DAGOREPORT - LA MEGA-BATOSTA SUBITA DA TRUMP ALLE MIDTERM PROVOCHERÀ UN EFFETTO DOMINO CHE…
DONALD, E MO CHE FAI CON L’IRAN? – DOPO LA BATOSTA DEI REPUBBLICANI ALLE MIDTERM, TRUMP DEVE DECIDERE SE CHIUDERE LA GUERRA CON TEHERAN O TORNARE A BOMBARDARE – IN ENTRAMBI I CASI, SAREBBE UNA SCONFITTA DIFFICILE DA DIGERIRE PER IL TYCOON: O ASSECONDA LE RICHIESTE DEL REGIME DEGLI AYATOLLAH, O AGGRAVA LA CRISI CHE, COME AMMESSO DAL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO IN PERSONA (E ANCHE DA JD VANCE), È COSTATA AL “GOP” IL CONTROLLO DEL CONGRESSO – PER “AXIOS”, LA CASA BIANCA VALUTA TRE POSSIBILITÀ, NEGOZIARE CON TEHERAN, RIPRENDERE GLI ATTACCHI OPPURE…
Sintesi dell’articolo di Barak Ravid per www.axios.com
Donald Trump ha ammesso che la guerra contro l’Iran è costata ai repubblicani una pesante sconfitta alle elezioni di metà mandato. Ora il presidente americano si trova davanti a un dilemma: cercare un accordo con Teheran per chiudere il conflitto oppure riprendere i bombardamenti, rischiando di aggravare una crisi che ha già contribuito a far perdere al suo partito il controllo del Congresso.
Come racconta Axios, sul tavolo della Casa Bianca ci sono tre opzioni, tutte problematiche. La prima è tornare ad attaccare l’Iran, una scelta impopolare che manterrebbe elevati i prezzi della benzina senza garantire risultati militari migliori. La seconda è negoziare, ma Teheran potrebbe approfittare dell’indebolimento politico di Trump per irrigidire le proprie richieste.
La terza, definita dai consiglieri del presidente «strangolamento», consiste nel mantenere il blocco navale e le sanzioni economiche, lasciando che il regime iraniano si logori progressivamente. Una strategia che, però, potrebbe richiedere mesi.
DONALD TRUMP - GUERRA ALL'IRAN
«Una cosa è perdere le elezioni di metà mandato. Ma Trump non vuole apparire uno sconfitto due volte», ha spiegato ad Axios un ex consigliere del presidente. L’incertezza è tale che persino i suoi collaboratori più stretti non sanno quale strada sceglierà.
A complicare ulteriormente la situazione è intervenuto il vicepresidente JD Vance, che mercoledì ha attribuito esplicitamente alla guerra la disfatta repubblicana. «Il motivo per cui abbiamo perso è la guerra», ha scritto su X. «Lo stesso presidente lo ha detto ieri sera. Se volete sostenere che ne sia valsa la pena, che perdere il Senato per i prossimi sei anni sia stato un prezzo accettabile, fatelo. Ma tutti sanno perché abbiamo perso. E qualsiasi discussione seria su cosa fare adesso deve partire da qui».
Vance ha indicato anche il rapporto degli Stati Uniti con Israele come un problema politico per i repubblicani. Trump ha riconosciuto che la sua analisi è «in gran parte corretta», soprattutto per l'aumento dei prezzi dei carburanti provocato dal conflitto. Ma ha ribadito che, se necessario, rifarebbe tutto: «Non avevamo scelta. Non si può permettere all'Iran di avere un'arma nucleare».
pete hegseth e donald trump - guerra all iran
Alla domanda su quando intenda porre fine alla guerra, il presidente ha risposto: «Quando vorrò. Ma bisogna farlo nel modo giusto, perché non possono avere un'arma nucleare».
Dietro le quinte, Vance guida da mesi una corrente dell'amministrazione favorevole a un accordo diplomatico con Teheran. Secondo le fonti citate da Axios, il vicepresidente avrebbe accusato privatamente Benjamin Netanyahu di «aver sbagliato tutto» sull'Iran, avvertendo Trump che la guerra era profondamente impopolare e avrebbe potuto costare ai repubblicani le elezioni.
Una posizione condivisa dalla maggior parte dei principali consiglieri del presidente. Trump, tuttavia, ha continuato a prendere in considerazione la ripresa delle operazioni militari. A un certo punto aveva persino valutato nuovi bombardamenti prima delle elezioni di metà mandato, come chiedeva Netanyahu, salvo poi decidere di aspettare. Contro il parere dei suoi collaboratori, ha comunque sostenuto il premier israeliano nelle elezioni tenutesi la settimana scorsa.
Intanto, secondo funzionari americani, il Pentagono sta completando i preparativi per un'eventuale ripresa delle operazioni militari su vasta scala contro l'Iran, rafforzando la presenza delle forze statunitensi nella regione.
Parallelamente, il Qatar sta tentando una mediazione per scongiurare una nuova escalation. I negoziatori hanno elaborato una bozza d'intesa da sottoporre a Washington e Teheran, con l'obiettivo di riaprire colloqui diretti nei prossimi giorni.
DONALD TRUMP BENJAMIN NETANYAHU - GUERRA ALL’IRAN
Prima delle elezioni, i mediatori qatarioti avevano chiesto alla Casa Bianca come avrebbe reagito Trump a un'eventuale sconfitta. Nessuno dei suoi consiglieri era stato in grado di fornire una risposta. «Abbiamo detto a tutti che volevamo prima vedere come sarebbero andate le elezioni», ha raccontato un funzionario americano.
A Teheran, nel frattempo, la sconfitta dei repubblicani è stata accolta come una vittoria iraniana. «La nazione iraniana ha inflitto a Trump una sconfitta strategica sul campo di battaglia e nello stretto di Hormuz, e una sconfitta politica a Washington», ha scritto su X Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano. «Nel frattempo, gli americani si sono ritrovati a pagare il conto della sua guerra. Chiunque sfidi l'Iran ne pagherà il prezzo, dal campo di battaglia fino a casa propria».
Ma l'esultanza iraniana potrebbe rivelarsi controproducente. Diplomatici coinvolti nella mediazione, consiglieri di Trump ed esperti di Medio Oriente temono che le provocazioni di Teheran possano spingere il presidente americano a riprendere i bombardamenti per dimostrare di non essere stato sconfitto.
DONALD TRUMP IN VERSIONE AYATOLLAH
«La tentazione di Teheran sarà probabilmente quella di confondere la debolezza politica di Trump con una debolezza militare e tirare troppo la corda, quando la scelta più intelligente sarebbe concludere un accordo finché Washington è ancora disposta a farlo», ha spiegato ad Axios Ali Vaez, dell'International Crisis Group.
Resta infine la possibilità che Trump scelga di non decidere, mantenendo l'attuale situazione di stallo: niente guerra aperta, ma neppure un accordo. È la soluzione sostenuta dal direttore della Cia John Ratcliffe, dal segretario al Tesoro Scott Bessent e da altri consiglieri, convinti che il blocco navale e le sanzioni possano indebolire ulteriormente l'Iran senza esporre gli Stati Uniti ai rischi politici e militari di una nuova offensiva.
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