DAGOREPORT – LA CONFUSIONE POLITICA ITALIANA HA RAGGIUNTO LA QUINTA DIMENSIONE, OLTRE LO…
DAGOREPORT – LA CONFUSIONE POLITICA ITALIANA HA RAGGIUNTO LA QUINTA DIMENSIONE, OLTRE LO SPAZIO-TEMPO: QUANDO SI VOTA? - MOLTI SONO CONVINTI CHE LA DATA DA CERCHIARE SIA GIUGNO 2027 (SALVINI E TAJANI PERMETTENDO) - MA CI SONO TROPPE VARIABILI, IN ITALIA E ALL’ESTERO, CHE POSSONO INFLUENZARE IL CALENDARIO ELETTORALE – LE TRE DATE CHIAVE PER IL FUTURO DELL'UNDERDOG DI COLLE OPPIO SONO: LE ELEZIONI IN ISRAELE DEL 27 OTTOBRE, QUELLE DI MEDIO MANDATO NEGLI STATI UNITI DEL 3 NOVEMBRE E LE POLITICHE IN SPAGNA DEL 29 NOVEMBRE - I DESTINI DI NETANYAHU, TRUMP E SANCHEZ SONO IN QUALCHE MODO LEGATI A QUELLO DELLL'ARMATA BRANCA-MELONI. I PRIMI DUE PERCHÉ GRANDI ALLEATI, AL NETTO DI QUALCHE “VAFFA”, IL TERZO PERCHÉ GRANDE NEMICO E PRINCIPALE RAPPRESENTANTE DEL PARTITO SOCIALISTA EUROPEO IN UE - NEL CASO DI UNA SCONFITTA DI TRUMP, SIA ALLA CAMERA SIA AL SENATO, BISOGNA CAPIRE CHE POTRA' SUCCEDERE: IL RISCHIO CHE GLI PARTI L'EMBOLO È ALTISSIMO...
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La confusione politica italiana ha raggiunto la quinta dimensione, oltre lo spazio-tempo: quando si vota?
Quel che è certo è che tutti procedono a tentoni, giorno per giorno, sperando nelle disgrazie altrui.
Nei palazzi romani, quelli che la sanno lunga, scommettono un voto anticipato a giugno 2027.
Certo, se Meloni si barcamena tra dubbi e calcoli, ci sono Salvini e Tajani, isolati e senza più uno straccio di leadership, che vogliono andare a votare a ottobre 2027. Da un lato confidano in un ridimensionamento di Roberto Vannacci, dall’altro sperano di avere più tempo per rimpannucciare i rispettivi partiti.
Giorgia Meloni Antonio Tajani Matteo Salvini 2
La Statista della Garbatella dovrà probabilmente accantonare l’ideuzza di tenere le elezioni politiche prima di quelle amministrative, confidando che una vittoria alle politiche avrebbe avuto un effetto “traino” per le comunali, aiutando così il centrodestra (si vota a Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli, dove il centrosinistra la fa da padrone).
La tempistica delle elezioni politiche, nonostante i “bookmaker” le fissino tra aprile e giugno, resta vaga: ci sono infatti moltissimi fattori in gioco, a partire dalla volontà del Quirinale di risparmiare qualche milioncino, con l'election day, cioè accorpando comunali e politiche.
Ma a pesare nella scelta finale ci sono anche altri fattori. Primo fra tutti, la decisione della Corte costituzionale sulla legittimità del “Melonellum”, che nella giornata di domani dovrebbe essere approvato in via definitiva, salvo eventuali “franchi tiratori”.
La Suprema Corte, a differenza di quanto fece con il Porcellum, dovrebbe decidere con ''procedura d’urgenza'', e la sentenza sarebbe prevista entro febbraio, cancellando dalla fantasia di Meloni di precipitarsi alle urne prima delle decisioni della Consulta.
A quel punto, se i giudici cassassero l’impianto della legge elettorale, in particolar modo il passaggio sull’indicazione del candidato premier nel programma, cambierebbero molte cose, e una possibile accelerazione verso il voto sarebbe inevitabile.
Si produrrebbe insomma un effetto valanga: uno scenario che non dispiacerebbe a Elly Schlein. La segretaria del Partito democratico, infatti confida molto in un intervento censorio della Consulta, che le permetterebbe di sottrarsi dalla mannaia delle primarie.
La segretaria dem, che finora si è incaponita sul ricorso ai gazebo per legittimare la propria leadership, ha capito finalmente che potrebbe andare a sbattere: i sondaggi danno Conte vincitore delle primarie in quasi tutti gli scenari, e un’eventuale sconfitta, per la Ducetta del Nazareno sarebbe letale.
giorgia meloni foto lapresse 5
La sua carriera politica potrebbe dirsi conclusa. Un timore che prende forma anche per ragioni “interne”: nel Partito democratico sta montando un clima di ostilità che non coinvolge più soltanto la minoranza interna dei riformisti, ma anche nei correntoni che l’hanno appoggiata (Franceschini, Zingaretti, Orlando, Bonaccini).
A determinare la data delle prossime elezioni politiche poi ci sono i fattori di politica internazionale. Tra guerre, crisi energetiche e debiti sovrani in tilt, le decisioni domestiche non possono più trascendere da ciò che succede nel mondo.
In tutto questo bailamme, il 24 ottobre la Meloni volerà a Riad per partecipare alla conferenza tra Europa e Paesi del Golfo, e i primi di novembre sogna di convincere Mohammed Bin Salman a venire ospite in Italia.
NETANYAHU MELONI MISSIONE UNFIL
Ma le tre date chiave per il futuro dell'Underdog di Colle Oppio sono: il 27 ottobre, con le elezioni in Israele, il 3 novembre con quelle di medio mandato negli Stati Uniti, e il 29 novembre, con le politiche in Spagna.
I destini di Netanyahu, Trump e Sanchez sono in qualche modo tutti legati a quelli del governo di Giorgia Meloni. I primi due perché grandi alleati, al netto di qualche “vaffa”, il terzo perché grande nemico e principale rappresentante del partito Socialista europeo in Ue.
DONALD TRUMP E BENJAMIN NETANYAHU
Se il bonazzo iberico dovesse venire giubilato dagli spagnoli, allora per la Ducetta si creerebbe uno spazio di opportunità: si ritroverebbe a Madrid un governo del Partito Popolare di Feijoo, decisamente spostato a destra, magari in alleanza con l’amatissimo Santiago Abascal.
Di conseguenza, anche il baricentro del Consiglio europeo, e della Commissione guidata da Ursula von der Leyen, si sposterebbe, essendo venuto meno il pilastro progressista della coalizione (Sanchez è l’unico leader socialista di un grande Paese).
Nel caso di una sconfitta di Trump, invece, bisogna capire che potrà succedere a questo pazzo pazzo mondo. Innanzitutto se il “Deragliato mentale” della Casa Bianca, che già nel 2020 incitò l’assalto a Capitol Hill sostenendo (falsamente) che Biden avesse truccato il voto, accetterà un’eventuale “fuck you” degli elettori. Il rischio che gli parti l'embolo è altissimo.
Perché un conto è perdere solo la Camera, un altro è andare sotto anche in Senato (fu proprio in Senato che fu bocciata la risoluzione contro il conflitto iraniano, inizialmente approvata al Congresso).
Se perde entrambi, a quel punto Trump diventa un'anatra zoppissima, un bufalo in carrozzina, un relitto perfetto per l’internazionale sovranista “MAGA”, per lui sarà impossibile governare. Il mondo tirerà un sospiro di sollievo o il Trumpone porterà il dito sul grilletto della pazzia?.
Se invece perdesse Benjamin Netanyahu, Giorgia Meloni potrebbe pagare un “effetto Israele” alle urne: il governo italiano è stato uno dei pochissimi in Europa a sostenere “Bibi” sempre e comunque. Se il bombarolo di Tel Aviv venisse sconfitto, sarebbe facile per la sinistra strumentalizzare il tema pro-Palestina (al grido di “complici del genocidio”), molto sentito dall’elettorato italiano…
giorgia meloni foto lapresse 1
Giorgia Meloni Antonio Tajani Matteo Salvini 3
TAJANI MELONI SALVINI
Antonio Tajani Giorgia Meloni Matteo Salvini 2
giorgia meloni e donald trump al vertice nato di ankara - foto lapresse
PEDRO SANCHEZ TRUMP
Donald Trump e Pedro Sanchez
benjamin netanyahu e donald trump alla casa bianca
Benjamin Netanyahu Donald Trump
giorgia meloni foto lapresse 4
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