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A CHI PALAZZO CHIGI? A NOI – DIETRO L’UKASE SULL’USO DI “SIGNOR PRESIDENTE DEL CONSIGLIO” (POI CORRETTO) PER INDICARE LA NUOVA INQUILINA GIORGIA MELONI NON SEMBRA ESSERCI SOLO UNA QUESTIONE LESSICALE MA PURE DI ATTRIBUTI (MASCHILI) DA FAR VALERE – E COME LA METTIAMMO CON L’APPELLATIVO PREMIER? LA PREMIER O IL PREMIER? - IL SOSPETTO CHE CI SIA UN PIANO PER FARE PIAZZA PULITA DEL VECCHIO ESTABLISHMENT BUROCRATICO – SBATTUTI FUORI SU DUE PIEDI I COLLABORATORI ALL’UFFICIO STAMPA – QUANDO EINAUDI MANDO’ AL DIAVOLO CLAIRE LUCE CHE VOLEVA ESSERE CHIAMATA AMBASCIATORE MA LUI SI RIFIUTO’: “AL CAPO DELLO STATO SI POSSONO CHIEDERE TUTTI I SACRIFICI, MA NON QUELLO DELLA LINGUA ITALIANA”
DAGOREPORT
Il primo atto della marcia su Palazzo Chigi di Giorgia Meloni all’insegna a noi il potere è l’ukase vergato dal nuovo segretario, il consigliere di Stato Carlo Deodato, in cui si intima che la nuova inquilina dovrà essere chiamata “signor presidente” e non presidentessa come imporrebbe la stessa lingua italiana.
Si tratta soltanto di una infelice questione lessicale (gaffe) o si tratta di mostrare pure gli attributi (maschili) della Meloni? E come la mettiamo con l’appellativo inglese premier? Il premier e la premier Meloni? Ah saperlo!
Non si fa cenno nell’editto ai castighi (escluso l’olio di ricino che richiamerebbe il ripudiato regime) in cui andranno incontro chi (usceri, funzionari, personale della sicurezza) non si atterrà alla circolare che, purtroppo, non è una fake news ma segnala una certa aria punitiva che starebbe attraversando la sede del governo.
L’altro giorno gli addetti all’ufficio stampa sono stati invitati, su due piedi, a lasciare le proprie scrivanie e a tornarsene a casa. Senza neppure una giustificazione o un grazie.
Parlare di epurazione è forse sbagliato, ma la circolare dello zelante Deodato, subito rimesso in riga dalla diretta interessata: “chiamatemi pure Giorgia” rischia di essere l’aratro che traccia il solco (nero) della nuova premier Meloni.
LUIGI EINAUDI GIULIO ANDREOTTI
Ps. Nei suoi Diari Giulio Andreotti ricorda che al presidente della Repubblica del tempo, Luigi Einaudi, fu detto che Clare Luce potente rappresentante in Italia degli Usa, doveva essere chiamata ambasciatore, ma lui si rifiutò facendo osservare: “al capo dello Stato si possono chiedere tutti i sacrifici, ma non quello della lingua italiana”.
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