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Roberto Fabbri per “il Giornale”
La questione andava pur risolta. Centinaia di multinazionali che avevano stretto accordi segreti con il Lussemburgo per pagare le tasse (pochissime) nel Granducato, con grave danno per l'erario di tanti Paesi ma anche per l'immagine personale di Jean-Claude Juncker, subentrato da poche settimane a Josè Manuel Durao Barroso nel ruolo di presidente della Commissione europea.
All'epoca dei fatti resi di pubblico dominio da una fuga di notizie che ha preso il fantasioso nome giornalistico di LuxLeaks, infatti, Juncker era il primo ministro del Lussemburgo e non ci vuol molto a capire che aver incoraggiato furbate fiscali ai danni di tanti Paesi partner dell'Ue limita (a esser generosi) la credibilità di chi oggi bacchetta dal suo alto pulpito quegli stessi partner per inadempienze in ambito economico.
Ci si sarebbe aspettati, insomma, che il Lussemburgo facesse chiarezza, soprattutto che facesse finalmente luce su accordi sottobanco che saranno anche legali ma puzzano comunque (sempre a voler essere generosi) di slealtà. È accaduto, invece, l'esatto contrario: è stata annunciata l'incriminazione del presunto autore della fuga di notizie che ha generato lo scandalo LuxLeaks.
Un ex impiegato francese della società di revisione PricewaterhouseCoopers (Pwc) Luxembourg, il cui nome è rimasto segreto, è stato convocato dalla Procura del Lussemburgo e interrogato per alcune ore nel quadro di una commissione rogatoria: la presunta «talpa» - che secondo fonti del quotidiano lussemburghese Wort vive in Francia - è stata lasciata libera, ma è stata incriminata per furto, violazione del segreto professionale, riciclaggio di denaro e accesso fraudolento a un sistema automatico di elaborazione di dati.
Pwc aveva sporto denuncia per il furto di ben ventottomila pagine di documenti confidenziali - che risalirebbe al settembre 2010 - nel giugno 2012, un mese dopo che l'emittente tv France 2 aveva messo in onda un servizio dedicato alla conveniente fiscalità del Granducato. Tra le centinaia di multinazionali che avevano deciso di approfittarne fino a non pagare praticamente più tasse ci sono giganti come Apple, Pepsi e Ikea.
L'incriminazione del presunto responsabile è però avvenuta soltanto venerdì scorso, proprio poche settimane dopo la nomina di Jean-Claude Juncker a presidente della Commissione europea. Una tempistica che colpisce, e non solo quella: se infatti gli autori di fughe di notizie sensibili come Manning, Assange o Snowden vengono perseguiti per aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale dei rispettivi Paesi, difficilmente il Lussemburgo sembra poter fare lo stesso con l'anonimo impiegato francese infedele che ha ceduto documenti confidenziali al Consorzio internazionale dei giornalisti d'inchiesta.
Lo scandalo ha oggettivamente indebolito la posizione di Juncker, che lamenta che «LuxLeaks lasci credere che io abbia partecipato a delle manovre che non rispondono alle regole elementari dell'etica e della morale. Io non sono l'architetto del sistema - ha sostenuto l'ex premier lussemburghese - ma ne sono politicamente responsabile».
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