DAGOREPORT – RIUNIONE INTERLOCUTORIA MA CON QUALCHE PICCOLA APERTURA TRA IL DIRETTORE…
DAGOREPORT – QUALCUNO RICORDI AL TRUMPONE IL PENSIERO DEL GRANDE ECONOMISTA JOHN K. GALBRAITH: DEL DEBITO PUBBLICO NON BISOGNA PREOCCUPARSI, FINCHÉ C’È QUALCUNO CHE LO COMPRA - I 40 MILA MILIARDI SUL GROPPONE DELLE CASSE USA NON SONO UN PROBLEMA IN SÉ PER LA PRIMA ECONOMIA DEL MONDO, LO DIVENTANO SE FAI INCAZZARE I PRINCIPALI DETENTORI DEI TITOLI DI STATO AMERICANI, COME GIAPPONE E COREA DEL SUD - DA SEMPRE ALLEATI FERREI DEGLI STATI UNITI, AVAMPOSTO SUL PACIFICO ALL'ESPANSIONISMO CINESE, I DUE PAESI ORA SI RITROVANO PRIVI DELL'OMBRELLO MILITARE USA - NON AVENDO LE FORZE PER PRESIDIARE SIA IL PACIFICO CHE IL MEDIO ORIENTE (IMPANTANATO NEL CONFLITTO IRANIANO), TRUMP HA RIDOTTO LE ESERCITAZIONI MILITARI CONGIUNTE CON SEUL ("TROPPO COSTOSE''), MENTRE RIEMPIVA DI MESSAGGI AFFETTUOSI IL DITTATORE NORD-COREANO CICCIO-KIM - SE DIVAMPA L'IRA FUNESTA DELLA COREA DEL SUD E DEL GIAPPONE, IL LORO NEMICO XI JINPING STA TRANQUILLO SULLA RIVA DEL FIUME ASPETTANDO IL CADAVERE DELLO ZIO SAM CHE PASSA - IL 24 SETTEMBRE XI VOLERÀ A WASHINGTON, INTENZIONATO A FRONTEGGIARE PUNTO SU PUNTO IL DEMENTE IN CHIEF - UN ANTIPASTO DELL’ATTEGGIAMENTO CAZZUTO DEL DRAGONE SI È AVUTO IERI, QUANDO AL G20 DI ASHEVILLE, PECHINO SI È SFILATA E NON HA FIRMATO IL COMUNICATO FINALE CONGIUNTO...
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Qualche anima pia può ricordare il pensiero del sommo economista John K. Galbraith: del debito pubblico non bisogna preoccuparsi, finché c’è qualcuno che lo compra.
E questo è il motivo per cui nei capoccioni di Washington frulla molta agitazione. I 40 mila miliardi sul groppone delle casse statunitensi non sono un problema in sé per la prima economia del mondo, che può vantare una manciata di aziende che valgono più dell’intera Unione europea. Lo diventano se i principali detentori di quei titoli di stato si chiamano fuori.
Il caos aumenta se il presidente degli Stati Uniti è un “deragliato mentale” che, in barba a qualsiasi buon senso politico, prende a schiaffoni proprio i principali finanziatori di quel debito pubblico.
Piccola nota per gli smemorati: il primo finanziatore del debito pubblico americano è il Giappone, con più di 1.000 miliardi di dollari in titoli del Dipartimento del Tesoro. Tra i primi 20 detentori di titoli Usa c’è anche la Corea del Sud, che ha in portafoglio circa 110 miliardi di Treasury Bond.
Giappone e Corea del Sud sono sempre stati alleati ferrei degli Stati Uniti: sono l’avamposto sul Pacifico all’espansionismo cinese e per non hanno mai messo in discussione l’asse con Washington. Anche per questo hanno contribuito con decine di miliardi di dollari a finanziare lo Stato “amico”.
Ma tutto è cambiato nelle scorse settimane: il 16 agosto Trump ha ordinato di ridurre le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, definendole troppo costose. Ha aggiunto che quei test “inviano un segnale inappropriato a Kim Jong Un”, con cui Trump ha ammesso di avere “un ottimo rapporto”.
È di ieri la notizia, diffusa dall’intelligence di Seul, che un summit tra Washington e Pyongyang potrebbe essere messo in piedi “in qualsiasi momento”.
Una decisione che ha mandato in tilt non solo la Corea del Sud, ma anche il Giappone della premier Sanae Takaichi, una Meloni con gli occhi a mandorla sedotta e poi abbandonata dal Caligola di Mar-a-Lago (nominata a ottobre, ha iniziato il suo mandato stringendo i rapporti con gli Usa, salvo poi scoprire di avere a che fare con un bipolare che cambia idea alla velocità di un tweet).
xi jinping donald trump foto lapresse
Quello di Trump è un calcolo dovuto: gli Stati Uniti non hanno la forza di tenere due fronti aperti. O si concentrano sul Medio Oriente o sull’Estremo Oriente. Impantanati con la guerra in Iran, da cui non sembrano riuscire a tirarsi fuori, i soldati Usa non possono preoccuparsi anche delle minacce cinesi ai paesi vicini.
Figurarsi all’Europa, da dove hanno appena annunciato il ritiro di 80mila militari. E in molti si chiedono: se gli Usa se ne fregano di noi, perché noi dovremmo continuare ad accollarci il loro debito pubblico?
Come ha scritto oggi sul “Corriere della Sera” Federico Fubini, inoltre, la questione del debito è solo una delle spadone economiche di Damocle che pesano sul capoccione di Trump: “pesa una guerra del Golfo priva di una credibile strategia di uscita, destinata ad alimentare ancora l’inflazione; pesa una banca centrale degli Stati Uniti in ritardo nell’alzare i tassi di fronte all’accelerazione dei prezzi”.
Già, perché l’inflazione continua a mordere, e il neo-presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, nominato dal tycoon, è imbrigliato dal suo dante causa. Sa di dover varare una politica economica restrittiva, ma sa anche che Trump vuole il contrario.
Nel frattempo il Caligola di Mar-a-Lago deve fare i conti con il pantano iraniano: ieri ha ripreso i bombardamenti, solo per dimostrare che non è vero che gli mancano le armi. Ma non c’è strategia, solo tattica fine a sé stessa.
Chi non difetta in visione di lungo periodo è invece Xi Jinping: il leader cinese sta fermo sul fiume aspettando il cadavere dello Zio Sam che passa. Il 24 settembre il presidente cinese volerà a Washington per il summit alla Casa Bianca con il suo omologo, intenzionato a fronteggiare punto su punto il suo rivale numero uno. Un antipasto dell’atteggiamento cazzuto di Xi si è avuto ieri, quando al G20 di Asheville, in North Carolina, la Cina si è sfilata e non ha firmato il comunicato finale congiunto.
Pechino si è messa di traverso sulla formula delle "politiche non di mercato". La Cina ha respinto i riferimenti ai sussidi alla produzione e agli incentivi accusati di falsare la concorrenza, e ha sollevato obiezioni anche sui passaggi relativi al funzionamento delle catene di approvvigionamento globali per energia, prodotti alimentari, fertilizzanti e minerali critici.
Il timore di Pechino, era di finire "sul banco degli imputati" per il mostruoso surplus commerciale da 1.200 miliardi di dollari. Per non parlare della questione energia e il riferimento alla “navigazione libera” nello stretto di Hormuz
La Cina ha fatto sua la vecchia massima afghana: “Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo”. Xi non ha fretta, e agisce da politico navigato e maturo di fronte alle sparate da asilo mariuccia di Trump.
vladimir putin, xi jinping e narendra modi al vertice sco in kirghizistan
Lo ha fatto anche al vertice della Sco (Organizzazione per la cooperazione di Shanghai), ieri: sul tavolo c’era la questione della “moneta unica” dei Brics che potrebbe tagliare fuori dagli scambi internazionali il dollaro. Il dossier non è stato abbandonato, ma la Cina l’ha lasciato in sospeso, nonostante abbia tutta la convenienza a dare vita a una valuta collettiva (essendo il Paese più grande e ricco della gang di puzzoni del Sud Globale, se la comanderebbe).
Il motivo? Bisogna aspettare: Xi non vuole andare il 24 settembre a Washington sedendosi dalla parte del torto. Approvare prima il progetto avrebbe significato una rottura certa con gli stati uniti. Un bravo politico, invece, prima cerca la diplomazia. Se non funziona con le buone, e solo allora, si passa alle cattive…
trump kim jong un
vladimir putin e xi jinping al vertice sco in kirghizistan foto lapresse 4
debito pubblico americano
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