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CRONACHE ARTISTICHE DA EDIMBURGO - ANTONIO RIELLO: "AD AGOSTO VIENE ALLESTITA LA PIÙ IMPORTANTE MANIFESTAZIONE AL MONDO DI STREET ART & THEATRE: IL 'FRINGE FESTIVAL'. FIANCO A FIANCO TROVIAMO SOFISTICATE RIEDIZIONI SHAKESPEARIANE, AZIONI SEMI-SPONTANEE DI PROTESTA POLITICA, PERFORMANCE ARTISTICHE, TEATRO SPERIMENTALE, DANZE FOLKLORISTICHE E I CLASSICI GIOCOLIERI-MANGIAFUOCO DA SAGRA DI PAESE" - LE MOSTRE "THE VOID PRESSES THE WALL", DI EVA ROTHSCHILD, E "CATHERINE OPIE: TO BE SEEN..."
Antonio Riello per Dagospia
Nel mese di Agosto Edimburgo allestisce la più importante manifestazione al Mondo di Street Art & Theatre: il FRINGE FESTIVAL. Fianco a fianco troviamo sofisticate riedizioni shakespeariane, azioni semi-spontanee di protesta politica, performance artistiche, teatro sperimentale, reading di poesia, danze folkloristiche e i classici giocolieri-mangiafuoco da sagra di paese.
La città - di solito un po' sonnolenta - si anima non poco e diventa, lungo il centrale Royal Mile, anche decisamente sovraffollata. Gallerie e musei cercano di offrire il meglio che hanno a disposizione.
Fruitmarket è un ampio (e ben noto) spazio semi-pubblico che si trova vicino alla principale stazione ferroviaria: una accogliente libreria-caffetteria che al proprio interno ha a disposizione spazi quasi-museali per ospitare mostre d'Arte. Come "The Void Presses The Wall" di Eva Rothschild, artista nata a Dublino e attiva oggi a Londra.
La sua ricerca parte da una iniziale indagine minimalista dello spazio architettonico che nel corso degli anni si è rimpolpata ricoprendosi generosamente di materiali e colori. Tutte le opere sono state realizzate nel 2026 per questa esposizione.
All'ingresso ci si imbatte in "Cloud", una grande scultura fatta di tondini metallici dipinti (l'artista usa spesso i materiali da costruzione). Il lavoro più bello però è forse la scultura "New Romantix": un magnifico groviglio di lucchetti colorati (sono stati realizzati in resina) e agganciati l'uno con l'altro. Un intelligente monumentino al romanticismo tardo moderno.
E' poi la volta di due installazioni a muro: due grandi griglie metalliche (di nuovo il cantiere) dove si attorcigliano dei sottili e lunghi cilindri in resina. Lo spazio è sempre il protagonista: sono in accesa competizione quello razionale cartesiano e quello imprevedibile della fantasia. Altre due installazioni in metallo e plastica ("Hangouts" e "Sphinx Night") colonizzano il pavimento: sempre un alternarsi di ordine e caos. "The Grit" infine ripropone la favola della "Principessa sul pisello" in modalità artistica. In questo caso, un'interpretazione notevole e quasi giocosa.
Un video dell'artista racconta il suo approccio poetico. La mostra, curata da Andrea Schlieker, è corredata da uno spazio - sempre ideato dall'artista - dove i visitatori più giovani possono esercitarsi a ricostruire (in miniatura) le opere esposte. Ci spostiamo alla Royal Scottish Academy dove è in corso la mostra "Catherine Opie: To Be Seen".
Catherine Opie (nota per lettrici/lettori distratti: non va confusa con il più noto artista britannico Julian Opie) è una significativa artista americana che usa la fotografia. E' nata nel 1961 a Sandusky, Ohio. In qualità di lesbica dichiarata, è anche un'attivista del movimento LGTBQ+. Oggi vive a Los Angeles.
La sua infanzia, passata nell'America profonda, è segnata dal disagio di essere stata a lungo palleggiata da famiglie divorziate. Il tutto accompagnato da problematiche identitarie: era una bimba grassottella che veniva spesso bullizzata a scuola.
L'ancora di salvezza è stata una piccola macchina fotografica regalata per il dodicesimo compleanno. Al San Francisco Art Institute, agli inizi degli anni '80, si specializza brillantemente in fotografia. In seguito diventa un importante testimone/fotoreporter del movimento gay e della triste stagione dell'AIDS che in California fece molte vittime.
La RSA presenta ottanta opere che l'artista ha personalmente scelto e poi messe in dialogo con ritratti storici già presenti nel museo (molti i quadri di signorotti scozzesi del passato addobbati in Tartan). La si potrebbe anche definire una grande installazione fotografica site-specific. L'accoppiamento con i quadroni polverosi della galleria funziona a meraviglia: l'estetica aristocratica del potere che vuol farsi ricordare dai posteri collide potentemente con le stampe chromogeniche dei cosiddetti "very normal people".
Il suo linguaggio mette assieme un solido realismo documentario con un tocco di eleganza fuori dal comune. Ha quella precisione clinica che solo soggetti pieni di "disordine" possono ispirare. Riesce spesso a mescolare dramma e allegria nel contesto di comunità marginali della California, sottolineando sempre e comunque la dignità dell'essere umano.
Catherine Opie, per vocazione, fotografa le persone. Quelle importanti come David Hockney oppure i campioni di Football americano. Ma anche ordinarie famiglie di vicini che conosce bene. Amici, soprattutto quelli del "giro alternativo" legati agli ambienti LGTB+ (la serie di foto di uomini con i baffoni oppure la possente drag queen di colore, "Divinity Fudge"). O semplicemente dei ragazzini che vede passare per strada.
Naturalmente anche autoritratti (una delle foto più straordinarie la ritrae ragazzina nel 1970 e anche un suo autoritratto-con-baffi del 1994 con è davvero niente male). Insomma tratteggia una umanità americana, eclettica e variegata.
Comunque sempre genuina. Con il coraggio - molto americano - di farsi fotografare senza filtri per quello che è: sempre un po' orgogliosa e un po' disperata (il ritratto di una signora che esibisce il proprio corpo abbronzato con i segni del costume è strepitoso). Sono gli Stati Uniti del Rock progressivo e dei film di Robert Altman. E di tante altre cose che noi europei continuiamo (malgrado-tutto-e-Trump) ostinatamente ad amare.
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