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    "C’ERANO MOTIVI PER NON FARE I MONDIALI IN QATAR? NO" – FATE LEGGERE A ALESSANDRA DE STEFANO (RAISPORT) QUELLO CHE SCRIVE "IL FOGLIO": “TUTTI QUELLI CHE OGGI SI RISCIACQUANO NEL PURITANESIMO CALCISTICO SONO ANDATI A GIOCARE IN RUSSIA, E ALLE OLIMPIADI IN CINA. CI SONO STATI MIGLIAIA DI LAVORATORI MORTI MA I 6.500 NEL DECENNIO INDICATI DAL GUARDIAN SONO LO STESSO TRAGICO NUMERO DELLE MORTI SUL LAVORO IN ITALIA"


     
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    Maurizio Crippa per “il Foglio”

     

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    Ci sono stati migliaia di lavoratori morti (cosa accadde a Pechino o Sochi non lo sapremo mai) ed è ovviamente terribile e ingiusto; ma i 6.500 nel decennio indicati dal Guardian sono lo stesso tragico numero delle morti sul lavoro in Italia. “C’è molta meno libertà sessuale che nei paesi occidentali”, scrive l’Economist, che però annota come la situazione sia identica “in gran parte del mondo in via di sviluppo e in quasi tutti i paesi musulmani”.

     

    Il Qatar non è una democrazia, ma in occasione dei Mondiali in Russia del 2018 Amnesty International allestì una Nazionale “Squadra Coraggio” fatta di 11 campioni dei diritti umani detenuti dal regime di Putin: tutti andarono lo stesso a festeggiare. I Mondiali a Doha non andavano fatti, troppo caldo e niente birra: giusto, ma hanno avuto 12 anni per accorgersene.

     

    polizia nelle fan zone in qatar polizia nelle fan zone in qatar

    Sono stati il frutto del malaffare di Sarkozy & Soci: sì, ma France Football fece scoppiare il Qatargate nel 2013, c’era tempo per rimediare. Del resto, anche su Germania 2006 erano girati sospetti, per non dire di Sudafrica 2010. C’erano motivi per non farli, questi Mondiali? Francamente no, e non lo dice solo l’Economist. Ma anche volendo dire di sì: a parte l’imbarazzante wokismo da salone dell’estetista di Infantino, basterebbe ricordare che tutti quelli che oggi si risciacquano nel puritanesimo calcistico sono andati a giocare in Russia, e alle Olimpiadi in Cina.

     

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    Siamo andati ai Mondiali nell’Argentina dei desaparecidos (tranne Cruijff: ma perché aveva paura per la famiglia). E lo scorso anno noi italiani ci siamo sbomballati mesi di retorica per i 45 anni della Coppa Davis vinta in Cile, quando giocarono una partita con la maglietta rossa, con metà dell’Italia che non voleva la spedizione nello stadio di Pinochet e l’altra metà invece sì, compresi Gianni Clerici e Berlinguer: per la sana autonomia dello sport e una briciola di realismo politico.

     

    (…)

     

    Si può ovviamente dire di tutto contro il Qatar, che dopo alcuni anni di controverso gran pavese geopolitico-sportivo pare ora avviato al ruolo del prossimo Cattivo da mettere in quarantena. Ma le crisi di “infantinismo”, anche no.

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