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Sara Bennewitz per “La Repubblica”
La corte di Appello di Milano ha dato ragione a Bernardo Caprotti, tuttavia i figli Giuseppe e Violetta sono determinati a fare ricorso in Cassazione, sicuri che gli arbitri del lodo prima e i giudici di primo e secondo grado poi, abbiano tralasciato una serie di aspetti determinanti della vicenda, tra cui la posizione di Unione Fiduciaria, il veicolo fiduciario dei figli, che invece che fare l’interesse dei fiducianti, notte tempo ha restituito la piena proprietà della azioni al padre.
Inoltre dal ’96 al 2011 su quelle quote che il padre aveva donato ai figli, Giuseppe e Violetta Caprotti in quanto proprietari, hanno pagato le tasse relative alla quota parte di dividendi percepiti. E così, per converso Bernardo Caprotti ha pagato un aliquota ridotta, dato che era nudo usufruttuario del pacchetto in mano ai figli.
Questo fattore secondo i professionisti che assistono Giuseppe e Violetta sarebbe un’ulteriore riprova, che anche ai fini fiscali i figli sono stati i legittimi titolari dei due terzi dei supermercati, finché il fondatore di Esselunga non si è ripreso la piena proprietà delle azioni e che quindi non si sia trattato di un “contratto simulato”, come invece ha più volte sostenuto il patron dei supermercati.
GIULIANA ALBERA CON IL MARITO BERNARDO CAPROTTI E LA FIGLIA MARINA SYLVIA
«Viene da domandarsi perché gli ha donato le azioni...» fa notare un consulente che assiste Giuseppe e Violetta Caprotti, alludendo al fatto che fare una donazione di fronte a un notaio per poi ripensarci, potrebbe sottendere ragioni di natura fiscale. Inoltre tra il momento della assegnazione (che risale all’aprile ’96) e quello in cui Bernardo ha riacquistato la piena titolarità (febbraio 2011), nessuno ha pagato il capital gain relativo al plusvalore creato in quegli anni dalla società.
Secondo quanto risulta dai bilanci di Supermarkets Italiani, ovvero quello che sancisce nel 1996 il passaggio degli utili ai figli, e quello 2010 che è l’ultimo prima della riassegnazione delle quote a Bernardo, il valore patrimoniale e di tutte le attività del gruppo è aumentato di 1,37 miliardi di euro. E così se venisse dimostrato che c’è stato un passaggio di proprietà nel 2011 tra i figli e il padre, tra guadagni in conto capitale, tassa regionale e tassa di solidarietà, Bernardo avrebbe dovuto pagare all’erario una cifra superiore a 300 milioni a titolo di plusvalore.
Secondo i legali di Caprotti, invece, nessun capital gain è dovuto, in quanto si tratterebbe di una «mera reintestazione senza alcun corrispettivo » pertanto «la questione è priva di rilevanza fiscale in radice». Questo è un elemento, che a detta dei consulenti dei figli, deve ancora essere chiarito, peraltro a questo proposito va avanti la causa civile intentata dai figli in primo grado davanti al dottor Consolandi.
Di contro gli avvocati del padre sostengono che «le imposte sono state sempre correttamente pagate e ogni tentativo di porre questioni di carattere fiscale » sarebbe «privo di fondamento e si risolverebbe in una illecita denigrazione dell’immagine e del decoro delle persone interessate con tutte le conseguenze del caso».
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