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LA DOTTRINA TRUMP: OGGI IL VENEZUELA, DOMANI CHISSA’ – L’AMBASCIATORE ETTORE SEQUI: “PER LA PRIMA VOLTA, GLI STATI UNITI SOSPENDONO DI FATTO LA SOVRANITÀ DI UNO STATO NEL PROPRIO EMISFERO. L'OPERAZIONE NON È STATA PRESENTATA COME GUERRA, MA COME AZIONE DI POLIZIA INTERNAZIONALE PER ARRESTARE UN ‘CRIMINALE-TERRORISTA’. D'ORA IN POI ANCHE GOVERNI AMICI DEGLI USA DOVRANNO RAGIONARE IN TERMINI DI DETERRENZA E INTERROGARSI SU COME RIDURRE LA PROPRIA VULNERABILITÀ RISPETTO A WASHINGTON” – “LA GROENLANDIA EVOCATA COME AVAMPOSTO STRATEGICO, IL CANALE DI PANAMA COME NODO DA PROTEGGERE, LE PRESSIONI SULL'AMERICA CENTRALE, ORA IL VENEZUELA. SONO TASSELLI DI UNA STRATEGIA CHE RIDEFINISCE L'EMISFERO OCCIDENTALE COME ZONA DI INTERESSE ESCLUSIVO, DOVE LE REGOLE MULTILATERALI VALGONO MENO DELLA VOLONTÀ DELLA POTENZA PREDOMINANTE…”
Estratto dell’articolo di Ettore Sequi per “La Stampa”
L'intervento americano in Venezuela segna un cambio di fase dell'ordine internazionale. Per la prima volta, gli Stati Uniti sospendono di fatto la sovranità di uno Stato nel proprio emisfero, rivendicando il diritto di dirigerne la transizione politica, controllarne le risorse strategiche e condizionarne il futuro. È l'affermazione che la sovranità non è più un diritto intangibile, ma una concessione revocabile quando entra in conflitto con gli interessi di sicurezza della potenza dominante.
L'operazione non è stata presentata come guerra, ma come azione di polizia internazionale per arrestare un "criminale-terrorista". Questa qualificazione costruisce una copertura giuridica interna, aggirando il coinvolgimento preventivo del Congresso, e una giustificazione esterna, spostando l'azione fuori dal perimetro classico del diritto internazionale.
[…] È il cuore della dottrina americana attuale, la sicurezza nazionale elevata a criterio superiore a ogni altra norma, anche a costo dell'uso diretto della forza su territorio straniero. Il concetto di narcoterrorismo trasforma una questione politica in minaccia interna e rende l'intervento replicabile: oggi Venezuela, domani qualunque Paese.
L'uso della forza non è più giustificato come autodifesa o intervento multilaterale, ma come estensione extraterritoriale della giurisdizione americana. La sovranità cessa di essere un limite giuridico e diventa una variabile aggirabile, normalizzando il passaggio dalla coercizione economica a quella militare e, infine, al governo temporaneo.
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L'operazione cessa dunque di essere una crisi venezuelana e diventa un precedente sistemico. L'America "contro le guerre infinite" resta tale finché i conflitti sono lontani; quando il teatro è il "cortile di casa", l'intervento viene presentato come esigenza di sicurezza interna.
Trump ha sempre mostrato ostilità verso il multilateralismo e verso i principi cardine del diritto internazionale, a partire da quelli scolpiti nella carta dell'Onu, come il rispetto della sovranità altrui. La sostanza, però, non cambia poiché è la forza che ridisegna un regime politico.
L'operazione in Venezuela e l'annuncio di una gestione transitoria del Paese da parte americana ha una conseguenza strutturale. D'ora in poi anche governi amici dovranno ragionare in termini di deterrenza. Non lo diranno pubblicamente, ma lo faranno nei loro apparati. Qui l'ironia geopolitica. Una operazione pensata per ristabilire il controllo e il dominio americano può spingere molti Paesi a interrogarsi su come ridurre la propria vulnerabilità proprio rispetto a Washington.
Le reazioni regionali lo confermano. Milei applaude; Lula parla di linea inaccettabile e di violazione della "zona di pace"; il Messico richiama l'articolo 2 della Carta Onu; la Colombia rafforza il confine; Cuba denuncia l'aggressione; Panama richiama la volontà elettorale.
Ma l'operazione venezuelana va letta soprattutto dentro una visione più ampia. America First non è isolazionismo. È una dottrina di controllo dello spazio vicino. Nord America, Centro America, America Latina: aree considerate vitali, da sottrarre a influenze concorrenti e da riportare sotto una supervisione diretta o indiretta di Washington.
nicolas maduro arriva alla corte federale di new york
La Groenlandia evocata come avamposto strategico, il Canale di Panama come nodo da proteggere, le pressioni sull'America centrale, ora il Venezuela. Sono tasselli di una strategia che ridefinisce l'emisfero occidentale come zona di interesse esclusivo, dove le regole multilaterali valgono meno della volontà della potenza predominante.
Qui emerge il paradosso centrale: la potenza che aveva costruito l'ordine post-1945 agisce ora come potenza revisionista, mettendo in discussione regole e istituzioni che essa stessa aveva fondato. L'egemone non difende più l'ordine: lo usa selettivamente o lo scavalca.
Con il Venezuela, Trump tenta di fondare una dottrina operativa in tre mosse: sospendere la sovranità ridefinendo lo Stato come minaccia criminale; usare il petrolio come leva coercitiva e strumento di ricostruzione controllata; riscrivere la Dottrina Monroe come potere di polizia regionale: Cuba come bersaglio retorico, Messico e Colombia come teatri di pressione, l'emisfero come spazio di disciplina e controllo.
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Trump ha dimostrato potenza. Ora deve dimostrare la governabilità. È qui che la geopolitica decide: non sulla brillantezza del raid, ma sulla capacità di trasformare un atto di forza in ordine legittimo. Perché la forza può rovesciare governi. Più raramente riesce a costruire ordine. E quando l'ordine si regge solo sulla forza, e non sul diritto, il caos non è un incidente ma una conseguenza.
nicolas maduro arriva in tribunale a new york
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