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    “VI SVELO L’ANDREOTTI CHE NON VOLEVANO FARMI RACCONTARE”. TATTI SANGUINETI PARLA DELL'INTERVISTA AL 'DIVO GIULIO' CHE SARÀ TRASMESSA PER LA PRIMA VOLTA DA ‘SKY ARTE’: “FU BOICOTTATA PER ANNI PERCHÉ SI VEDEVA IL SUO LATO SIMPATICO – “IL DIVO DI SORRENTINO? QUELLO NON E’ ANDREOTTI, E’ TOPO GIGIO. ANDREOTTI ERA DOTATO DI SENSO DELL' UMORISMO E CONOSCEVA IL CINEMA MOLTO DI PIÙ DI FRANCESCHINI, ZINGARETTI E DI MAIO!” – E SU MARILYN MONROE… - VIDEO


     
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    Luca Pallanch per La Verità

     

    andreotti andreotti

    Tatti Sanguineti, geniale incursore della tv e della radio, tra il 2003 e il 2004 realizzò un ciclo di interviste di cinquanta ore con Giulio Andreotti per rievocare la sua militanza nel cinema italiano come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, dal 1947 al 1953. Il 14 gennaio, a 101 anni dalla nascita del politico, Sky Arte manderà in onda un programma in due puntate (92' ciascuna), Il cinema visto da vicino e La politica del cinema, che contengono le parti più salienti di quelle interviste, in cui «il becchino del cinema italiano», come fu definito all' epoca, dispensa aneddoti, battute e confessioni inedite, sovvertendo con ironia i luoghi comuni attorno alla sua figura. Un programma che Andreotti non fece in tempo a vedere, malgrado sia morto a distanza di dieci anni dalla prima intervista. E che oggi vede finalmente la luce dopo anni di misterioso oblio.

     

    Quando lo conobbe?

    «Nel 1989 il mio maestro Alberto stava preparando il catalogo della retrospettiva sul neorealismo per il festival di Torino. Ci siamo accorti che da molti decenni Andreotti, che era stato il dominus del cinema italiano, non aveva più parlato. Gli abbiamo scritto chiedendogli la disponibilità a raccontare questa vicenda».

    il divo il divo

     

    Vi rispose?

    «Ci rispose con molta cortesia, ma la cosa non si concretizzò. Pubblicammo una lettera che ci inviò. Qualche anno dopo tornai alla carica, quando ormai Alberto se n' era andato. Dissi ad Andreotti che avrei voluto porgli delle domande su quel periodo. Lui mi rispose che l' idea gli piaceva e che nessuno si era preso la briga di intervistarlo al riguardo.

     

    giulio andreotti giulio andreotti

    Usò una metafora che aveva già utilizzato nel passato: figlio di un maestro elementare, si sentiva nel mondo del cinema come l' asino nella stanza dei suoni. È un modo di dire delle campagne, che vuol dire un incompetente nella stanza dove l' orchestra prova. Una frase felliniana».

     

    Avevate accordi iniziali?

    «Ci vedevamo il sabato mattina e mi affidai alla sua segretaria, Lina Vido, che prendeva tre autobus per andare in ufficio a piazza di San Lorenzo in Lucina. Una sola cosa non gli chiesi: di indossare un abito di scena. Sarebbe stato opportuno, per ragioni di montaggio, usare una mantellina, una giacca, una toga, ma io non ebbi il coraggio di chiederglielo.

    Qualcuno adesso sostiene che il fatto che sia vestito diversamente sia una scelta felice».

     

    È curioso vedere Andreotti indossare una maglietta di un noto marchio di abbigliamento sportivo, non credo che si sia mai visto!

    tatti sanguineti tatti sanguineti

    «Sembra un mannequin!

    Sfila con ogni abito addosso».

     

    Ha avuto ritrosia a farsi riprendere dalle telecamere?

    «Assolutamente no. Nessuna ritrosia né vanità».

     

    Quanto durava una seduta?

    «Le sedute duravano tra le due ore e le due ore e mezza e in tutto furono ventidue. Quando gli comunicai che avevamo finito, Andreotti mi disse che se ne dispiaceva molto e mi chiese se non potevo inventarmi qualche trucco per farla durare un po' di più perché aveva ricevuto un "grande balsamo".

    giulio andreotti federico fellini giulio andreotti federico fellini

    Una volta mi disse una frase che mi colpì molto: il giudice più severo se lo trovava in camera da letto. Era la moglie! La mia intervista era un' oasi felice, un momento di pace, di appagamento, di fuga. Nel 2007 facemmo una coda sulle vignette che lo demonizzavano. Alla fine gli chiesi di interpretare una sua caricatura: l' Andreotti censore, com' è stato consegnato alla vulgata ignorante della storia del cinema, l' Andreotti che scambia un centimetro di pelle delle natiche con una battuta contro il governo. Lui ebbe l' intelligenza, la spiritosità di accettare di incarnare questa lieve parodia di se stesso, come una sorte di censore a vita».

     

    Ci sono temi che Andreotti non ha voluto affrontare?

    CRAXI E ANDREOTTI CRAXI E ANDREOTTI

    «Nessuno. Ho passato un anno prima di fare questo ciclo di interviste, consultando un migliaio di documenti con il più formidabile archivista del cinema italiano, Pier Luigi Raffaelli. Tutto quello che si dice è documentato. La sola cosa non concordata accadde quando mi raccontò del suo primo viaggio in America, nel dopoguerra, in cui sconfinò senza passaporto in Canada per vedere le cascate del Niagara. Io gli avevo già preannunciato che avrei messo delle immagini del film Niagara di Henry Hathaway con Marilyn Monroe.

    giulio andreotti anna magnani giulio andreotti anna magnani

     

    Quando smetteva di parlare, era solito abbassare la testa come per scaricarsi e prepararsi per la successiva domanda, io in quell' occasione non staccai la telecamera e poi gli dissi: "Presidente, che giudizio si è fatto della morte di Marilyn Monroe?". Non era una domanda premeditata, mi è venuta spontanea sapendo che era un tema che lo aveva intrigato molto. Lui mi guardò per un attimo con uno sguardo severo di riprovazione, poi si chiuse un attimo in silenzio e replicò: "Marilyn Monroe... bè, diciamo che non è morta vecchia". Lo ringraziai e mi scusai, dicendogli che avrei voluto conservare questo scambio e lui mi dissi di sì. Ma in quei due-tre secondi mi fulminò!».

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    Sono passati 17 anni dalla prima intervista...

    giulio andreotti giulio andreotti

    «Sapevo che mi occorreva del tempo, ma non avrei mai immaginato che le interviste sarebbero durate venti mesi e che la messa in onda avrebbe preso più di dieci anni dalla fine del montaggio. È stato proiettato una volta un episodio a Bologna, una volta un episodio alla Mostra di Venezia, ma non è mai stato visto tutto assieme, questa è la prima volta. Dal momento che il programma non andava mai in onda, nel 2012, due o tre settimane prima di morire, la signorina Vido mi telefonò e mi disse che, se l' intervista non andava in onda per un problema di soldi, si dichiarava disposta a consegnarmi tutti i suoi risparmi, "tanto a me di là non mi servono". Io le risposi: "Le fa onore questa offerta, ma non posso finire questo programma con i soldi suoi". Una delle due puntate è dedicata a Farassino, l' altra proprio a lei.

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    Aveva intuito che qualche cosa non andava per il verso giusto.

     

    Lo aveva intuito anni prima anche Andreotti, il quale mi disse di andare a nome suo da Gianni Letta. Questi mi ricevette a Palazzo Chigi e mi accolse con una frase che so a memoria: "Ora che l' ho conosciuta di persona capisco perché il presidente Andreotti la tenga in tanta simpatia". Mi sarebbe piaciuto che Mediaset, per cui lavoravo, trovasse il coraggio di mandare in onda l' intervista, ma mi dissero che c' erano "difficoltà insormontabili". È chiaro che questo programma sta sulle scatole agli esperti di Andreotti: mi sono stupito che Massimo Franco o Marcello Sorgi, due dei massimi andreottologi, non abbiano chiesto di vederlo. Chi l' ha visto ha una reazione di stupore e di benevolenza. La cosa che impressiona è la sua totale disponibilità, la sua ironia, il suo rimpianto, la sua tenerezza verso se stesso giovane, lui che non è mai stato giovane».

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    Viene fuori una confidenza che pochi hanno avuto con lui e traspare un' umanità che oggi è difficile da ammettere.

    «Viene fuori un Andreotti simpatico: è il motivo per cui il programma non è andato in onda. Non si può dire che Andreotti fosse simpatico, non si può dire che fosse dotato di senso dell' umorismo, non si può dire che conosceva il cinema molto di più di Dario Franceschini o di Nicola Zingaretti o di Gigino Di Maio!».

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    Fa più comodo consegnare ai posteri l' immagine di Andreotti ne Il divo di Paolo Sorrentino.

    «Certo, perché non è Andreotti, è Topo Gigio!».

     

    I dieci anni di oblio sono dovuti alla scoperta di un Andreotti fuori dai canoni?

    «Dal fatto che Andreotti resta simpatico. Chi vede questo programma non può non riconsiderare tutto quello che è stato il suo operato anche fuori dal cinema. La sua grande invenzione è stato di proibire film ambientati durante il Ventennio. Il solo girato nell' era Andreotti è Gli sbandati di Citto Maselli, che non a caso non vinse niente con il pretesto che Lucia Bosè era stata doppiata».

     

    Emerge poi una passione sincera per il cinema.

    andreotti andreotti

    «Andreotti soffriva molto di non poter più andare alle anteprime o alle proiezioni organizzate dal suo amico Italo Gemini nella saletta vicino a Montecitorio. Andreotti aveva amato molto il cinema, come tutta la generazione nata alla vigilia degli anni Venti, che ne aveva conosciuto la lussuria, la peccaminosità, e in adolescenza aveva assistito alla nascita del sonoro, quando il cinema era esploso con le gemme del paradiso terrestre.

    Quando chiesi a Rodolfo Sonego, il cervello di Sordi come l' ho definito nel mio libro su di lui, chi mi potesse spiegare quello che è successo nel cinema italiano negli anni Cinquanta, lui mi rispose: Andreotti. Il cervello più lucido, l' organizzatore più capace, il potere più assoluto e le idee così ferree. E altrettanto mi disse Dino Risi. Mi venne tardi l' idea, nel programma radiofonico Hollywood Party che ho condotto per anni, di far dialogare telefonicamente Risi e Andreotti, che non si erano mai conosciuti. Si fecero quelli che Andreotti chiamava i «salamelecchi», complimentandosi vicendevolmente».

    Non ci aspetta che Risi, dopo aver preso in giro Andreotti definendolo «uno dei grandi italiani insieme a Leonardo da Vinci, Garibaldi e Federico Fellini», dimostri ammirazione sincera nei suoi confronti.

    GIULIO ANDREOTTI E ALBERTO SORDI NE 'IL TASSINARO' GIULIO ANDREOTTI E ALBERTO SORDI NE 'IL TASSINARO'

    «Se rivedo l' intervista, mi dico: "Se ti portavi dietro Dino Risi". Un' ora di Risi con Andreotti vale più di cinquanta ore di Tatti Sanguineti!».

     

    Contento del prodotto finale?

    «Non lo so, non ho il coraggio di vederlo. So che abbiamo fatto il massimo, ma che non è bastato. Mentre Andreotti poteva desiderare di vedere quello che aveva fatto cinquant' anni prima, per me è un grande dolore. Ho sbagliato nel credere che se ero sopravvissuto a Walter Chiari, sul quale sto finendo un libro cominciato molti anni fa, sarei riuscito a sopravvivere ad Andreotti. Un barlume di hybris, di superbia contro gli dei. Ho buttato via la proposta di fare un libro su Andreotti perché voglio liberare la mia vita. Ho perso la motivazione. Voglio occuparmi di Lino Banfi, di Zalone, del nuovo cinema eritreo!».

    andreotti e sofia loren andreotti e sofia loren Andreotti Andreotti

     

    GIULIO ANDREOTTI E ALBERTO SORDI NE 'IL TASSINARO' GIULIO ANDREOTTI E ALBERTO SORDI NE 'IL TASSINARO' tatti sanguineti 1 tatti sanguineti 1 tatti sanguineti 5 tatti sanguineti 5 GIULIO ANDREOTTI BALLA LA TARANTELLA GIULIO ANDREOTTI BALLA LA TARANTELLA

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