IN FORZA ITALIA C’È UN CLIMA INFAME – IL TAJANEO FULVIO MARTUSCIELLO MANDA UN MESSAGGIO NELLA CHAT…
Barbara Ardù per “la Repubblica”
Oltre cinquemila occupati dei call center potrebbero perdere il posto. Una cifra “bassa” rispetto agli 80mila del settore, ma che rischia di generale una valanga. La prima crepa la stanno aprendo Gepin Contract e Uptime, aziende che da anni gestiscono i call center di Poste italiane. Hanno iniziato le procedure di licenziamento per 450 lavoratori, a Roma e Napoli, denuncia la Cgil.
A vincere l’appalto infatti sono state altre imprese. Il meccanismo che gli ha aperto la strada è stato quello del massimo ribasso previsto dal decreto sugli appalti. Chi fa il prezzo più basso si aggiudica il lavoro. C’è però un ma. Nel decreto è inserita una clausola sociale a garanzia dei lavoratori: se a vincere l’appalto è una nuova impresa ai vecchi occupati sarà garantita la continuità lavorativa. Ma non sta andando così. «Le Poste la stanno già ignorando - accusa Michele Azzola, segretario nazionale della Slc Cgil – e a seguirli sarà Enel. Poi potrebbero seguire Almaviva e Datacompact ».
Una situazione tragica, ma anche ridicola. «Non è possibile che Poste e Enel, due aziende il cui controllo è riferibile allo Stato - aggiunge Azzola - decidano di non applicare la legge, scaricando sulle istituzioni migliaia di licenziamenti ». Da tempo i sindacati chiedono una convocazione al governo. Ieri qualcosa s’è mosso. «Il 9 marzo sindacati e imprese verranno chiamati al ministero - assicura Cesare Damiano, presidente della Commissione lavoro della Camera. - I problemi ci sono e il primo riguarda gli ammortizzatori sociali.
L’Inps inserisce i lavoratori dei call center nei servizi e dunque li esclude dagli ammortizzatori. E poi ci sono i casi di Poste e Enel, sui quali il governo deve esercitare una moral suasion. Bisogna tra l’altro evitare quello che gli imprenditori onesti chiamano il “turismo contrattuale”, cioé le delocalizzazioni. Tra l’altro nel settore stanno nascendo vere e proprie imprese pirata». Bene la convocazione del 9, commenta la Cgil, che annulla la prevista manifestazione dell’11 marzo, trasformandola in un presidio davanti al ministero dello Sviluppo economico.
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