DAGOREPORT – CON SALVINI ALLE CORDE, TAJANI ALLO SBANDO, VANNACCI IN AGGUATO, BASTEREBBE UNA…
“I COMPARI” LA RUSSA E BOCCIA E IL TRAPPOLONE SULLA LEGGE ELETTORALE – A PALAZZO MADAMA IL PRESIDENTE DEL SENATO LASCIA CHE LE OPPOSIZIONI PRESENTINO UN SUB-EMENDAMENTO CHE CHIEDE DI INTRODURRE PREFERENZE LIBERE – IL CAPOGRUPPO DEM BOCCIA SFIDA GIORGIA MELONI: “DIMOSTRI COERENZA. TOGLIAMO I CAPILISTA BLOCCATI. MA FORZA ITALIA E LEGA ACCETTANO?” – L’APERTURA DELLA DUCETTA PROVOCA UN TERREMOTO TRA GLI ALLEATI – TAJANI FA SAPERE CHE LA ROTTURA DEL PATTO DI MAGGIORANZA AVREBBE UN EFFETTO IMMEDIATO: LA LEGGE ELETTORALE FINIREBBE IN UN VICOLO CIECO “UN MINUTO DOPO” - NELLA LEGA METÀ DEL GRUPPO NON RISPONDE A SALVINI, IMPOSSIBILE PREVEDERNE LA REAZIONE - I VERTICI DI FI E CARROCCIO SOSPETTANO CHE LA RUSSA E MELONI SI MUOVANO IN MODO COORDINATO PER SGAMBETTARLI – LA TENTAZIONE DELLA PREMIER DI TENERE IN VITA IL ROSATELLUM (E DUNQUE I COLLEGI UNINOMINALI) PER RAFFORZARE IL “VOTO UTILE” CONTRO VANNACCI...
1. I DUE COMPARI BOCCIA-LARUSSA
Articolo di Carmelo Caruso per “il Foglio” - Estratti
Sembrano due compari di Pirandello, Ignazio e Ciccio, La Russa e Boccia, e la novella è “La Trappola”. La legge elettorale rischia di finire nella giara. Si vota al Senato l’emendamento sulle preferenze ma La Russa lascia subemendare le opposizioni e le opposizioni chiedono di estendere le preferenze.
Meloni è tentata dal dire sì. Sentiamo Boccia, compare uno: “Meloni vuole le preferenze? Servita. Dimostri la coerenza. Togliamo i capilista bloccati. Ma FI e Lega accettano?”. Ma perché La Russa ha acconsentito? Torniamo a Boccia: “Diciamo che La Russa è un presidente democratico”. E’ la legge elettorale a sonagli.
(…)
E’ chiaramente quella che in politica viene chiamata una trappola parlamentare e alla fine potrebbe perfino trovare il modo per scivolare verso le elezioni subito. Se l’opposizione sposa le preferenze, una battaglia di coerenza di Meloni, e FdI si tira indietro, qual è il risultato per Meloni? Dice Boccia, il compare uno:
“Ci perde la faccia. Fa la figura dell’incoerente”. Oppure? “Riparte da zero, rimette in discussione l’accordo con Tajani e Lega”. Oppure? “Oppure si tiene il Rosatellum, la legge che le permetterebbe ancora di pareggiare. Per Meloni è meglio votare con il Rosatellum ma non dirlo”. Ma come è nata questa “trappola”? Il compare uno, Boccia: “La politica non ammette dilettantismo.
Diciamo che in estate quando tutti erano sotto l’ombrellone, io…”. E Ignazio… In FdI viene convocato un gabinetto di guerra a Via della Scrofa. Fermiamo il presidente della commissione Affari Costituzionali, di FdI, Andrea De Priamo. Presidente, ma perché La Russa ha lasciato subemendare? E De Priamo: “Boh”. Digiamolo? In teoria per via del regolamento, perché compare due è il presidente del Senato, al che Alessandro Alfieri, senatore del Pd, insuperabile: “La Russa e il regolamento? Ma chi, La Russa il presidente più politicamente scorretto della storia italiana?”. E qui si comincia a pensare male.
(…) L’accordo Meloni-Tajani-Salvini è blindato sui capilista e mettere in discussione i capilista equivale a mettere in discussione l’intera legge
(…) Il compare uno, Boccia, che è poi l’artefice della trappola (l’emendamento è firmato da Nicola Irto) suggerisce di guardare a Vannnaci: “Meloni non farà l’accordo con Vannacci, preferirà morire in piedi, in nome della coerenza. Salvini e Tajani invece si potrebbero perfino alleare, sono due azzoppati che camminano, loro sì ma Meloni no. E si perde”. Il primo a capirlo sarebbe stato il compare due, La Russa, infastidito da Tajani e Salvini che lo trattano da vecchio zio rompiscatole. Solo che arriva in soccorso il compare due, Boccia: “Ignazio fa politica da quarant’anni”. E’ come se camminassero a braccetto solo che a ogni loro passo la legge si asciuga e si colora.
La soglia resta al 42 per cento (avevano provato ad abbassarla al 41 per cento), sulla norma anticespugli non c’è accordo con Forza Italia perché l’ultima fantasia a destra può essere: e se presentiamo tante liste civetta per fermare Vannacci? Si è partiti con la stabilità, il pareggio, infine è arrivata la paura, la sensazione che la migliore legge resta forse il Rosatellum. Il compare uno, Boccia, ricorda: “A Meloni importa soltanto arrivare prima, anche solo per poter dire in nome della coerenza che il governo con Vannacci non lo fa. Rischia di stare all’opposizione e fare la seconda di Vannacci”.
Mentre Ciccio e Ignazio? Conoscono le virtù del pareggio, dei governi che si formano con le esplorazioni, i caminetti. I pigri lo chiamano inciucio ma è meglio definirlo “l’inciccio”, l’inghippo che porta all’intreccio. Sono compari e oggi simili a quei due contadini che Pirandello fissava in una immagine: “Uniti da un’antica rivalità trasformata in emulazione, vivono in perfetta parità, sostenendosi a vicenda anche con le rispettive famiglie, cresciute nello stesso cortile”.
2. LA TENTAZIONE DI MELONI
Giovanna Vitale, Tommaso Ciriaco per la Repubblica - Estratti
A caldo, Giorgia Meloni ne fa una questione di «coerenza».
«Come facciamo a non sostenere qualcosa che abbiamo votato alla Camera?», è il ragionamento della premier che rimbalza al vertice dell'esecutivo. A sera, la linea è più cauta: la scelta definitiva arriverà solo stamane al termine di riunioni di massimo livello, Fratelli d'Italia valuta seriamente di sostenere l'emendamento. Anche a costo di far affondare nella palude l'intera riforma? La presidente del Consiglio, così giurano i suoi, teme questo scenario, anche se sarebbe comunque tentata dallo strappo.
Nel centrodestra le regole sembrano saltate, prevale l'improvvisazione. Mentre Antonio Tajani è in missione all'estero, Stefania Craxi fa sapere in privato agli emissari meloniani che la rottura del patto di maggioranza avrebbe un effetto immediato: la legge finirebbe in un vicolo cieco «un minuto dopo».
Antonio Tajani Giorgia Meloni Matteo Salvini 2
Nella Lega, poi, prevale l'entropia: metà del gruppo non risponde a Matteo Salvini, impossibile prevederne la reazione. E anche immaginando che la riforma ottenga comunque il placet degli alleati a Palazzo Madama, resterebbe lo scoglio della Camera: il voto segreto la minaccia.
Eppure, Meloni non esclude di violare l'accordo con i partner. Pesa anche la pressione del nemico a destra. Stamane, così almeno temono a Palazzo Chigi, Roberto Vannacci potrebbe sfidare la premier: voti o ti mostri incoerente? Si decide tutto nelle prossime ore.
Giorgia Meloni Antonio Tajani Matteo Salvini 3
Ignazio La Russa, che regolamento alla mano ha aperto al voto sui subemendamenti creando di fatto il varco per le opposizioni, continua a mantenersi molto cauto: «Decide Giorgia - sostiene a sera con i colleghi di partito - lo farà all'ultimo». Il presidente del Senato, d'altra parte, aveva consigliato – inascoltato – di introdurre il ballottaggio per blindare la legge, ma ha dovuto subire lo stop di Salvini. Che ora giochi di sponda con Meloni o meno, nessuno può dirlo: di certo i vertici di FI e Lega, nel panico, sospettano si muovano in modo coordinato per sgambettarli.
È tra i pochi vantaggi tattici di Meloni, in questa fase: pensa di poter forzare la mano sfruttando la debolezza degli alleati. Davvero avranno il coraggio di affossare la riforma, rischiando una crisi di governo ed elezioni all'inizio del 2027? La scommessa è che possano ingoiare anche un nuovo sgarbo, ma la prudenza consiglia di non metterli alla prova. Chi di certo non sembra intenzionata a farlo è però Marina Berlusconi: per lei accettare preferenze libere significa offrire a Tajani il controllo totale dei prossimi gruppi (tutti i ras delle preferenze sono schierati con il vicepremier) e ad Arcore non verrebbe garantita la "quota" di fedelissimi già opzionata.
Esiste poi un altro piano, in questa storia. Quello dei desideri o delle tentazioni inconfessabili. Per Meloni, tenere in vita il Rosatellum – e dunque i collegi uninominali - significherebbe rafforzare il voto utile contro Vannacci e probabilmente perdere assai meno di quando accadrebbe con il premio di maggioranza previsto dalla riforma. Questo schema, inoltre, sembra piacere molto anche al Pd.
La trappola al Senato è stata piazzata dai dem. Il regista dell'operazione, Francesco Boccia, ha in mano il pallottoliere. Con l'eventuale via libera dei meloniani, la maggioranza a favore delle preferenze sarebbe schiacciante: ai 73 voti del campo largo si aggiungerebbero i 63 di FdI. In tutto, 136 su 200. Se la legge dovesse naufragare, il Pd centrerebbe anche un altro obiettivo: scongiurare le primarie per la scelta del candidato premier, che si va sempre più profilando come uno scontro all'ultimo sangue tra Elly Schlein e Giuseppe Conte.
ELLY SCHLEIN E FRANCESCO BOCCIA
Decadrebbe infatti l'obbligo – previsto dal Melonellum – di indicare il capo della coalizione nel programma. E le eventuali elezioni anticipate fornirebbero anche l'alibi per evitare la conta progressista: i tempi sarebbero troppo stretti e renderebbero impraticabile l'apertura dei gazebo. Con un vantaggio in più, per i dem e soprattutto per Schlein: in caso di vittoria, difficile non garantire la premiership al leader del partito più votato.
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