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Paola De Carolis per il "Corriere della Sera"
«Non ho nulla da nascondere», assicura il leader dei Liberaldemocratici Nick Clegg, ma il tono è teso e lo scandalo innegabile. «Sexgate», sanciscono i giornali. «Clegg nei guai». «Sapeva tutto»: i titoli si susseguono da quattro giorni e non accennano a sparire. Con ogni edizione arrivano nuovi dettagli, quesiti irrisolti che gravano sul futuro politico del vice primo ministro.
L'accusa è quella di aver insabbiato le malefatte di Chris Rennard, oggi Lord Rennard, ex direttore del partito che dal 2003 alle dimissioni nel 2009 avrebbe palpeggiato e molestato diverse donne, tra cui Bridget Harris, strettissima collaboratrice di Clegg. Harris ammette di non aver denunciato il fatto al vice premier, ma di averne parlato con i più alti vertici del partito e di essere rimasta allibita dalla totale assenza di provvedimenti punitivi.
«Eravano a una conferenza in Galles, a Swansea, stavamo prendendo un caffè quando all'improvviso ha cominciato a toccarmi le gambe», ha rivelato a Channel 4. Harris lo ha respinto e indignata ha raccontato tutto a dirigenti del partito che avrebbero potuto agire. Eppure niente. Non è la sola a puntare il dito: come lei accusano Lord Rennard altre quattro donne, tre in veste anonima. La trama è sempre quella: Lord Rennard che ha la mano lunga, Lord Rennard che usa toni e parole inappropriati, Lord Rennard che ci prova. Lui nega categoricamente di aver agito in modo molesto: «Nei 29 anni in cui ho lavorato per il partito non sono mai stato raggiunto da accuse mosse contro di me».
E Clegg? Qual è il suo ruolo nella faccenda? Possibile che veramente non sapesse nulla? In un primo momento ha sostenuto di essere completamente all'oscuro, ma di fronte al montare dello scandalo e alla pubblicazione di diverse email che sembrano provare oltre ogni ombra di dubbio che qualcosa sapeva, il vice premier ha cambiato posizione. Sì, era al corrente, ma si trattava di sentito dire, di gossip, di accuse indirette e non circostanziate. I fatti, dopotutto, risalgono a tempi in cui non solo non era leader del partito: non era neanche deputato.
Interviste, interventi radiofonici e televisivi: Clegg si difende, ma i punti interrogativi rimangono. Anche perché emerge che nel 2008 Clegg mandò il suo braccio destro, Danny Alexander, oggi sottosegretario al Tesoro, da Lord Rennard per chiarire la situazione. Alexander gli comunicò che «non ci sarebbe stata alcuna tolleranza verso comportamenti inappropriati».
Pochi mesi dopo Rennard diede le dimissioni citando ragioni di salute. Ma perché il caso scoppia solo ora? Mentre i commentatori politici ipotizzano un complotto contro Clegg, le vittime di Rennard sottolineano che una ragione c'è: dopo un breve esilio, Lord Rennard ha ricominciato a esercitare una certa influenza. Ha partecipato addirittura a un convegno sulla parità , su come aumentare il numero di donne all'interno del partito.
«Lo stanno riabilitando, è chiaro», precisa Alison Smith, docente dell'università di Oxford che è stata un'attivista del partito e che, come Harris, è stata raggiunta dalle molestie di Rennard. Sicuramente Rennard ha avuto un ruolo fondamentale nella carriera di Clegg, come ha riconosciuto lo stesso vice premier in un discorso nel 2009: «Senza di lui non solo non sarei leader dei Liberaldemocratici, probabilmente non sarei neanche deputato».
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