DAGOREPORT! LA NUOVA LEGGE ELETTORALE È INCOSTITUZIONALE? MONTA IL DIBATTITO CON 160…
“ALLA CAMERA C’È IL RISCHIO CRISI” - NEL GOVERNO SERPEGGIA IL TIMORE SUL VOTO FINALE (SEGRETO) ALLA LEGGE ELETTORALE – IL MINISTRO MELONIANO CIRIANI: "NON SONO SICURO CHE ALLA CAMERA CONVENGA METTERE LA FIDUCIA SUGLI ARTICOLI MODIFICATI IN SENATO” (PAURA DEI FRANCHI TIRATORI?) – DA PALAZZO CHIGI ARRIVA IL PIZZINO AI DEPUTATI DEL CENTRODESTRA ALLA PRIMA LEGISLATURA, CHE IN CASO DI CRAC ANDREBBERO A CASA SENZA LA PENSIONE CHE SCATTA DA APRILE - LA SCOMMESSA DELLA MELONI: COME DAGO DIXIT, UNA VOLTA APPROVATA LA LEGGE, E’ ANDARE AL VOTO A MAGGIO PER EVITARE IL GIUDIZIO DI INCOSTITUZIONALITA' DELLA CONSULTA (CON TANTI SALUTI A TAJANI E SALVINI CHE VORREBBERO LE URNE IN AUTUNNO) - LA RUSSA NON ESCLUDE IL PAREGGIONE CON LA NUOVA LEGGE: “C’È LA CERTEZZA CHE QUALCUNO RAGGIUNGA IL 42%? NO. E ALLORA QUESTA RIFORMA NON FAVORISCE NESSUNO...” - DAGOREPORT
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Tommaso Ciriaco per la Repubblica - Estratti
ignazio la russa giorgia meloni patrizia scurti parata 2 giugno 2026 foto lapresse
Manca un passo, ma quanta paura . E spettri, prudenze, patemi. «Non sono sicuro che alla Camera convenga mettere la fiducia sulla legge elettorale – spiega a Montecitorio il ministro Luca Ciriani rivolgendosi a un gruppo di deputati – Se andiamo sotto sul voto finale, politicamente sembrerebbe una sfiducia al governo. E non sono certo che il gioco valga la candela. È una riflessione che faremo in consiglio dei ministri. Poi ovviamente deciderà Giorgia».
Ecco: Giorgia Meloni incassa il nuovo via libera alla riforma, è a un centimetro dal traguardo, ma riflette. Nessuno tra i suoi ha il coraggio di dire ufficialmente quello che tutti pensano anche a Palazzo Chigi: non si può fermare il treno in corsa, anche se rischia di consegnare il governo e il Colle alla sinistra.
C’è ormai un solo modo per bloccare il Melonellum, ma il costo politico sarebbe enorme: l’incidente. Autosabotaggio o trionfo dei franchi tiratori, conta relativamente, perché tanto lo scrutinio nel voto finale a Montecitorio è segreto. Nessuna impronta dei traditori, ma sarebbe comunque la fine dell’esecutivo e il ritorno a elezioni molto anticipate, all’inizio del 2027.
luca ciriani giorgia meloni al senato foto lapresse
Il dibattito sulle prossime mosse attraversa in queste ore i vertici del governo e l’anima del melonismo. Come arrivare alle elezioni, quanti strappi sopportare, quando votare: è tutto legato. Antonio Tajani è netto: «È meglio votare a novembre» del prossimo anno. Gli uomini della premier dicono lo stesso, ma pensano altro: una legge di bilancio elettorale e poi urne entro primavera, inutile continuare a inseguire il caro energia e le percentuali di Roberto Vannacci.
Ma torniamo al nodo della fiducia. Evitarla avrebbe due pregi. Il primo: impedire che l’opposizione gridi al colpo di mano, inasprendo il clima e garantendosi uno slogan perfetto per la campagna elettorale. Ma soprattutto: senza fiducia si potrebbe spezzare il legame tra l’approvazione della riforma e l’esistenza stessa del governo.
O almeno: si potrebbe tentare di spezzarlo. Cadere “solo” su un emendamento avrebbe conseguenze gravi e imporrebbe un ritorno al Senato della legge, ma almeno non affosserebbe del tutto la riforma, come invece accadrebbe nel caso di una sconfitta nel voto finale sul provvedimento, che con la fiducia rappresenterebbe l’unica valvola di sfogo del malcontento.
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A Palazzo Chigi ancora non sembrano convinti. Temono il liberi tutti, senza fiducia. E dunque il treno continua a correre, Vannacci a crescere. In piena sessione di bilancio e con sondaggi pessimi. «Anche l’Ncd era dato all’undici per cento e finì per prendere il tre», sostiene Tajani tentando di esorcizzare i problemi con un parallelo tra il generale e Angelino Alfano.
LUCA CIRIANI - GIORGIA MELONI - MATTEO SALVINI - FOTO LAPRESSE
Cadere nel voto finale sulla legge, d’altra parte, imporrebbe una crisi e l’inevitabile ritorno alle urne a inizio 2027. A fine gennaio, dicono, anche se i tempi sono strettissimi. Ma anche fosse a febbraio o inizio marzo, il potere di deterrenza è identico: nessuna pensione ai parlamentari di prima legislatura, questa la punizione. Meloni lascia che lo scenario trapeli, per avvertire.
Servirebbero trenta franchi tiratori per affossare il provvedimento. Il calcolo di via della Scrofa è lievemente più alto, trentacinque, e tiene conto di qualche “traditore” nel Campo largo che in segreto voterebbe a favore del Melonellum. Fratelli d’Italia ha già chiesto ai suoi onorevoli di non accampare scuse e di presentarsi nella seconda settimana di ottobre in Aula, pena la ricandidatura.
Giorgia Meloni Antonio Tajani Matteo Salvini 3
Dubbi, ancora. Come quelli di chi pensa che alla fine il Melonellum potrebbe non far vincere la destra, ma forse bloccherà il centrosinistra. Un paradosso, per una legge pensata per la stabilità. Al Senato, Ignazio La Russa non esclude neanche il pareggione: «C’è la certezza che qualcuno raggiunga il 42%? No. Che lo raggiunga Meloni o il candidato mister X del campo largo? No. E allora questa riforma non favorisce nessuno...». Magari lo sperano anche a Palazzo Chigi. La tempesta perfetta, per evitare la tempesta peggiore.
ignazio la russa giorgia meloni 25 aprile 2025 altare della patria foto lapresse
Roberto Vannacci
Antonio Tajani Giorgia Meloni Matteo Salvini 2
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