin Netanyahu e i suoi prendono fin troppo sul serio. Ieri il primo ministro ha strillato «ci stanno rubando le elezioni», il grido di allarme di qualunque populista declinato in versione israeliana con gli arabi (assieme alla sinistra) come principali «colpevoli». A questo giro ha aggiunto la sparata sessista: le donne di sinistra stanno spingendo le donne arabe ai seggi.
Poi, incontrando i sostenitori nella sede elettorale, ha aggiunto parole di ottimismo: «Stiamo aspettando ancora i risultati finali - ha detto - ma si sono chiarite due cose finora: il Likud è il partito più grande d'Israele e la coalizione ha una maggioranza. E per questo dobbiamo formare un ampio governo di destra nazionale e fare di tutto perché non venga formato un governo con il sostegno dei partiti arabi»
O noi o loro. «O la destra o la Palestina» come ha ripetuto in questi mesi, anche se nessuno degli oppositori ha mai dichiarato in pubblico di voler favorire la nascita di uno Stato palestinese. Quel «noi» sembra ormai corrispondere alla sua visione per il Paese di una Sparta circondata dai nemici e assediata dalle sanzioni «inevitabili», al punto di arrivare a proporre l’adozione di criptovalute per aggirare le restrizioni finanziarie come fanno i regimi illiberali in Russia, Iran, Corea del Nord.
Chi può resistere a questa marea ostile, solo lui, la diga Netanyahu. È quello che in questi tre anni è riuscito a far credere ai fedelissimi, nonostante sotto il suo governo i terroristi di Hamas siano riusciti a perpetrare l’attacco più grave nella Storia di Israele, il giorno più sanguinoso per gli ebrei dai tempi dell’Olocausto.
Netanyahu, 77 anni compiuti il 21 ottobre, ha reso il conflitto (uno su tanti fronti) permanente. La tregua a Gaza — dove i palestinesi uccisi in oltre due anni nell’offensiva dichiarata dopo gli eccidi superano i 75 mila — è in realtà guerra a bassa intensità.
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Le truppe israeliane non hanno mai lasciato il sud del Libano dopo il cessate il fuoco con Hezbollah. E il primo ministro già prevede che i jet dovranno decollare ancora per contrastare la minaccia rappresentata dagli ayatollah, in quella che diventerebbe la terza guerra d’Iran. Avrebbe spinto e manovrato perché i raid riprendessero a pochi giorni dalle elezioni, la Casa Bianca ed Eyal Zamir, il capo di stato maggiore, si sarebbero opposti.
La foto ricreata con l’intelligenza artificiale — e diffusa dal premier — dei grattacieli di Tel Aviv devastati, mentre sullo sfondo si alza il fungo atomico, è anche l’ammissione che i proclami suoi e di Donald Trump sull’aver fermato il programma nucleare iraniano erano esagerati. «C’è bisogno di completare la missione», annunciano entrambi.
SARA E BENJAMIN NETANYAHU - ELEZIONI ISRAELE 27 OTTOBRE 2026
Quando a metà degli anni '80 irrompe sulla scena politica questo laureato del Massachusetts Institute of Technology, gli abitanti di un Paese ancora provinciale restano impressionati dal suo inglese spigliato come se a Boston ci fosse nato.
Promette: dialogherò con i grandi del mondo da pari a pari. E arriva a farlo: nell’autobiografia — scritta durante i 563 giorni passati all’opposizione in un ventennio al potere — racconta dell’amicizia ventennale con Vladimir Putin, delle litigate con il presidente americano Barack Obama e svela come abbia convinto il successore Trump a ridurre il sostegno per un futuro Stato palestinese. Gli ha parlato di golf, gli ha mostrato la mappa di Manhattan.
Agli investigatori che lo stanno interrogando per le accuse di corruzione — il processo è in corso da sei anni e mezzo — riassume le sue mosse diplomatiche: «Abbiamo vicini che sono i nostri peggiori nemici, mando loro messaggi ogni giorno, li confondo e poi li bastono sulla testa. È impossibile raggiungere un’intesa con loro, ma noi controlliamo l’altezza delle fiamme».
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benjamin netanyahu elezioni israele foto lapresse
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