CRONACHE ARTISTICHE DA LONDRA - ANTONIO RIELLO: "'IL VICTORIA & ALBERT MUSEUM', SNOBBATO DAI TURISTI E AMATO DAI LONDINESI, RACCOGLIE GLI OGGETTI CHE RIPORTANO PER LO PIU’ AD UN TEMPO ANDATO, QUANDO LONDRA ERA IL CENTRO DEL MONDO" - "PER TOGLIERE LA POLVERE DI DOSSO AL MUSEO, LA DIRIGENZA HA APERTO DUE SUCCURSALI NELLA 'CITY': LA PRIMA, V&A EAST STOREHOUSE, HA INAUGURATO UN NUOVO CORSO DELLA MUSEOLOGIA: L’ARCHIVIO E IL MAGAZZINO DIVENTANO LA PRINCIPALE RAGIONE DELLA VISITA. L’INGRESSO E’ GRATUITO. FATTA ECCEZIONE PER LA MOSTRA-ARCHIVIO DI DAVID BOWIE..."

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Antonio Riello per Dagospia

 

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Il Victoria & Albert Museum e’ il celebre museo londinese di “Arti Applicate” (fondato ai tempi della Regina Vittoria) che si trova a South Kensington. E’ estremamente intrigante e, al suo interno, si potrebbero passare non ore, ma giorni, scoprendo sempre qualcosa di nuovo. Ospita tutti gli stili decorativi possibili.

 

Un po’ snobbato dai turisti, molto amato dai londinesi. Le raccolte di oggetti che custodisce riportano per lo piu’ ad un tempo andato, quando Londra era il centro del Mondo. Memorie straordinarie di cultura materiale ma in effetti un po’ datate (almeno per ragazzi e adolescenti).

 

Per togliere la polvere di dosso la dirigenza del V&A ha deciso delle mosse importanti e coraggiose.  Dopo aver aperto - nel 2018 - una sede in Scozia (a Dundee) sono state attivate due nuove succursali a Londra. E’ stata scelta la zona di Hackney Wick, nella parte Est della citta’. Esattamente dove e’ stato costruito, nel 2012, lo stadio olimpico. Di fianco sorge la grande scultura di Anish Kapoor “AcelorMittal Orbit” (non una delle sue opere migliori in ogni caso).

 

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La prima, V&A East Storehouse (disegnata dallo studio DILLER SCOFIDO + Renfro e aperta nel 2025), ha inaugurato un nuovo corso della museologia: l’Archivio e il Magazzino diventano la principale ragione della visita. Per usare il gergo dell’Architettura: la parte “servente” diventa quella “servita” e viceversa.

 

Ovvero si ribaltano i ruoli. I processi di manutenzione e restauro nei laboratori diventano spettacolo per i visitatori. E gli innumerevoli reperti in stock vanno a formare una sorta di imponente e vistabile “Caverna di Ali’ Baba’”.

 

Oggi, a Londra, questa e’ probabilmente la realta’ museale piu’ interessante. L’ingresso e’ gratuito. Fatta eccezione per la mostra-archivio di David Bowie, luogo di obbligatorio pellegrinaggio per i fan del mitico “Duca Bianco”. Per entrare in quest’ala serve il biglietto.

 

Poco distante, nell’Aprile del 2026, si e’ inaugurata V&A East, progettata dallo studio irlandese O’Donnell+Tuomey. In pratica e’ una versione del museo radicata nelle specificita’ di questa zona, dove la demografia e’ ancora vivaciotta e il ritmo della vita piu’ “sciallo”.

 

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Qui vivono molti dei cosiddetti “Hipster”: semplificando si potrebbero definire come la parte creativa e impegnata della popolazione giovanile. Gente comunque molto sensibile alle mode culturali, che spesso partono proprio da qui (compresa la mania del “gluten-free”). Senz’altro da queste parti c’e’ molto attivismo politico e perfino il labour radicale da molti viene considerato roba moderata e sorpassata.

 

Qui si vota (almeno al momento) il “Green Party” di Zack Polanski (chi non condivide queste convinzioni definisce chi vive qui “Radical Chic People”, e’ ovviamente una questione di prospettiva). In realta’ questa e’ una zona meno “etnica” di tanti altri quartieri londinesi. Ma e’ comunque considerata da sociologi e giornalisti una sorta di laboratorio urbano dove tenere d’occhio le tendenze emergenti (quello che fu, negli anni ’90, il quartiere di Islington). 

 

In questa sua versione il V&A si propone quindi in una veste meno “established”: piu’ informale e socialmente impegnata. “Local” e Global” si bilanciano in un equilibrio senz’altro piacevole (ma onestamente anche fragile). All’esterno si erge una gigantesca scultura, “A Place Beyond”, opera di Thomas J. Price.

 

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La mostra permanente “WHY WE MAKE” raccoglie circa 500 manufatti legati alla vita materiale e ai vari aspetti della creativita’ di Hackney. La diversita’ culturale e l’inclusione la fanno da padrone. La stilista di origine indiana Aneeth Arora combina tessuti tradizionali dell’Udaiour con le tendenze piu’ modaiole. Keith Khan di ascendenza caraibica disegna e produce sgargianti abiti per il carnevale di Trinidad (che a Londra si celebra a Notting Hill).

 

Campeggiano i fantasmagorici costumi di scena prodotti da Leigh Bowery, quello che aveva fondato il famosissimo queer club “Tabu’”. Molly Goddard invece mette a frutto il suo talento di fashion designer per confezionare abiti eleganti per signore decisamente obese. Copiosa la grafica autoprodotta per promuovere negozi e associazioni locali. Ci si imbatte in qualche bel mobile fatto sul posto con materiale di scarto viene alternato a pezzi storici di design. Ecologia e Diritti Umani sono le (scontate) parole d’ordine.

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Un intero piano dell’edificio ospita invece la mostra temporanea “THE MUSIC IS BLACK”. Oggetti personali di autori come Little Simz, India Flaming, JME, DJ Paulette e Joan Armatrading. Copertine di dischi, manifesti e tante foto documentano gli inizi e gli sviluppi del British-Afrobeats. Ricco malloppo di informazione. Soprattutto e’ un’ottima opportunita’ per ascoltare tantissima musica fantastica, non sempre cosi’ conosciuta fuori dai canali specializzati. 

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