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Francesca Paci per "la Stampa"
Il primo round dei colloqui di Ginevra con i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu e la Germania sull'arricchimento dell'uranio iraniano sembra aver soddisfatto la Repubblica degli ayatollah ma soprattutto i suoi interlocutori che, puntando sull'effetto Rohani, pianificano ottimisti di rivedersi al più presto. Tanto che ieri sera le delegazioni americana e iraniana si sono riunite a livello di viceministri in un bilaterale durato oltre un'ora.
La valutazione della giornata è invece tutt'altro che positiva per Israele, che aveva già criticato l'apertura di Washington. «Abbiamo imparato nel 1973 a non sottostimare il nemico e dopo aver pagato il prezzo dell'auto illusione non commetteremo più quell'errore» afferma il premier israeliano Netanyahu durante la cerimonia per i 40 della guerra del Kippur. Il discorso, rivolto alla Knesset, è indirizzato alla comunità internazionale. «Non rinunceremo all'ipotesi di un attacco preventivo» ribadisce il premier.
La storia - insiste - insegna: «La pace (con l'Egitto ndr.) è stata raggiunta con la forza».
Israele segue lo sviluppo dei negoziati di Ginevra con preoccupazione. Una fonte interna al governo racconta il dilagante pessimismo e l'impressione diffusa che gli Usa stiano scendendo a compromessi con Teheran prima che sia necessario: «Da una parte c'è la convinzione che l'ultima parola sul nucleare tocchi alla irriducibile guida suprema e non all'apparentemente riformista Rohani, per cui concedere troppo potrebbe significare regalare tempo allo scenario peggiore, quello in cui l'arricchimento possa essere convertito segretamente in uso militare in poche settimane».
Non a caso la posizione di Netanyahu che un anno fa era grossomodo allineata su quella internazionale nel concedere fino al 20% di arricchimento si è irrigidita e la linea rossa si è avvicinata allo zero.
Poi c'è il contesto politico: «Bibi è isolatissimo. Era riuscito a convincere la sua riluttante coalizione a riavviare i colloqui con i palestinesi in cambio del sostegno Usa sull'Iran ma ora rischia di saltare tutto. La pressione psicologica ha un peso. E se è vero che parte dell'intelligence e dei vertici delle forze armate sono contrarie a un raid contro l'Iran senza il supporto di Washington, bisogna ricordare che alcuni documenti sull'attacco al reattore iracheno del 1981 desecretati pochi mesi fa rivelano similitudini con la situazione attuale. Anche allora non si pensò di poter distruggere tutto ma di ritardare di due o tre anni il programma che poi Saddam non riuscì più a recuperare».
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