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“L’ITALIA NON PERDE SEMPLICEMENTE GIOVANI: TRASFERISCE ALL’ESTERO LA PROPRIA FUTURA CLASSE DIRIGENTE” – IL QUOTIDIANO FRANCESE “LE FIGARO” INFILA IL DITO NELLA PIAGA DEL NOSTRO DISGRAZIATO PAESE: “PER LA PRIMA VOLTA DALL’UNITÀ D'ITALIA, IL PAESE CONTA PIÙ CITTADINI ALL’ESTERO (6,4 MILIONI) CHE STRANIERI REGOLARMENTE RESIDENTI SUL PROPRIO TERRITORIO” – “L’ITALIA FORMA TALENTI GRAZIE ALLE IMPOSTE DEI CONTRIBUENTI PER POI CEDERNE LA PRODUTTIVITÀ E IL GETTITO FISCALE AD ALTRI PAESI” – “L’ESODO NON SVUOTA SOLTANTO LE CASSE DELLO STATO, MA CONSUMA IL SUO FUTURO DEMOGRAFICO E PRODUTTIVO..."
Traduzione di un estratto dell'articolo di Edoardo Secchi per https://www.lefigaro.fr/
Per la prima volta dall’Unità d’Italia, il Paese conta più cittadini all’estero (6,4 milioni) che stranieri regolarmente residenti sul proprio territorio. Questo sorpasso, avvenuto nel 2025, non ha nulla a che vedere con la congiuntura economica né con la crisi migratoria: segnala l’esaurimento demografico di una nazione che esporta proprio ciò che dovrebbe trattenere.
Il vecchio paradigma «povertà/emigrazione» è stato definitivamente sostituito da una dinamica più profonda e strutturale: il binomio capitale umano altamente qualificato/opportunità globali.
giorgia meloni - videomessaggio al convegno L'Italia del Pnrr
Questo storico sorpasso non è una semplice statistica: chi lascia l’Italia appartiene spesso alla fascia d’età in cui si formano le famiglie. L’esodo non svuota soltanto le casse dello Stato, ma consuma il suo futuro demografico e produttivo, mentre il fenomeno continua a essere percepito come transitorio nonostante il suo carattere ormai strutturale.
Ogni anno il Paese perde una popolazione equivalente a quella di città come Avignone o La Rochelle. Tra il 2011 e il 2024, 486.000 giovani italiani sotto i 34 anni sono emigrati verso le principali economie avanzate — Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera, Spagna — contro appena 55.000 giovani stranieri qualificati entrati in Italia: un rapporto di 9 a 1.
Una quota crescente di questi emigrati è composta da laureati e profili altamente qualificati. Il Paese non perde semplicemente dei giovani: trasferisce all’estero la propria futura classe dirigente.
Ogni laureato che parte rappresenta un investimento senza ritorno per l’economia nazionale.
L’Italia forma talenti grazie alle imposte dei contribuenti per poi cederne la produttività e il gettito fiscale ad altri Paesi. Il rapporto del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) quantifica questa emorragia: 159,5 miliardi di euro di capitale umano usciti dall’Italia tra il 2011 e il 2024, pari al 7,5% del PIL cumulato nello stesso periodo. Questo squilibrio migratorio colloca l’Italia in una situazione unica in Europa, caratterizzata da una doppia asimmetria che minaccia la qualità stessa del suo capitale produttivo.
L’Italia scambia capitale umano ad alto valore aggiunto con capitale umano a bassa produttività, indebolendo la propria capacità di generare innovazione, brevetti e crescita nel medio termine.
La prima asimmetria è il divario con i partner europei. Mentre la Germania attira 400.000 lavoratori qualificati all’anno e la Francia ne accoglie 80.000, l’Italia ne riceve appena 4.200 annualmente — un rapporto di 1 a 100 rispetto a Berlino, di 1 a 20 rispetto a Parigi. Ma il vero divario non è quantitativo: è qualitativo.
I Paesi dell’Europa del Nord attraggono i talenti globali trattenendo al tempo stesso i propri. L’Italia subisce una doppia emorragia: perde i propri laureati e non attira i loro equivalenti stranieri. Il saldo netto è devastante: per ogni ingegnere, medico o ricercatore che arriva, nove se ne vanno. Questa asimmetria non riflette un deficit di competitività salariale — le differenze con Francia o Spagna sono minime — ma un deficit di fiducia nel futuro del Paese.
SBARCO DI MIGRANTI A LAMPEDUSA IL 1 GENNAIO 2026
La seconda asimmetria è la sostituzione produttiva regressiva. L’Italia non si limita a perdere talenti senza sostituirli: opera una sostituzione qualitativa inversa.
Il sistema economico italiano perde strutturalmente profili altamente qualificati, mentre viene alimentato da flussi migratori complessivamente meno istruiti e concentrati in settori a bassa e media qualificazione. Ne deriva un deterioramento continuo della qualità del capitale produttivo: gli ingegneri partiti per Monaco o Londra vengono sostituiti da manodopera impiegata nell’agricoltura, nella logistica o nei servizi alla persona. Questa dinamica non implica alcun giudizio sul valore delle persone, ma una constatazione economica ineludibile: l’Italia scambia capitale umano ad alto valore aggiunto con capitale umano a bassa produttività, indebolendo la propria capacità di generare innovazione, brevetti e crescita nel medio termine.
Queste due asimmetrie — geografica e qualitativa — si rafforzano reciprocamente. Non segnalano una crisi passeggera, bensì una trasformazione strutturale del posizionamento economico italiano: uno slittamento progressivo verso un’economia di servizi di base e di subfornitura industriale, mentre i suoi vicini europei consolidano il proprio vantaggio tecnologico grazie ai talenti che l’Italia ha formato ma non è stata capace di trattenere.
L’Italia non sa valorizzare i propri giovani. Il nuovo esodo italiano non è una fuga dalla povertà, ma una scelta consapevole. Le nuove generazioni si spostano con pragmatismo verso contesti globalizzati, dove la crescita non è più una promessa ma un’opportunità concreta che il loro Paese non riesce a offrire.
L’Italia soffre di un cortocircuito generazionale: la sua classe dirigente, la cui età media è di 64 anni, blocca di fatto il ricambio delle élite. In questo contesto, l’emigrazione diventa la risposta razionale: i giovani rifiutano di sprecare i loro anni più preziosi aspettando un’opportunità che spesso non arriva mai, in un sistema che seleziona in base all’anzianità e protegge per appartenenza, non per merito. Questo squilibrio si riflette in un mercato del lavoro dominato da piccole imprese con scarsa capacità di crescita dimensionale e bassa intensità innovativa, associato a una cultura imprenditoriale ancora fortemente familiare, che limita la mobilità sociale e riduce le prospettive di avanzamento professionale.
CULLE VUOTE IN OSPEDALE - IMMAGINE CREATA CON GROK
Le conseguenze non riguardano soltanto chi parte, ma anche chi resta. Precarietà del lavoro, salari insufficienti e assenza di prospettive rendono la costituzione di una famiglia un progetto spesso rinviato a tempo indeterminato.
Un indicatore particolarmente significativo riguarda la componente femminile: negli ultimi vent’anni, la presenza delle donne italiane all’estero è aumentata del 116%, a un ritmo superiore a quello degli uomini. Le donne italiane emigrano sempre più spesso da sole, altamente qualificate, e costruiscono all’estero i propri percorsi familiari e professionali.
Ogni bambino nato a Londra, Berlino o Parigi da una madre italiana rappresenta un capitale umano formato in Italia e perduto per il Paese: un investimento demografico senza ritorno. […]
Circa 600.000 giovani partiti negli ultimi quindici anni — laureati, dirigenti e imprenditori affermati in hub come la Silicon Valley, New York, Londra o Hong Kong — rappresentano una riserva di competenze che l’Italia non è ancora riuscita a mobilitare.
Le stime convergono: il loro ritorno massiccio genererebbe incrementi di produttività dal 20 al 30% per le imprese che li accoglierebbero e un potenziale aumento del PIL dell’1,5% annuo grazie a nuovi brevetti, start-up e reti internazionali. Ma questi benefici si materializzeranno a una sola condizione: che l’Italia si doti di politiche serie […]e che sia pronta a mettere in discussione proprio quelle strutture di potere che hanno spinto questi talenti a partire. Senza questa rottura, gli scenari ottimistici resteranno ciò che sono: proiezioni prive di radicamento nella realtà.
migranti soccorsi a lampedusa 2
Trasformare questa perdita in un attivo strategico è possibile — gli strumenti esistono, gli esempi stranieri abbondano. Ciò che manca non è la conoscenza del problema, ma la volontà politica di affrontarlo. Una classe dirigente la cui età media supera i 64 anni, che riduce gli incentivi al rientro dei talenti, invia un messaggio inequivocabile ai giovani: andatevene, qui non siete attesi. L’Italia non soffre di una carenza di giovani. Soffre di una carenza di visione strategica per il proprio futuro.
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