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LA VITA È MIA E QUANDO FINISCE LO DECIDE...LA CHIESA! - LA SANTA SEDE E LA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA METTONO BECCO SULLE LEGGI REGIONALI SUL FINE VITA: "NE SERVE UNA NAZIONALE CONTRO IL FAR WEST" (OLTRETEVERE APPREZZANO QUELLA ADOTTATA IN VENETO) - LA RICHIESTA DELLA CHIESA METTE IN DIFFICOLTA' GIORGIA MELONI, CHE RITIENE LA LEGGE "CONTROVERSA" E NON VUOLE IMPELAGARSI SULL'ARGOMENTO A FINE LEGISLATURA - L'ARCIVESCOVO RENZO PEGORARO: "QUANDO UNA PERSONA È BEN ASSISTITA E ACCOMPAGNATA, LA RICHIESTA DI SUICIDIO SFUMA" (MA SARANNO AFFARI DI CHI È IN FIN DI VITA?)
Estratto dell'articolo di G.G. per "la Stampa"
«La politica è più divisa della Chiesa», osservano nei sacri palazzi. Santa Sede e Cei concordano sulla necessità di arrivare a una «legge di buon senso» per evitare il «far west» delle norme regionali.
Dopo il sì di Veneto, Toscana, Emilia-Romagna e Sardegna anche nel Lazio è iniziato l'iter per regolamentare il "fine vita". La conferenza episcopale è compatta nel preferire una norma bilanciata che scongiuri sia il «fai da te» degli enti locali sia la prospettiva che, con futuri assetti parlamentari, si arrivi anche in Italia alla «morte programmata» contro la quale Leone ha tuonato in Francia.
L'episcopato e la Santa Sede hanno ascoltato i pareri di scienziati ed esperti di bioetica che hanno espresso apprezzamento in particolare per la soluzione adottata in Veneto. Un modello che risponde ai rilievi della Corte Costituzionale fissando rigidi requisiti d'accesso e cioè patologia irreversibile, sofferenza fisica o psicologica intollerabile, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli. In questo modo l'eutanasia resta proibita e il farmaco deve essere autosomministrato dal paziente.
Garantite cure palliative e supporto psicologico, oltreché commissioni multiscidiplinari nelle Asl composte da medici, psichiatri e bioeticisti e un organo di consulenza e supporto. Ecco la base su cui le autorità ecclesiastiche ritengono possibile partire per varare una legge nazionale.
«Lo sforzo di inserire garanzie va riconosciuto - osserva l'arcivescovo Renzo Pegoraro, medico e presidente della Pontificia Accademia per la Vita -. Quando una persona è ben assistita, accompagnata e non prova dolore, la richiesta di suicidio sfuma.
Il problema del mancato intervento del Parlamento, che però non è obbligato dalla Consulta a legiferare, esiste ed è serio. C'è bisogno di una regolamentazione unitaria per evitare che le Regioni procedano in ordine sparso. Anche il governo dovrebbe fare di più.
La frammentazione rischia di esporre i soggetti più fragili e vulnerabili a pressioni psicologiche o alla sensazione di essere un peso, spingendoli verso decisioni estreme, pur di liberare familiari o altri dalla fatica dell'assistenza. La materia riguarda valori fondanti del sistema sanitario e merita responsabilità nazionale».
Evidenzia il vescovo Francesco Savino, vicepresidente Cei: «La legge sul fine vita non è più rimandabile. Vanno stabilite regole chiare e univoche in tutta Italia colmando un pericoloso vuoto legislativo. Per evitare le fughe in avanti serve una legge nazionale. [...]».
Il Paese «non può permettersi geografie variabili. L'assenza di una cornice unitaria produce prassi difformi e conflittualità tra territori, si alimentano disuguaglianze e contenziosi. Una legge statale deve chiarire confini, competenze, tempi e garanzie procedurali, evitando che atti amministrativi suppliscano al legislatore. Va messo al centro il diritto alla cura. Nessun ordinamento serio può rispondere alla sofferenza con una scorciatoia», avverte.
Sull'altra sponda del Tevere il "fine vita" trova resistenze nella maggioranza. La Lega si spacca tra il no di Matteo Salvini e il sì di Luca Zaia, Forza Italia è divisa tra Antonio Tajani contrario e Marina Berlusconi favorevole. Fratelli d'Italia la ritiene una controversa da non affrontare a fine legislatura.
Qual è però il punto che rende debole la posizione estrema che rende debole la posizione oltranzista di parte della maggioranza? «Alcuni settori del centrodestra – puntualizza il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex presidente Fuci – si erano erroneamente convinti prima del rinnovo di quattro giudici della Corte costituzionale che con questo cambio la corte potesse cambiare una giurisprudenza che ormai era consolidata e si sono invece ritrovati la Corte che ha dato il via libera anche a leggi regionali, in assenza di una normativa nazionale.
Però, imbevuti di una forma di massimalismo continuano a bloccare tutto mentre in sostanza i buoi sono già scappati ed altri se ne aggiungono». [...]
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