IL RINGHIO DEL CANE A SEI ZAMPE – CON DESCALZI L’ENI METTE IN DISCUSSIONE LA CHIMICA E LA RAFFINAZIONE IN ITALIA, E IL 29 LUGLIO SCATTA LO SCIOPERO IN TUTTO IL GRUPPO - A GELA, 5 MILA POSTI CON L’INDOTTO IN BALLO, E’ INIZIATA LA GUERRA SULLA RICONVERSIONE

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1. ENI: SINDACATI, IL 29 LUGLIO SCIOPERO IN TUTTO IL GRUPPO

Petrolchimico GelaPetrolchimico Gela

Radiocor - Le sigle Filctem-Cgil, Femca-Cisl, Uiltec-Uil hanno indetto lo sciopero di tutto il gruppo Eni per il 29 luglio. Dopo l'annuncio del cane a sei zampe di mettere in discussione l'impianto strategico dell'industria chimica e della raffinazione in Italia, si legge in una nota, i sindacati hanno decido la protesta e chiesto un immediato incontro al presidente del Consiglio, Matteo Renzi. 'Il cane a sei zampe - sostengono in un comunicato - non può lasciare l'Italia'. Le decisioni sono state prese dal coordinamento nazionale unitario delle sigle.

 

2. Eni, a Gela rabbia e proteste

R. Amo. per “Il Messaggero” del 17 luglio

 

claudio descalzi claudio descalzi

Si alza ancora la tensione a Gela. E non cederà il passo, assicurano i lavoratori, finchè non scenderà in campo il governo e finchè l’Eni non aprirà un dialogo su quei 700 milioni di investimenti promessi un anno fa da un accordo firmato dall’ex ad, Paolo Scaroni, e oggi di fatto cancellati dal nuovo capo-azienda, Claudio Descalzi. Un matassa difficile da sbrogliare.

 

Mentre il Pd chiede di «convocare in audizione i vertici dell’Eni e le organizzazioni sindacali» per fare chiarezza sul tema, è stata avviata la procedura di precettazione del personale dopo i nuovi blocchi alle vie di accesso al petrolchimico, blocchi che impediscono il transito a uomini e mezzi.

 

La questione nasce dal surplus europeo di 120 milioni di tonnellate di raffinato. Un’impasse accompagnata dalla crisi che già da tempo il gruppo Eni ha deciso di affrontare con una riduzione del business della raffinazione. Un quadro in cui si è inserito l’accordo sui 700 milioni di euro di investimenti che dovevano guidare la riconversione degli impianti, nei piani dell’azienda e di Scaroni.

 

MATTEO RENZI MATTEO RENZI

L’inasprimento della situazione sul mercato, con il margine di raffinazione che nei primi 3 mesi dell’anno è sceso nuovamente del 40%, insieme alla necessità di tagliare le fonti di perdita per il gruppo, hanno però spinto De Scalzi, a stretto giro di posta dal suo arrivo a cancellare gli investimenti, chiedere la fermata del sito e aprire il dossier della diversificazione.

 

È questo quello che De Scalzi avrebbe prospettato la settimana scorsa ai segretari generali dei chimici di Cgil, Cisl e Uil. Ma i sindacati non ci stanno a un cambio di programma dalla riconversione del sito sulla produzione di energia e gasoli di eccellenza a un programma di semplice bioraffinazione, che secondo i lavoratori rischierebbe di ridurre drasticamente gli occupati nello stabilimento.

 

I rappresentanti dei lavoratori temono che il numero dei dipendenti di Gela (1.500 secondo i sindacati, meno di 1.000 secondo fonti vicine all’azienda) possano essere ridotto all’osso (tra 200 e 300) se passasse il piano di bioraffinazione. Naturalmente si tratta solo di ipotesi, visto che Descalzi non avrebbe fatto previsioni in merito.

Paolo Scaroni Paolo Scaroni

 

Ma forse un esempio può aiutare. Con la conversione della raffineria di Venezia in green refinery, l’occupazione si sarebbe ridotta da 350 a 200 lavoratori. Ma sembra che sia scattata il ricollocamento per buona parte degli esuberi.

 

Fatto sta che lo scorso anno l’attività R&M di Eni ha perso quasi 500 milioni di risultato operativo (ebit adjusted) e la perdita accumulata negli ultimi 5 anni è di circa 2 miliardi. Non è poco. Ma la rabbia e i dipendenti di Gela non si placa. Di qui la mossa del gruppo parlamentare del Pd: il vicepresidente, Andrea Martella, ha presentato al presidente della commissione Attività produttive, Guglielmo Epifani, una lettera sottoscritta da altri sette deputati con cui si chiede «di convocare in audizione i vertici dell'Eni».