2026amart amart mostra fiera antiquariato milano

NOSTALGIA CANAGLIA – AL MUSEO DELLA PERMANENTE DI MILANO È IN CORSO LA FIERA DELL’ANTIQUARIATO “AMART” – ANTONIO RIELLO: “È IN PERENNE BILICO TRA ‘SUBLIME IERI’ E "PROBLEMATICO ALTRO-IERI’. ALL'INGRESSO UN'AUTO ROSSO FIAMMANTE D'ANNATA (BMW 328 ROADSTER DEL 1938) ACCOGLIE I VISITATORI. IL MODERNARIATO FUNZIONA SEMPRE: È PIÙ VICINO ALLE NOSTRE MEMORIE PERSONALI E L'EFFETTO "ME LO RICORDO" NON TRADISCE MAI. QUANDO CI SI AVVENTURA INVECE NELL'ANTICO, LA SENSAZIONE CAMBIA. DIPINTI, SCULTURE, ARREDI, MOBILI, SOPRAMMOBILI: TUTTE COSE ONOREVOLISSIME, MA PERCEPITE COME LONTANE…”

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Antonio Riello per Dagospia

 

amart mostra di antiquariato a milano 01

Antiquariato, parola diventata da qualche decennio un po' ambigua. Il Passato è nobile Storia che, all'occorrenza, può mutare in seducente Nostalgia. Ma in un mondo impaziente e distratto lo stesso termine può suonare come un'inezia polverosa o peggio una memoria scomoda e ingombrante ("roba da Museo").

 

AMART, la fiera che si tiene in questi giorni alla Permanente di Milano, è insomma in perenne bilico tra "sublime ieri" e "problematico altro-ieri".

 

Partiamo dal primo: "Nostalgia Canaglia". All'ingresso un'auto rosso fiammante d'annata (BMW 328 Roadster del 1938) accoglie i visitatori. Il Modernariato certo funziona sempre: è più vicino alle nostre memorie personali e l'effetto "me lo ricordo" non tradisce mai. Lo stand di Marco Arosio con irresistibili chicche di Giò Ponti e Sebastian Matta lo testimonia con grande gusto ed eleganza.

 

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Quando ci si avventura invece nell'Antico la sensazione cambia. Dipinti, sculture, arredi, mobili, soprammobili: tutte cose importanti e onorevolissime ma in qualche modo percepite come lontane. Se non si trova il modo di ri-leggerle in modo contemporaneo rimangono solo delle "testimonianze di un defunto modo di vivere". Magari le rispettiamo, ma di sicuro non ci catturano.

 

La specialista nel dare un senso presente e coinvolgente ai pezzi di Antiquariato è la Galleria Burzio (ha sede a Londra, ma i proprietari, Luca Burzio e Laura Camporese, sono dei "procacciatori di meraviglie" di italica stirpe).

 

I preziosi oggetti che espongono qui a Milano (lo stand è firmato dall'architetto Paolo Genta Ternavasio) non sono solo antichi, sono legati da un fil rouge molto sofisticato e attualissimo. La maggior parte è stata prodotta in Italia per l'aristocrazia locale la quale cercava la gloria dei modaioli fasti parigini senza spendere delle fortune.

 

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Insomma dei magnifici (e relativamente costosi) rifacimenti a "KM ZERO" di stili e tecniche del lusso globale del XVIII e del XIX secolo. Ma con qualcosa in più (e qui la faccenda si fa davvero interessante, l'autarchica magia italiana ha evidentemente solide radici): le riedizioni finiscono spesso per superare in qualità gli originali a cui si ispirano.

 

I cinesi producevano delle statue in ceramica con la testa mobile, quando ondeggiava voleva dire che c'era un terremoto (erano in pratica degli eleganti sismografi domestici). Questi manufatti erano diventati assai di moda in Europa - con il nome francese di "Magots" - quando furoreggiavano le cosiddette "Chinoiserie".

 

Alcuni artigiani sabaudi li rifacevano in cartapesta e li decoravano seguendo i pattern cinesi, ma operando così bene da farli diventare perfino più belli di quelli prodotti in Asia. Accanto campeggiano degli imponenti, impeccabili e raffinatissimi vasi di porcellana giapponese (lo stile che li connota si chiama "Imari") che, ad un esame ravvicinato, risultano invece essere stati prodotti da un coevo atelier ceramico torinese di proprietà di Christian Wehrlin: sono fatti in terraglia dipinta a freddo.

 

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Le magnifiche sedie esposte sembrano un capolavoro di ebanisteria francese (stile Luigi XVI). In realtà sono della medesima epoca ma piemontesissime e la lavorazione è a stucco (molto più economica ma con un effetto finale forse ancora più fastoso).

 

Lo stesso per delle fantastiche consolle in stile parigino realizzate per la Reggia di Caserta. Il Vanvitelli le fece realizzare dalla abile e creativa manodopera campana in semplice legno finemente dorato (anzichè nel classico e dispendioso bronzo dorato). Il marmo che le ricopre proviene da una cava locale, quella di Vitulano.

 

Intendiamoci, quello dei Burzio non è affatto il "festival del falso". Presentano pezzi di indubbio valore storico e collezionistico: autentiche, elaborate ed oneste reinterpretazioni commissionate da facoltosi committenti dell'epoca che, a suo tempo, le hanno pagate per quello che realmente valevano. Sono esempi di "Sincera Simulazione", non di "Taroccamento".

 

In fondo il processo riflette quello che aveva già fatto Andrea Palladio progettando per dei committenti veneti certo benestanti (che però erano anche molto attenti alle spese) delle architetture di grande tradizione e prestigio. Solo che per fare quadrare i conti cercava di utilizzare finiture e materiali decisamente più economici.

 

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Palladio infatti non usa quasi mai il costoso marmo: stucchi e intonaci dipinti (magari dal suo amico Paolo Veronese) ne erano il brillante surrogato. Questo fatto non rende assolutamente meno straordinarie le sue ville.

 

Quando l'Antiquariato ci sa raccontare queste cose ci piace da impazzire: parla di cose vive. L'"onesto surrogato" che batte il borioso prodotto di partenza è francamente una narrazione avvincente e irresistibile che va ben oltre la rarità del manufatto. Siamo nel pieno delle logiche dell'"Antropologia del Lusso" (che, in qualche maniera, hanno anche segnato le turbolente cronache delle scorse settimane in Italia e in Francia).

 

PS In un contesto più di "Arte Contemporanea" (comunque consolidata) che di vero e proprio Modernariato dentro AMART troviamo la celebre galleria d'Arte di Gian Enzo Sperone: in mostra strepitose ceramiche di Luigi Ontani e del duo Bertozzi e Casoni.

 

riello magottino

AMART

Museo della Permanente

Via Filippo Turati 34, Milano

dal 5 all 8 Novembre 2026

 

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