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Dagoreport
Fabrizio Viola sapeva di avere i giorni contati al Montepaschi. Ed in fin dei conti, nemmeno gli dispiaceva troppo andare via. Ma a decretarne l'uscita sarebbe stato Matteo Renzi, dopo un colloquio a quattr'occhi con Claudio Costamagna, presidente di Cassa depositi e prestiti.
Da giorni, Vittorio Grilli (responsabile per l'Italia di Jp Morgan) pressava Costamagna con le medesime argomentazioni: finchè Viola è amministratore delegato di Mps l'aumento di capitale non parte. I due hanno una vecchia e consolidata frequentazione.
D'altra parte, lo stesso Viola non faceva mistero con nessuno che non condivideva l'impostazione dell'operazione; cioè, non condivideva lo schema di Grilli. Eppure, il via libera era venuto dal premier in persona, dopo l'incontro con Jamie Dimon, ceo della banca d'affari americana. Quindi, Viola doveva essere rimosso. E la richiesta ufficiale è stata fatta proprio da Costamagna a Renzi.
Il premier banchiere ha quindi chiamato Padoan trasferendogli l'indicazione. Ma prima di mettere in pratica l'ordine di Palazzo Chigi, il ministro dell'Economia (azionista di maggioranza della banca) ha chiamato Massimo Tononi, presidente dell'Istituto senese. Ed ha incaricato lui di comunicare a Viola la decisione. Questo scaricabarile è durato due ore.
Nella stessa occasione, Renzi avrebbe deciso il nome di Marco Morelli. Il premier lo avrebbe visto bene anche all'Unicredit. Ma in quella banca il ministero dell'Economia non ha quote azionarie.
Nel Montepaschi, invece, è il primo azionista: quindi, può imporre chi vuole. E dietro l'aspetto arcigno, Morelli passa per avere una buona considerazione sul mercato. Ma, soprattutto, Matteo ha avuto garanzie precise: Marco è uno che s'allinea facilmente. Insomma, rispetta le indicazioni. Soprattutto se arrivano da Palazzo Chigi.
E dal premier banchiere sarebbe già arrivato il consiglio di rinviare al prossimo anno l'aumento di capitale. Musica per le orecchie di chi sta provando a mettere in piedi un'operazione scombussolata. Matteuccio avrebbe indorato la pillola per giustificare un aumento di capitale che sembrava imminente: troppe sovrapposizioni politiche alla ricapitalizzazione. Troppe tensioni intorno al referendum. Da qui, il consiglio al rinvio. A Morelli non sembra vero...
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