"BENVENUTA A BORDO, GIORGIA!", COSÌ E STATA ACCOLTA LA PREMIER DELLA SGARBATELLA DALL’AMBASCIATORE…
CIOCCOLATO AMARO – IL GRUPPO SVIZZERO LINDT & SPRUNGLI STA PER CHIUDERE IL PEGGIOR TRIMESTRE BORSISTICO DAL 2009, CON IL TITOLO CHE HA PERSO IL 29% DEL VALORE NEGLI ULTIMI DODICI MESI – IL COLOSSO DEL CIOCCOLATO PAGA LE SCELTE COMMERCIALI FATTE LO SCORSO ANNO, QUANDO HA DECISO DI AUMENTARE DEL 20% I PREZZI DEI PROPRI PRODOTTI, PER FAR FRONTE AI RINCARI DEL CACAO…
Estratto dell’articolo di Mo.D. per “Il Sole 24 Ore”
Anche il cioccolato più pregiato smette di essere irresistibile a prezzi elevati. Lindt & Sprüngli lo ha scoperto a proprie spese: il gruppo elvetico si avvicina alla chiusura del peggior trimestre borsistico dal 2009, con un titolo che ha lasciato sul parterre il 29% del proprio valore negli ultimi dodici mesi, nonostante un rimbalzo tecnico dai minimi degli ultimi quattro anni tentato la scorsa settimana.
Il gruppo sta pagando le scelte commerciali fatte lo scorso anno, quando ha deciso di aumentare del 20% i prezzi dei propri prodotti per far fronte ai rincari della materia prima.
Di fronte a un’impennata senza precedenti del cacao sui mercati internazionali, la società aveva optato per la strada più diretta: traslare i rincari sui consumatori, alzando i listini di quasi un quinto.
[...] I clienti, infatti, hanno risposto lasciando il prodotto sullo scaffale e optando per soluzioni più economiche. Il repricing aggressivo ha dunque eroso proprio quella elasticità della domanda che il posizionamento premium avrebbe dovuto garantire al brand.
E il paradosso è che ora – con il cacao tornato su livelli più sostenibili, dal momento che i futures hanno perso quasi il 60% dai massimi storici di dicembre 2024 – Lindt si trova a fare i conti con un doppio svantaggio: i costi dell’approvvigionamento non caleranno prima del 2027, per via dei contratti pluriennali già stipulati, ma i prezzi al dettaglio devono scendere subito per riportare il consumatore in negozio.
[...] A pesare non c’è soltanto la debolezza della domanda interna, ma anche il conflitto in Iran, che ha fatto risalire i costi di trasporto e degli imballaggi, mentre l’incertezza geopolitica diffusa ha eroso la fiducia dei consumatori su entrambe le sponde dell’Atlantico.
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