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Sandro De Riccardis per “la Repubblica”
Per la prima volta in aula a difendersi dalle accuse della procura e degli imprenditori Giuseppe Pasini e Piero Di Caterina, l’ex presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, parla per quasi sei ore, in un’udienza carica di tensione tra imputato e pubblica accusa. Penati ripercorre la sua vita politica dagli anni ‘90, quand’era sindaco a Sesto San Giovanni, l’ex Stalingrado d’Italia, fino all’approdo sulla scena nazionale come braccio destro dell’ex segretario Pd Pierluigi Bersani.
Una scalata interrotta bruscamente all’alba del 20 luglio 2011, quando i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria bussarono alla sua porta per le perquisizioni che resero pubblica l’inchiesta della procura di Monza sul “Sistema Sesto”. «Sono passati 1.223 giorni — dice in aula Penati — Finalmente è il momento di farmi sentire». E in aula, rispondendo alle domande del pm Franca Macchia, rivendica la sua estraneità alle accuse di corruzione, finanziamento illecito e concussione (quest’ultime ormai prescritte).
PIERLUIGI BERSANI A SERVIZIO PUBBLICO
«Non ho mai preso tangenti né ricevuto prestiti. Non ci sono tracce di soldi all’estero. Nella richiesta di arresto — protesta con il pm Macchia — mi avete definito “un delinquente patentato”, ma dove sono le rogatorie? Si sono ipotizzati conti all’estero e adesso scopro che le rogatorie non sono state fatte? Mi state dicendo che volevate arrestarmi sulla base di accuse non provate?». «Le rogatorie sono state fatte sui suoi prestanome — è la replica del pm — i soldi ci sono e pure tanti».
Il riferimento è agli accertamenti su Renato Sarno, l’architetto considerato dall’accusa il «collettore di tangenti» per conto del politico. Penati, difeso nel processo dagli avvocati Nerio Diodà e Matteo Calori, ricostruisce il suo rapporto con Piero Di Caterina, l’imprenditore degli autobus locali che ha parlato di «prestiti » all’ex sindaco.
«Tre milioni e mezzo di euro — aveva ribadito in aula — mai casi di corruzione, però. Fino alla fine dell’era Penati, la corruzione a Sesto non era praticata, vigeva la consuetudine del “dacci una mano” e pagare era una prassi». Per Penati sono accuse frutto dell’astio dell’imprenditore, dopo che la Provincia non gli diede la concessione della linea Segrate-Milano.
Un atto, ricorda Penati, «fondamentale per Di Caterina, come mi disse, perché da quello dipendeva la vendita della sua società a un francese». Finché nel 2010 la Finanza perquisisce l’imprenditore e trova la ormai celebre mail che spedì a Penati e Binasco, manager dei Gavio, in cui parla di «dazioni di denaro » al politico. Quella mail, ricorda Penati, «mi è sembrato il gesto di una persona disperata ».
Sulle accuse di Pasini, che ha raccontato ai pm come l’ex sindaco avrebbe rallentato la riqualificazione delle aree di Sesto, di sua proprietà, per tenerlo sotto scacco in cambio di denaro e voti, Penati dice che «era lui a essere avido: chiedeva volumetrie edificabili per altri 600 miliardi di lire, minacciando il consiglio comunale che il piano non sarebbe stato approvato».
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