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L’ISLANDA DICE NO AL REFERENDUM PER RIAPRIRE LE TRATTATIVE PER L'INGRESSO NELLA UE – IL FRONTE DEL SI', SCONFITTO CON 5 PUNTI DI DISTACCO, ERA GUIDATO DAI DUE PRINCIPALI PARTITI DI GOVERNO, SOCIALDEMOCRATICI E LIBERALI, CHE PUNTAVANO SULLA STABILITÀ GEOPOLITICA IN UN OCCIDENTE MINACCIATO DALLA RUSSIA E INDEBOLITO DALLE MATTANE DI TRUMP. GLI USA HANNO SEMPRE RAPPRESENTATO IL PRINCIPALE ALLEATO DELL’ISLANDA MA OGGI, CON LE MIRE SULLA VICINA GROENLANDIA, RISCHIANO DI ESSERE NON PIÙ AFFIDABILI – A GUIDARE IL FRONTE DEL NO LA POTENTE LOBBY DELLA PESCA. LA UE SPERAVA NEL TRIONFO DEL SI’ VISTO CHE…

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Daniele Castellani Perelli per repubblica - Estratti

L’Islanda sembra andare verso il No alla riapertura dei negoziati per entrare nella Ue. Cinque circoscrizioni su sei hanno già decretato la vittoria del No e in quella Sud-Ovest, l’ultima da cui si attendono risultati definitivi, i dati parziali vedono comunque il Sì in svantaggio. Al momento, il No è avanti con il 52,5% a livello nazionale, dopo un testa a testa durato tutta la notte che mostra un Paese diviso in due.

 

 

Nella circoscrizione Sud – la prima delle sei da cui sono arrivati i voti – il No ha raggiunto il 60,5% e il Sì il 39,5%. È in linea con le attese, ma secondo il modello di previsione della tv pubblica RÚV il Sì doveva sperare in un dato sopra al 41% per vedere crescere le proprie speranze di una vittoria nazionale. Stesso discorso per il Nord-Ovest, dove il No arriva al 62,9 e il Sì si ferma al 37,1%. Anche nel Nord-Est il No vince: 61.2%, con il 38,8%. A Reykjavik Sud, il Sì come previsto ha vinto, la capitale è il suo feudo: 54,5% contro il 45,5%. Così come a Reykjavik Nord: 57,5% contro 42,5%.

 

 

E anche nella circoscrizione Sud-Ovest, l’unica di cui mancano i dati definitivi, il No è avanti con il 51,5%. Perché il risultato nazionale possa essere ribaltato, il collegio dovrebbe registrare una percentuale finale per il Sì intorno al 56,5%-57%.

 

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(…)

 

 

La Ue entusiasma, la Ue fa paura, certamente non lascia indifferente questa ricca nazione del Nord. Già nel 2009 erano stati aperti i negoziati con sull’onda della gravissima crisi finanziaria che aveva colpito l’isola, ma nel 2014 erano stati chiusi dal nuovo governo di centrodestra, legato alla lobby della pesca. L’esito non è vincolante, ma con il No si chiude subito il dibattito, mentre con il Sì si aprono immediatamente i negoziati con Bruxelles e si cerca un accordo che poi va approvato da tutti gli Stati membri e, in Islanda, con un secondo referendum.

 

Il Sì era guidato dai due principali partiti di governo – i socialdemocratici della premier Kristrún Frostadóttir e i liberali – che puntavano sulla stabilità geopolitica in un Occidente minacciato dalla Russia e indebolito dalle minacce degli Stati Uniti, i quali hanno sempre rappresentato il principale alleato dell’Islanda in termini di sicurezza ma oggi con le mire sulla vicina Groenlandia rischiano di essere non più affidabili (l’Islanda è membro fondatore della Nato ma non ha un esercito);

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sulla necessità di entrare nell’euro per sostituire una moneta debole, la corona, responsabile di una inflazione al 5,6% e di tassi di interesse all’8%; e sul bisogno di contare di più a Bruxelles, visto che l’Islanda fa parte di Schengen e rispetta le regole europee in materia economica per gli accordi Eea e Efta ma essendo fuori dall’Ue non ha potere a Bruxelles.

 

Il centrodestra e le forze estrema di destra e sinistra sono invece per il No, ma a guidare il fronte è la potentissima lobby della pesca, che rappresenta l’8% del Pil e teme che le barche europee potranno pescare nelle acque islandesi e che le aziende del Vecchio continente fagociteranno quelle locali.

 

La Ue sperava nel Sì: l’Islanda ha il quinto Pil pro capite al mondo, è stabile, strategica nell’Artico e sarebbe una storia di allargamento di successo in tempi di crisi dell’Occidente.

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