DAGOREPORT - GIORGIA MELONI NON SE LO ASPETTAVA DI FINIRE SBATTUTA COME UN UOVO DA CARLO MESSINA -…
“LEI ERA TENTATA DAVVERO DI VOTARE LE NOSTRE PREFERENZE, MA POI SE L’È FATTA SULLE SCARPE” – L’AFFONDO (UN PO' ROZZO MA EFFICACE) DI RENZI CONTRO LA MELONI DOPO CHE FDI NON HA VOTATO CON IL CENTROSINISTRA PER LE PREFERENZE LIBERE. MATTEONZO RINFACCIA ALLA DUCETTA ANCHE LE DICHIARAZIONI ALLA CAMERA DELL’11 MARZO 2014 IN CUI DIFENDEVA “LE PREFERENZE CONTRO LE LISTE BLOCCATE DELL’ITALICUM” - "PIERFURBY" CASINI: “LA PRESENZA OCCULTA DI VANNACCI DOMINA IL SENATO. AVETE PRESENTE QUELLE SETTE, CHE SI AVVIANO AL SUICIDIO DI MASSA?” – POI SCOMODA IL VANGELO PER PUNGERE ANCORA IL DUPLEX MELONI-VANNACCI: “PUÒ UN CIECO GUIDARE UN ALTRO CIECO, O NON FINIRANNO TUTTI E DUE NEL BURRONE?”
Monica Guerzoni per il “Corriere della Sera” - Estratti
Gli antichi orologi di Palazzo Madama segnano le 14, gli sherpa di maggioranza sono chiusi ai piani alti in collegamento con Palazzo Chigi nel tentativo di uscire (vivi) dallo psicodramma delle preferenze. E così l’assemblea del Senato, che si era concessa una pausa di riflessioni e tormenti, slitta di mezz’ora. È in quel momento che, fra il busto di Mazzini e quello di Garibaldi, Pier Ferdinando Casini finge di cercare risposte nel Vangelo: «Può un cieco guidare un altro cieco, o non finiranno tutti e due nel burrone?».
Risate. Ma la gag dell’ex presidente della Camera non è finita: «La presenza occulta di Vannacci domina il Senato... Avete presente quelle sette, che si avviano al suicidio di massa?».
Il burrone è scongiurato e il sollievo è nei fogli A4 con su scritto «con noi le preferenze», «con loro zero preferenze», issati in Aula dai senatori meloniani per convincere gli elettori a casa che davvero, stavolta, potranno scegliersi i parlamentari. E dire che le opposizioni quasi ce l’avevano fatta, con quel subemendamento tentatore che Giorgia Meloni avrebbe volentieri votato. L’ex generale futurista aveva anche lui spintonato la premier, provocandola sul tema sensibile della coerenza: no alle «preferenze meticce», FdI voti le «preferenze pure».
Quelle appunto proposte dal Pd, con uno stratagemma che per poco non spaccava il terzetto Meloni-Tajani-Salvini e che ha avuto il potere di squadernare le sofferenze che la sindrome del nemico a destra sta infliggendo al centrodestra.
«Avete provato a cambiare la legge elettorale a ogni cambio di sondaggio», infila il dito nella piaga Francesco Boccia, il capogruppo del Pd che per 24 ore, a sentire un azzurro, ha «cincischiato» col presidentissimo Ignazio La Russa (e viceversa). «È lui il vero sottosegretario a Palazzo Chigi», insinuano i dem e azzardano letture.
Il numero uno di Palazzo Madama voleva far saltare la legge? O forse vendicarsi del no di Salvini al ballottaggio? Macché, tutte illazioni, La Russa ha aperto alla proposta correttiva «perché c’è stata la richiesta ed era giusto farlo».
Dall’alto della tribuna, la stampa cerca risposte negli schizzi di Filippo Sensi. C’è Meloni che impreca con un sorriso «li vannacci vostri» e c’è la ministra Casellati: «Il governo lascia all’Aula la libertà di voto». Eh già, la libertà di voto. La trovata con cui il fronte meloniano è infine uscito dall’angolo, non imponendo alla maggioranza un doloroso no alle preferenze (vere) e portando a casa le altre. Quelle che per la premier «mancavano dal 1993», ma che le opposizioni giudicano «farlocche». «Il teatrino più sfacciato», sferza Giuseppe Conte via social.
(…) Alle 11 Matteo Renzi è già al suo scranno, col dito puntato verso Palazzo Chigi: «Rivolgo un appello alla premier Meloni, sarebbe l’unico essere vivente a farsi impaurire da Salvini e Tajani, voti per le preferenze pure e se loro col ruggito del coniglio hanno il coraggio di votare contro, ci porti alle elezioni». Nessuno voterà contro, come dirà sollevato Donzelli «il governo non salta».
Da sinistra gridano al golpe, accusano Meloni di essere «lei la palude», le chiedono di scusarsi con il Paese. Ma ancora una volta il centrodestra si ricompatta, lo spauracchio del voto anticipato si allontana e Renzi fa il suo show nel mezzo del Salone Garibaldi: «Lei era tentata davvero di votare le nostre preferenze, ma poi se l’è fatta sulle scarpe e scusate se l’immagine non è elegante».
MATTEO RENZI PIERFERDINANDO CASINI - FOTO LAPRESSE
Non è elegante affatto, però Conte e Schlein sono di casa alla Camera per cui è il senatore Renzi, fra i leader dell’alleanza che ha presentato il subemendamento Parrini, quello che si prende la scena. Eccolo di nuovo, l’ex premier. Alla presidenza è appena arrivato La Russa, Renzi si alza per la dichiarazione di voto e legge un testo: «Vi prego, coraggio colleghi, il coraggio di riconoscere agli italiani qualcosa che è loro e che non è nostro, il coraggio di riconoscergli un diritto...».
PIERFERDINANDO CASINI E MATTEO RENZI - FOTO LAPRESSE
Chi lo ha detto? «Giorgia Meloni alla Camera l’11 marzo 2014, difendendo le preferenze contro le liste bloccate dell’Italicum».
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