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DAGOGAMES BY FEDERICO ERCOLE - DOPO IL MICIDIALE MA NOTEVOLE “RETURNAL”, ECCO “SAROS”, LA NUOVA OPERA IN ESCLUSIVA PER PS5 DI HOUSEMARQUE. SEBBENE “SAROS” MANTENGA LE DIFFICOLTÀ E L’INFERNALE MA STRUTTURALE RIPETIZIONE DEL GIOCO PRECEDENTE, QUESTA VOLTA È POSSIBILE ESPERIRE QUESTO GRANDIOSO E CUPO RACCONTO DI FANTASCIENZA SPAZIALE CON DELLE FACILITAZIONI CHE LO RENDONO ASSAI PIÙ ACCESSIBILE E UNIVERSALE… - VIDEO
Federico Ercole per Dagospia
Ho atteso Saros con trepidazione e timore. Si tratta del nuovo videogioco in esclusiva per PlayStation 5 di Housemarque, già responsabile di Returnal, opera fantascientifica dall’indubbio fascino che nel 2021 mi sconfisse senza pietà, malgrado ore di tentativi e fatiche.
Non riuscii mai a finirlo, annichilito dalle sue infernali tempeste di proiettili e dalla sfiancante ma filosofica eterna ripetizione tipica dei videogiochi “rogue”, nei quali morendo si perdono in maniera definitiva o parziale i propri progressi; il nuovo Saros, come Returnal, si inserisce in questo insieme.
Saros è invece risultato assai più gentile con un giocatore come me, che se gli dai una spada riesce infine a superare ogni difficoltà ma, se si tratta di sparare a ripetizione in un casino di luci e vettori luminosi offensivi, soccombe…
Per fortuna, perché questa volta grazie a una serie di “facilitazioni” incluse in una maniera non troppo plateale nel gioco (non si seleziona una modalità “facile” ma si possono implementare dei bonus permanenti) sono riuscito a terminarlo, esperendo così una cupa, intimista e spettacolare storia di fantascienza che merita di essere vissuta fino alla sua grandiosa conclusione.
Non temano tuttavia i giocatori più bravi di me in questo tipo di videogame, perché senza “aiuti” Saros può essere davvero ostico e al contempo gratificante, sebbene ci sia un valido e necessario sistema di miglioramento delle statistiche del protagonista che non si smarrisce durante lo straziante eterno ritorno post-mortem.
Inoltre, una volta superato un livello del gioco sarà sempre possibile ricominciare dal successivo. Le varie ambientazioni di Saros, che come in Returnal mutano la morfologia dopo ogni tentativo, lo fanno in maniera meno drastica, così che l’esplorazione risulta assai meno frustrante.
LA MALEDIZIONE DELL’ECLISSE
Cosa è un Saros? L’ho scoperto con Wikipedia, perché non sono un esperto di astronomia, ma mi incuriosiva la natura del titolo, poiché durante questa avventura non vi ho trovato riferimento alcuno, sebbene non abbia letto o trovato tutti i documenti sparsi nelle sue terrificanti, crudeli terre.
Il nome “Saros” fu dato nel 1686 da Edmond Halley (l’astronomo della cometa menagramo) al ciclo delle eclissi. E sul più che allucinante pianeta di Carcosa c’è un ciclo continuo di diaboliche, fiammanti eclissi che condizionano menti, spazi e forme. Ci si ritrova lì dispersi, spediti dalla solita e purtroppo plausibile multinazionale cattiva, per una missione di soccorso e come è ovvio tutto va subito malissimo.
Così eccoci ad esplorare baratri dall’erba scarlatta, tunnel metallici, dantesche paludi di sangue, città stravolte di civiltà estinte, solenni e non umane cattedrali. Lo facciamo nei panni ostinati di Arjun Devraj, interpretato dall’attore Rahul Kohli, già visto negli ottimi horror di Mike Flanagan, come Midnight Mass o la Caduta della Casa degli Usher. Arjun non viaggia solo per la sua abnegazione di soccorritore ma per amore, altrimenti chi gliela farebbe fare a sopportare tanto orrore.
Sarcosa è un pianeta davvero ostile, ci sono creature terrificanti ovunque, dall’alieno e ispirato disegno, che lo attaccano con estrema ferocia. Combattere è comunque bellissimo in Saros, sebbene richieda riflessi e concentrazione totali: si spara con innumerevoli armi, si schivano centinaia di multicolori dardi energetici, si utilizza lo scudo per immagazzinare l’energia dei colpi e poi rilasciarla contro il nemico in colpi devastanti.
Anche senza “facilitazioni” i primi due livelli o biomi, mi sono parsi accessibili, perché i miglioramenti ottenuti dopo ogni “morte” risultano efficaci e non palliativi; si diventa davvero sempre più forti.
LA FOLLIA DELLA SPERANZA
Saros è un grande racconto sulla speranza e su come il Male, qualunque esso sia, tenda ad annichilirla per i propri oscuri e disumani fini. Supportato da una colonna sonora notevole la cui qualità techno-metal non esclude derive in un elegiaco, luttuoso lirismo, Saros miscela azione, narrazione e ripetizione in una maniera appassionante e radicale, inventando tramite variazioni e citazioni che rimandano a Dick, Simmons e Star Trek, una propria idea di fantascienza.
Si può vivere questa esperienza come viaggio diabolico, lunghissimo e più che ostico o come pirotecnico gioco d’avventura e azione, ma non muta troppo la sua qualità spettacolare, la forza del racconto e la bellezza alienante della sua arte. È un bene che ci sia una scelta? È una domanda importante, perché ad esempio in giochi considerati complessi come i vari “soulslike” e in cui me la cavo, ho sempre considerato in maniera negativa la possibilità di modalità più accessibili.
È forse egoismo? Si tratta tuttavia di giochi diversi, perché in Elden Ring, Dark Souls, Bloodborne et similia non c’è la ripetizione micidiale del “rogue”, che può facilmente diventare monotonia per chi ha bisogno di più tempo per avere successo. Un conto è provare a sconfiggere trenta volte un “boss” per infine sconfiggerlo e andare avanti come nei “soulslike”, un altro è dovere attraversare di nuovo per decine di minuti un ampio territorio ostile per essere infine eliminati dal “boss” e via ancora, disperati è un po’ annoiati, da capo.
In ogni caso, comunque decidiate di viverla, quella di Saros è un’esperienza che non si dimentica, che appaga e che non finisce con i titoli di coda, alludendo a terribili segreti ancora da scoprire.
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