DAGOREPORT – A UN MESE DAL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA, INEVITABILMENTE DIVENTATO IL GIORNO DEL…
“IL NO ALLA NAZIONALE? SAREBBE STATO UN CONFLITTO DI INTERESSI PAZZESCO. ALLA ROMA SONO IL PUNTO DI RIFERIMENTO DEI FRIEDKIN” – CLAUDIO RANIERI SPIEGA I MOTIVI CHE LO HANNO PORTATO A DECLINARE L’OFFERTA DI GRAVINA DI DIVENTARE CT DELL’ITALIA: “HO SCELTO LA ROMA E UN CONTRATTO SCRITTO. I FRIEDKIN? SOLO IN ITALIA SIAMO OSSESSIONATI DALLA PRESENZA DELLA PROPRIETA'” – L’ADDIO ALLA PANCHINA: “PENSAVO CHE SAREI MORTO IN CAMPO MA NEGLI ULTIMI ANNI MI SONO ACCORTO CHE LA SCONFITTA MI DIVORAVA. PER QUESTO HO SMESSO” - CHIUDERÀ LA SUA CARRIERA ALLA ROMA? PENSO CHE FINIRÀ COSÌ, POI MAI DIRE MAI…”
Guido Boffo per “il Messaggero” - Estratti
claudio ranieri foto mezzelani gmt19
Claudio Ranieri, lei è nato a Testaccio. Le capita di tornare nel suo vecchio quartiere?
«Non c'è più la macelleria dei miei genitori, quindi molto meno di prima. Ma ho un ricordo ancora vivido: abitavamo sulla piazza del mercato, c'era un pullulare di gente».
(…)
Lo scudetto con il Leicester l'ha cambiata?
«No, io sono sempre quello della poesia di Kipling. Più che altro ha fatto cambiare l'opinione su di me. Sfioravo gli scudetti con squadre che non erano attrezzate per vincere i campionati, ed ero l'eterno secondo o il magnifico perdente. Però accettavo tutto, perché non puoi andare contro il mainstream. È sempre una fatica inutile».
Come spiega quel miracolo?
«Mi sono trovato al posto giusto nell'anno giusto. La chiamavano la squadra Yo-yo, perché saliva e scendeva tra Premier League e Premiership, la loro serie B. Il presidente mi chiese di raggiungere la salvezza il prima possibile, con un organico che per sette undicesimi l'anno precedente aveva evitato la retrocessione solo nell'ultimo mese».
E invece fu un crescendo.
«A febbraio ci aspettavano tre partite consecutive: Manchester fuori casa, Liverpool in casa e Arsenal fuori. E poi ci sarebbe stata la sosta. I ragazzi provavano sempre a prendere un giorno in più di vacanza. Venne da me Vardy e disse: mister, se facciamo nove punti? E io: se le vincete tutte e tre, vi do una settimana. E insomma, vincemmo a Manchester 3-1, poi battemmo il Liverpool.
A Londra, contro l'Arsenal, perdemmo 2-1 al 95', dopo aver giocato il secondo tempo in dieci. Per me era come una vittoria e comunicai ai ragazzi che avrebbero avuto la settimana di riposo. Fu Mahrez a parlare a nome della squadra: mister, sul serio, dove pensa che potremmo arrivare? Sorrisi e rimasi in silenzio. E lui: lei lo sa. Aveva ragione, sapevo che avremmo fatto un grande campionato. Però, onestamente, vincere la Premier non mi è mai passato per la testa».
claudio ranieri foto mezzelani gmt20
Il giocatore che ha fatto crescere di più?
«Al Chelsea mi aveva colpito John Terry: giocava con le riserve e lo portai in prima squadra. I tifosi e i giornalisti erano perplessi. Io non avevo dubbi. Dissi che sarebbe diventato il capitano dell'Inghilterra e diventò il capitano dell'Inghilterra. Ricordo ancora il discorso che feci a Lampard: tu sei uno splendido campione, da metà campo in su fai quello che ti senti.
Da metà campo in giù, dato che sono italiano, cercherò di migliorarti. Ma non mi sono inventato niente, li ho solo capiti. E il primo anno dopo Maradona, quando Ferlaino voleva acquistare un numero 10, lo convinsi a puntare su Zola, che conoscevo dai tempi della Torres e aveva già fatto qualche partita con il Napoli. Chiunque altro sarebbe stato schiacciato dall'eredità di Diego».
Con Mourinho sono state scintille.
«Sì, all'inizio ci siamo scontrati, c'è stata una dialettica vivace. Ma poi siamo diventati amici. Quando sono arrivato all'Inter, è stato il primo a chiamarmi. Evidentemente gli avevano spiegato che persona fossi».
Cosa sta succedendo al calcio italiano?
claudio ranieri foto mezzelani gmt17
«Vedo due problemi. Il primo è che mancano i soldi. Non ce la facciamo a competere con le corazzate, soprattutto inglesi, che spendono 50-60 milioni per acquistare giocatori dai 16 ai 20 anni. Il secondo fattore è legato ai cicli. Gli olandesi non erano nessuno prima che uscissero fuori Cruyff e il calcio totale di Rinus Michels. Così l'Inghilterra, la Germania, la Spagna, la stessa Francia. Noi avevamo grandi campioni e avevamo il nostro gioco all'italiana, che mi sembra un po' troppo vituperato. Gli altri, quando devono difendere, non si fanno problemi a giocare all'italiana. Mentre qui è scoppiata la guerra tra giochisti e pragmatici».
A quale presidente è rimasto più legato?
«A quello del Cagliari, Tonino Orrù. Mi disse: Claudio, fra due anni ci sarà il mondiale, si giocherà anche qui, se riuscissimo a salire in serie B sarebbe una cosa bella. E noi invece arrivammo in A. Non posso scordarmi che all'inizio del girone d'andata avevamo 8-9 punti. I giornalisti scrivevano che Ranieri era a rischio. Orrù fu un signore: Claudio, stai tranquillo, con te siamo arrivati dalla C in A e, se deve accadere, con te torneremo in C. Ci salvammo con una giornata d'anticipo.
È stato difficile dire no alla Nazionale?
claudio ranieri antonello venditti
«È stato difficile nel senso che quale allenatore non vorrebbe allenare la Nazionale del proprio Paese? Ma, al tempo stesso, non è stato difficile perché sono sotto contratto con la Roma. Ci sarebbe stato un conflitto di interessi pazzesco. Un esempio: io sono il punto di riferimento dei Friedkin, c'è una partita della Nazionale, e la domenica dopo si gioca Roma-Napoli o Roma-Inter o Roma-Juve. E io non convoco nessun giocatore della Roma, oppure li convoco e non li faccio giocare, e mando in campo i giocatori dell'altra squadra. In Italia, cosa succederebbe? Un finimondo. Mi è sembrata la scelta più onesta».
Ha scelto i Friedkin.
«Ho scelto la Roma e un contratto scritto».
E cosa le hanno detto i Friedkin?
«Claudio decidi, e qualunque cosa deciderai, noi saremo con te. Sono stati molto corretti».
Vi sentite spesso?
«Sì, attraverso video-call e messaggi».
gian piero gasperini claudio ranieri
È difficile gestire una squadra dagli Stati Uniti?
«Non credo. Sono stato otto anni in Inghilterra. Ken Bates, il presidente del Chelsea, l'ho visto soprattutto dopo che ha lasciato il club. Abramovic veniva qualche volta in trasferta e mi riportava indietro con il suo aereo personale. Al Leicester il thailandese si presentava di tanto in tanto. Il presidente è importante perché a fine mese paga. Solo in Italia siamo ossessionati dalla sua presenza».
(…)
E sua figlia?
«Lei non voleva neanche far sapere che fosse mia figlia. A Firenze giocava a pallavolo con le amichette. Il quarto anno mi chiese di accompagnarla a una partita, perché una mamma non era disponibile. Quando le amiche salirono in macchina non ci volevano credere: ma tu sei la figlia dell'allenatore della Fiorentina?».
Qual è la città da cui è stato più difficile separarsi?
«Cagliari ce l'ho dentro. Dico sempre che Roma è la mamma, Cagliari la moglie».
Chiuderà la sua carriera a Roma, alla Roma?
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«Penso che finirà così, poi mai dire mai. Avevo assicurato che non avrei più allenato dopo Cagliari, e invece è uscita fuori la Roma. E alla Roma non potevo dire di no».
Quindi potrebbe ripensarci e tornare ad allenare?
«Parlo di un ruolo dirigenziale. Con la panchina ho chiuso, troppo faticoso. Negli ultimi anni mi sono accorto che la sconfitta mi divorava. Il piacere della vittoria dura poco, cominci a pensare subito alla partita successiva. La sconfitta, invece, ho cominciato a portarmela dentro».
È sempre stato così?
«No, per questo ho smesso. Prima, quando perdevo, me ne facevo una ragione. Nel calcio hai sempre, o quasi, un'altra occasione. A un certo punto è cambiato qualcosa, sarà l'età. Pensavo che sarei morto in campo, ma non succederà».
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