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“SOLO NEL CONFLITTO NASCE L’ALTERNATIVA” – IL SUBCOMANDANTE FAUSTO BERTINOTTI SI GASA PER I GIOVANI IN RIVOLTA “CONTRO IL SISTEMA” IN FRANCIA E SPAGNA: "LA RIVOLTA È IL CUORE DI QUESTA FASE DEL CAPITALISMO SEGNATA DALLA CRESCITA DELLE DISEGUAGLIANZE. IL MUNICIPALISMO ROSSO È LA NOVITÀ DA ESPLORARE, DA NEW YORK A SAINT DENIS, DA MANCHESTER A BERLINO, DOVE LA LINKE, HA VINTO PROMETTENDO LA REQUISIZIONE DEGLI ALLOGGI DELLE MULTINAZIONALI E METTENDO IN DISCUSSIONE IL PRINCIPIO ASSOLUTO DELLA PROPRIETÀ – L’ITALIA? SIAMO UN PAESE CHE NON HA MAI TAGLIATO LA TESTA A UN RE - PERCHÉ FA COSÌ PAURA LA PAROLA PATRIMONIALE?..."
Alessandro De Angelis per “la Stampa” - Estratti
fausto bertinotti alessandro de angelis (2)
C'è poco da fare, alla parola "movimenti", ha sempre un guizzo Fausto Bertinotti, ex sindacalista, ex leader di Rifondazione, ex presidente della Camera. Si accende nello sguardo, mentre conversa in un salotto pieno di libri. Lì all'ingresso c'è sempre la foto con Fidél e col subcomandante Marcos, che gli regalò una copia del Don Chisciotte con dedica: "Il miglior manuale di critica dell'economia". Non la mostra a caso: «Quella a cui stiamo assistendo è una duplice rottura del capitalismo. Con la democrazia e la modernità. È da qui che nasce un movimento di contestazione radicale».
fausto bertinotti alessandro de angelis (3)
Ecco, Bertinotti, definiamo questo "autunno francese" sulla scuola o spagnolo sulla casa.
«Una parte dell'Europa si trova di fronte a una contestazione sociale e politica di prima grandezza. La cultura dominante non la sa leggere, perché ne è estranea e considera effimeri i movimenti. La destra li criminalizza, facendo delle marginalità violente la chiave del tutto».
E la sinistra appare spiazzata. Perché sollevano dei temi che essa stessa dovrebbe rappresentare?
«È lo spiazzamento di chi è abituato a vedere i movimenti attendendosi lo "sbocco politico". Nessuno si misura sul fenomeno in sé, riassumibile in quello striscione in place de la Bastille: "Gen Z in collera". Collera per le condizioni materiali, ma anche verso chi ha smesso di fare il suo mestiere, illudendosi delle virtù del mercato».
Non è il '68 però. Questa collera ha un elemento prepolitico?
«Non è il "vogliamo tutto" del maggio francese. Ma la novità non va misurata sul carattere quasi di buon senso delle rivendicazioni: scuole, case, trasporti, asili nido. La parte bassa del welfare. Gli obiettivi posso anche essere ragionevoli, ma sono perseguiti con la radicalità di un approccio critico al sistema. Sennò non si spiega la collera. Lì dentro non c'è solo l'obiettivo realistico, ma la messa in discussione del sistema».
Voglio la casa, voglio studiare, voglio un salario, ma lo voglio perché voi siete un sistema iniquo.
«Esatto. Voglio sottrarre pezzi della società al sistema, riappropriandomi delle mie condizioni di esistenza. Dopo tanta retorica potremmo dire che è un movimento per la vita e per un altro destino della comunità. Non sono solo io a volere la casa, siamo noi a lottare per il bene comune».
Il famoso basso contro l'alto della società.
«Sì, e l'elemento chiave è la "sottrazione". Così come sottraggo al mercato il diritto di abitare, sottraggo all'organizzazione statuale il municipio, come luogo della mia organizzazione. L'altra novità del momento è il riemergere, cito con civetteria una formula ottocentesca, del municipalismo rosso. Vale persino sulla guerra questo elemento di sottrazione: in mancanza di una politica che risolva i conflitti, diserto».
Case, scuole, trasporti. Lo Stato sociale, asciugato dai governi, riemerge come contestazione?
«Non potendo più realizzare la riforma dall'alto dello Stato, la realizzo dal basso, come processo di conquista delle casematte».
Basso contro alto non è sinistra contro destra. Sono spinte su cui la politica deve lavorare, non è un già lavorato.
«Siamo di fronte a una radicalità che rifiuta il paradigma assunto dall'Occidente nell'ultimo ciclo. Quello che gli economisti chiamano il vincolo esterno. Ovvero: il primato della compatibilità sul bisogno, di cui l'Europa di Maastricht è stata la costruzione politica, con buona pace del pilastro sociale caro a Delors».
Quindi, se capisco, lei la legge come una rivolta a pezzi contro la globalizzazione.
«La rivolta è il cuore di questa fase del capitalismo segnata dall'insopportabile crescita delle diseguaglianze. E prende due forme. Da un lato il trumpismo o, se preferisce, il sovranismo che spacciano un'idea regressiva di protezione, ma non mettono in discussione la struttura capitalista, per dirla con Marx. Anzi, spingono nella trasformazione verso un modello tecno-feudale. Dall'altro c'è la riscoperta della radicalità dei movimenti».
Il cui rapporto con la sinistra è tutto da scrivere.
«L'hanno avuto dove è emerso, a sinistra, un nuovo progetto politico, confliggente con l'assetto attuale. Dicevamo, il municipalismo rosso, è la novità da esplorare, da New York a Saint Denis, da Manchester a Berlino, dove la Linke, a proposito di casa, ha vinto promettendo la requisizione degli alloggi delle multinazionali e mettendo in discussione il principio assoluto della proprietà: se il mercato non soddisfa i bisogni, intervenga il pubblico».
Ci vede una lunga durata in questi movimenti?
«Senza un aggancio nella dimensione partitica e statuale, temo che non si possa trasformare il quadro generale dello scontro. Ci vedo però un andamento carsico, nello spazio e nel tempo in tutto l'Occidente.
(...)
In Italia non si vede nulla del genere perché non c'è una tradizione di lotte spontanee?
«Fatta eccezione per il movimento pro-Gaza, fortemente basato sull'emozione di fronte a un manifesto genocidio, la tradizione italiana è legata alle grandi organizzazioni del movimento operaio. Anche quando nel '68 si è prodotta una grande rottura con le ortodossie politiche, c'è stata una interazione. Che poi è stata la forza di quella stagione: la saldatura tra studenti e operai. Accade così in un Paese che non ha mai tagliato la testa a un re: sine ecclesia, nulla salus…».
Diceva, l'aggancio statuale.
«In qualche misura si ritorna al classico. L'illusione liberista del mercato che si autoregola è franata. Il tema che si ripropone è quale Stato e quale politica, solo che la politica ufficiale non se ne accorge».
È d'accordo con il contributo di prosperità proposto da Carofiglio?
«Ma allora perché fa così paura la parola patrimoniale? Da anni si affacciano risposte di questo genere, da Piketty a Zucman, ma da sola, la leva fiscale non basta. Va preso per le corna il tema della redistribuzione salario-profitto-rendita. Significa Stato interventista e riformatore, conflitto e contrattazione sindacale».
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