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DAGOREPORT – GLI ITALIANI NON SOPPORTANO PIÙ IL BULLISMO DI TRUMP E SONO TERRORIZZATI DALLE POSSIBILI RIPERCUSSIONI DELLA GUERRA NEL GOLFO, TRA AUMENTO DELL’ENERGIA E L’ALLARGAMENTO DEL CONFLITTO. QUESTA INSOFFERENZA PUÒ FARE MALE A GIORGIA MELONI, CHE DI TRUMP È LA CHEERLEADER NUMERO UNO IN EUROPA, GIÀ CON IL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA DI FINE MARZO – LA DUCETTA SOGNAVA UNA CAMPAGNA ELETTORALE NON POLITICIZZATA, MA NORDIO E MANTOVANO HANNO SBRACATO TRA “MERCATO DELLE VACCHE”, “SISTEMA PARA-MAFIOSO”, “CATTOLICI CHE VOTANO SÌ”. ORA È COSTRETTA A METTERCI LA FACCIA, MA CON MODERAZIONE: UN SOLO COMIZIO, IL 12 MARZO, AL TEATRO PARENTI DI MILANO…
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Trump è come Attila: dove passa lui, non cresce più l’erba. Il tycoon, con il suo approccio muscolare e illegale, fa piazza pulita anche di consensi: in patria il gradimento nei suoi confronti è crollato al 38%, e all’estero è visto come un pazzo che va fermato, prima che porti il mondo all’Armageddon.
Anche gli elettori italiani, notoriamente anestetizzati rispetto alle dinamiche internazionali, sono stufi delle mattane del Caligola di Mar-a-Lago e, di conseguenza, sono stupiti dal servilismo della sua cheerleader “number-one”, ovvero Giorgia Meloni.
Secondo un sondaggio di “Izi”, mostrato oggi a “L’aria che tira”, su La7, il 70% degli italiani è contrario alla guerra in Iran: la ritiene una “grave violazione del diritto internazionale che provocherà una guerra con molte vittime”.
DONALD TRUMP - GIORGIA MELONI - MEME BY EDOARDO BARALDI
Giorgia Meloni, secondo la rilevazione, dovrebbe prendere le distanze dal suo idolo: per il 30%, l’approccio giusto del governo sarebbe una “condanna” dell’intervento.
L’appiattimento di Giorgia Meloni sul bullismo bellicista di Trump può essere un boomerang: gli italiani, di fronte all’aumento inevitabile dei prezzi dell’energia e alla paura che la guerra possa deflagrare sul Mediterraneo, potrebbero prendere le distanze anche dalla Ducetta.
Il primo riverbero di questa insofferenza non può che ricadere sul referendum sulla giustizia del 22-23 marzo. Una consultazione che avrebbe potuto essere tenuta sott’acqua dalla maggioranza di governo. Un basso profilo, visto il quesito molto tecnico e complesso, avrebbe evitato una politicizzazione fuori controllo e una polarizzazione oltre i limiti. Così almeno avrebbe voluto Giorgia Meloni, che ai suoi, dal primo momento, ha ordinato sobrietà e cautela.
DONALD TRUMP IN VERSIONE AYATOLLAH
Proponimento totalmente disatteso prima dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che tra un “mercato delle vacche” e un “sistema paramafioso”, ha scelto la strada dello scontro totale con le toghe (felicemente ricambiato dal fronte del No e dal suo alfiere Nicola Gratteri, che ha detto che “mafiosi e massoni votano sì”).
Ancor più sorprendente, per Giorgia Meloni, è stato vedere il prudente Alfredo Mantovano sbracare contro i magistrati e raccattare voti tra i cattolici, in modalità agit-prop neocon.
Stretta tra la necessità di vincere il referendum senza una evidente politicizzazione, Giorgia Meloni resta a metà del guado: ci metterà la faccia, ma giusto il minimo sindacale, e in un contesto molto circoscritto.
Parteciperà al comizio del 12 marzo, al teatro Parenti di Milano. I Fratelli d’Italia, come scrivono Lorenzo De Cicco e Tommaso Ciriaco su “Repubblica”, “preparano anche un comizio bis, diverso da quello del 14, organizzato dall'Unione camere penali: il 19 a Roma, al palazzo dei congressi. Ma senza la premier: ci sarà la sorella Arianna, con Carlo Nordio”.
Una scelta, quella di mostrarsi al teatro Parenti, che però sposterà ben poco dal punto di vista elettorale, giusto qualche zero virgola. Ma la strategia è ormai chiara: “troncare e sopire”. Più mettiamo benzina sul fuoco, più, in caso di sconfitta, ci torna dietro. Della serie: stamose boni…
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