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LOVAGLIO? NON LO VOGLIO – CRESCE, NEL CDA DI MPS, LA FRONDA CONTRARIA A UNA CONFERMA DELL’AMMINISTRATORE DELEGATO, CHE VORREBBE CHIEDERE ALLA BCE UNA MODIFICA DELLO STATUTO PER PRENOTARE UN ALTRO MANDATO – LA FRIZIONE PRINCIPALE È CON IL PRESIDENTE, NICOLA MAIONE, ENTRATO NEL “MONTE” NEL 2017 IN QUOTA LEGA E AL ETRZO MANDATO (CON LE VECCHIE REGOLE, NON SI PUÒ RIPRESENTARE) – LE VOCI DI UN DISIMPEGNO DI DELFIN: SECONDO “DEUTSCHE BANK”, UNICREDIT POTREBBE FARSI AVANTI PER IL 17,5% IN MANO ALLA HOLDING DELLA FAMIGLIA DEL VECCHIO…
Estratto dell’articolo di Giuliano Balestreri per "la Stampa"
Il futuro del Monte dei Paschi di Siena è tutto da scrivere. Almeno per quanto riguarda la governance della banca risata da Luigi Lovaglio. Il destino del banchiere che ha conquistato Mediobanca - e a cascata il controllo di Generali - dopo aver risanato il Monte portando a casa, nell'autunno 2022, un aumento di capitale da 2,5 miliardi è sempre più incerto.
All'interno del consiglio d'amministrazione del gruppo si sarebbe creata una frattura tra alcuni consiglieri e il capo azienda. Una situazione di forte dialettica che rende anche più complicati i lavori per la stesura della lista del cda.
LUIGI LOVAGLIO FRANCESCO MILLERI GAETANO CALTAGIRONE GENERALI
L'idea della banca, infatti, era quella di presentarsi all'assemblea di metà aprile per il rinnovo della cariche con una propria lista. E proprio per questo sono in corso con la Bce le interlocuzioni necessarie alla modifica dello statuto che sarà poi approvata dall'assemblea straordinaria del prossimo 4 febbraio.
Peraltro il consiglio ha anche eliminato, come chiesto dalla Bce, il «principio di residualità»: il meccanismo che avrebbe portato alla decadenza automatica della lista del cda se un azionista rilevante, come Delfin o Caltagirone, avesse presentato una lista di maggioranza.
Ipotesi al momento remota poiché Delfin si è sempre definita come investitori finanziario, mentre Caltagirone si è impegnato con la Consob e con la Bce «a non presentare liste di maggioranza finché la quota sarà sopra il 10%», soglia oltre cui scatta la cosiddetta «influenza notevole».
Abbastanza perché i grandi azionisti del Monte restino alla finestra in attesa di capire come si muoverà il consiglio. La lista del cda, quindi, rimane la strada maestra, ma affinché la rosa dei candidati sia la più condivisa possibile, le modifiche al Testo unico della Finanza previste dalla legge capitali prevedono che venga approvata da una maggioranza dei due terzi dei consiglieri. Tradotto: per Mps servono almeno 10 voti favorevoli.
La frizione principale all'interno del consiglio sarebbe tra l'ad e il presidente Nicola Maione: il numero uno della banca con il nuovo statuto ha incassato la rimozione dei limiti di mandato per gli amministratori. Entrato nel 2017, Maione è già al terzo mandato e le vecchie regole non prevedevano la possibilità di correre per un quarto.
luigi lovaglio il gordon gekko dei riccarelli
Per il presidente si tratta di una vittoria non scontata che - di certo - farà valere in cda. Ma, d'altra parte, una precedente delibera aveva rimosso i limiti d'età per Lovaglio cancellando la clausola del 67 anni. Anche per questo il banchiere non ha intenzione di farsi da parte.
Rivendica il sostegno del mercato e il successo dell'operazione che ha ridisegnato gli equilibri della finanza italiana. Di più: sta lavorando al nuovo piano industriale per l'integrazione di Mediobanca e dopo averlo studiato vorrebbe anche metterlo a terra.
All'interno del cda, però, cresce la fronda di chi chiede un cambio di passo.
luigi lovaglio giancarlo giorgetti andrea orcel
Il primo confronto è in agenda il 22 gennaio nel prossimo consiglio d'amministrazione, quando potrebbe andare in scena il primo scontro aperto. Gli azionisti, intanto, sperano che le posizioni trovino una sintesi dopo l'assemblea straordinaria del 4 febbraio. In caso contrario dovranno valutare come muoversi. Sempre che Delfin non decida di ridurre la propria partecipazione: proprio ieri un report di Deutsche Bank sottolinea come Unicredit potrebbe guardare al 17,5% della finanziaria della famiglia Del Vecchio che presenta «logiche industriali» e consentirebbe all'ad Andrea Orcel di accelerare la crescita in Italia.
LUIGI LOVAGLIO - PIERANTONIO ZANETTIN - FOTO LAPRESSE
L'incertezza su Mps - che dovrà anche decidere sul delisting di Mediobanca - blinda, di fatto, la governance di Generali. L'ad Philippe Donnet è stato confermato lo scorso aprile, difficile che i nuovi azionisti di Piazzetta Cuccia mettano mano ai vertici di Trieste prima che venga definito il futuro della capogruppo.
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